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n 71 marzo 2017
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Articolo 'Fiori di uno stesso giardino'  >>>
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Fiori di uno stesso giardino
Innaffiare la reciprocità per crescere uniti
di Miduri Maria Chiara - Didattica Laboratoriale
Il contributo prende spunto da un'attività svolta durante il progetto di doposcuola che coordino in una scuola primaria di Torino. Attraverso un micro percorso guidato di mindfulness, incentrato sulla metafora del fiore, è stato possibile iniziare a riflettere e lavorare sulla conoscenza (percepita versus reale) dell'Altro e sul riconoscimento della sua presenza, per un'interrelazione funzionale all'esistenza di un gruppo umano e sociale costituente e in continua definizione, aldilà dell'Alterità intesa solo come differenza etnica che separa.

Attività: Innaffiare i fiori
Materiali: penne colorate, matite o pennarelli; per ogni bambino, un grande disegno di un fiore fatto con un cerchio centrale e tanti petali quante sono le persone del cerchio.

Descrizione dell'attività
Seduti in cerchio, si invita ogni bambino a scrivere il proprio nome al centro del fiore e poi una qualità o qualcosa che gli piace di se stesso in uno dei petali. I bambini che non sanno ancora scrivere vengono sollecitati a fare un disegno sul petalo o si chiede ad un adulto di trascrivere le loro parole.
Ognuno passa il proprio disegno a chi sta alla sua sinistra, poi ogni bambino scrive nel petalo successivo una dote della persona indicata al centro del fiore. Alla fine della sessione tutti dovrebbero avere un fiore pieno di qualità che le persone del gruppo gli hanno riconosciuto.
Allo stesso modo si può utilizzare il disegno di un sole, i cui raggi sono i punti di forza: ogni bambino disegna un sole con grandi raggi. Al centro di ogni sole si metterà una foto del bambino, o lo si inviterà a disegnarvi la propria faccia. Su ogni raggio ognuno potrà scrivere, in breve, i complimenti ricevuti durante l'attività dell'innaffiare i fiori. Si può fare questo esercizio anche senza disegni e limitandosi a offrire l'opportunità di farsi innaffiare i fiori da tutti gli altri bambini del cerchio. Questi potranno poi offrire complimenti, ringraziamenti, notare le qualità positive del compagno.
Anche se questa pratica richiede un po'di tempo nell'esecuzione, specialmente se il gruppo è numeroso, nel tempo può garantire un miglioramento del clima di classe, rendendo la comunità più calda e aperta al prossimo, nella reciprocità e nel riconoscimento dell'Altro.
Il motivo per cui ho proposto quest'attività ai bambini e ai volontari del gruppo di lavoro, me compresa, in un pomeriggio di doposcuola, risiede proprio nella necessità di iniziare a far fronte a quelle che sono emerse come priorità reali ed essenziali per la convivenza del gruppo, mancante di norma sociale pregressa, condivisa anche all'interno delle singole classi.
Per la convivenza sana nella micro società nascente, il processo di nomopoiesi è cruciale: un insieme di norme sociali condivise e riconosciute dal gruppo, non calate su di esso in regime di asimmetria del potere simbolico esercitato nel rapporto educando/educatore, discente/docente, di cui una classe strutturata è emblema. In un contesto informale la società cerca di promuovere il principio democratico di costruzione comunitaria non avendo ritmi imposti e definiti da un calendario fisso, ma potendo seguire la fisiologica evoluzione del gruppo; un'evoluzione che ha tempistiche e modalità di creazione sensibili e diverse rispetto all'ambiente strutturato.

Per creare norme condivise bisogna riconoscerne il bisogno; per dare un ordine bisogna riconoscere una situazione di caos cui l'ordine pone rimedio (le regole regolano). Si condivide uno spazio di lavoro e di vita per molto tempo con altre persone: poniamo alunni di una classe, bambini in un doposcuola, ma accade anche negli ambienti di lavoro. La maturità dell'ambiente deve essere proporzionata al tempo che ha avuto a disposizione per crescere, assorbendo i nutrimenti positivi necessari al processo di crescita, altrimenti la conseguenza ecologica è quella di riscontrare, a qualsiasi età, comportamenti sociali e relazionali dannosi che si sono appresi da piccoli, quando nei primi esperimenti di vivere sociale non si è riusciti a farvi fronte equamente attraverso un'educazione all'Altro dedicata.
A ben vedere, il tempo realmente investito nella conoscenza reciproca è molto limitato. Sia che lo si faccia per dote personale sia in sessioni guidate e attività strutturate. Nell'era dell'accelerazione sociale, dove si spinge alla competizione anziché alla cooperazione umana non come metodo (quindi al di là e al di fuori dell'apprendimento formale), ma come struttura latente, stiamo correndo rischi importanti non percepiti e quindi non prevenuti. Il risultato è che talvolta capita di non conoscersi affatto a dispetto delle apparenze, di dimenticarsi continuamente persino i nomi propri di coloro che ci sono a fianco. Il dato è che spesso si immaginano le persone anche quando sono davanti ai propri occhi e si narrano secondo la propria etnopoetica o un'etnopoetica costruita socialmente e che si apprende come linguaggio condiviso. Si parla spesso per epiteti, etichette, stigmi e pregiudizi utilizzando deissi sociali che pongono in secondo piano la persona e il suo essere membro di una società, relegandola a uno status categoriale di comodo e ad un'identificazione statica: l'opposto di ciò che è una persona, un individuo e uomo, in quanto membro di una società.
Alcune società di cacciatori e raccoglitori, come i Kung del Botswana, sono molto attente all'educazione verbale e comunicativa dei piccoli della società, perché ciò è dirimente per farli crescere uomini e donne corretti, onesti e utili alla propria comunità.

Queste derive dell'attenzione reciproca sono emerse in soli venti minuti di attività. Dopo la richiesta di iniziare a pensare alle qualità positive dei propri compagni e dei volontari, i primi cinque minuti sono stati spesi nel panico totale: "Ma lui come si chiama?", "Ma lei chi è?".
Vediamo ma senza guardare veramente. Si mette il pilota automatico in una routine devastante e deleteria per i rapporti umani. Non ci si ascolta nemmeno quando ci si presenta. Non siamo più abituati a chiamarci per nome, a riconoscere la presenza non per quello che di noi dicono gli altri e su cui un terzo è chiamato a rispondere, ma per ciò che nell'incontro diadico e reciproco ognuno di noi riconosce nell'altro senza filtri socioculturali. Un errore molto frequente nell'analisi grammaticale (Luca = nome comune di persona) rischia di diventare un modus della vita sociale.

L'aggettivazione utilizzata per esprimere le qualità dei compagni e dei volontari è un altro tema delicato. L'esercizio richiede che vengano descritte "qualità positive", ma le domande a priori sono: che cos'è una qualità positiva in una persona? Cos'è una caratteristica? Cosa rende unica quella persona rispetto alle altre? Perché quando quel compagno non è presente un giorno a scuola, se ne sente la mancanza? E cosa manca di lui/lei?
In molti casi le parole utilizzate dai bambini per descriversi reciprocamente non hanno nessuna accezione positiva. E questo non per mancanza di coscienza e consapevolezza lessicale né per padronanza del proprio vocabolario (data la classe frequentata). È dinnanzi a questo dato che si apre davvero lo spazio di lavoro possibile e di riflessione su cause e conseguenze, della comunicazione e dell'intercomunicazione.
L'attenzione all'Altro, in quanto diverso da noi e unico, parte dal rendersi conto che non esistiamo solo noi dentro una stanza condivisa. Tutti i "centrismi" riducono la capacità di vedere in quale realtà siamo immersi: egocentrismi, etnocentrismi, sociocentrismi. Nel fiore il nostro nome è al centro, ma è la corolla, completata dagli Altri in un gioco di specchi e relazioni, che rende il fiore tale, unito al suo centro e al suo stelo.
E' questa la lezione che la pratica dell'innaffiare i fiori vuole trasmettere.


Maria Chiara Miduri, Antropologa linguista e cognitiva, Centro di Ricerca Applicata MOSAICO, ANGI


Bibliografia
Thich Nhat, H. (2011). Semi di felicità: Coltivare la consapevolezza insieme ai bambini. Firenze: Terra Nuova Edizioni.
Vom Bruck, G., Bodenhorn, B. (a cura di), (2006). An Anthropology of Name and Naming. London: Cambridge University Press.
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