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n.33 maggio 2013
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Firmamento ... chi mette la firma!
Risposte ingenue a domande esistenziali
di Rosci Manuela - Editoriali
Non so voi, ma la sensazione è che si stia girando intorno, spesso un po' a vuoto, sperando/cercando qualcuno che trovi la soluzione, che dia risposte. Le notizie quotidiane raccontano di una società che si sta sbriciolando, di persone che abbandonano la vita o che sono costrette a lasciarla per le aggressioni subite, di ogni natura. Non ho esperienza di guerra -per fortuna!- ma la sensazione è di un continuo bollettino di perdite: di vite umane, di valori, di certezze e sicurezze, di lavoro, di benessere, di identità...

Ebbene, anche in situazioni come queste c'è sempre qualcuno un po' più fortunato, che riesce ad arricchirsi anche quando gli altri perdono, che riesce a sorridere quando piangere sarebbe ovvio, che riesce a proiettarsi nel futuro quando gli altri rimpiangono il passato.
Non si tratta di ricchezza economica ma di sfide più o meno vinte, di entusiasmo e di solarità e di gioia di vivere che ti penetra inevitabilmente dentro, di progetti impensati o forse solo futuribili.

Io mi trovo in questa situazione di straordinario vantaggio, per diverse ore al giorno, in classe con i bambini. Sono ossigeno. Sono curiosità sollecitata. Sono solutori fuori ogni schema. "Che cos'è secondo voi il firmamento?" (parola inserita in una poesia proposta da un genitore per la manifestazione "Lettura condivisa" a scuola). Senza pensarci troppo: "Chi mette la firma!" Perché no?!

Ti domandi allora: La vita sta continuando? In che direzione stiamo andando? Con quale risorse stiamo procedendo? Qual è lo spirito che ci accompagna?

Il contatto con i bambini, la loro ingenuità nel dare risposte "logiche" e al tempo fantasiose fa bene, fa sorridere, rende meno tetra la quotidianità, rende leggera un'aria che si fa sempre più pesante, che sollecita la fuga invece della lotta, la remissione al posto della ribellione. Con loro il tempo passa in fretta ed è sempre tempo "fresco" "nuovo" "non programmabile". Se ti dicono: "Io andrò sulla luna!" hanno la visione che questa cosa potrà realizzarsi, hanno ragione, c'è possibilità che loro siano protagonisti di questo evento. Ti spingono in avanti e, allo stesso tempo, si stupiscono per un arcobaleno, si appassionano per un disegno di un albero dell'ulivo fatto dal vero, che il giallo e il rosso mescolati insieme si trasformano in arancione, scrivono "inttorno" o "in torno" perché le parole sono ancora una incognita da scoprire giorno dopo giorno.
Ti rendi conto, allora, che la vita continua, che loro hanno bisogno di apprendere a fare quelle cose che noi grandi diamo per scontate: imparare a scrivere e leggere è una risorsa per la vita, che nessuno mai potrà togliere, neppure se viene la crisi o se si perde il lavoro.

Ma non solo di questo hanno bisogno. C'è necessità che qualcuno li prenda per mano, che li accompagni sul sentiero delle emozioni, quelle cose che ti prendono alla pancia, e come sempre disorientano anche quando hanno un nome, figuriamoci quando invadono senza sapere nulla di loro. Le emozioni, sempre le stesse -quelle di base-, arricchitesi nel tempo da altre "scoperte". Ma loro, i bambini, come le incontrano? Come le possono riconoscere se nessuno dice loro quali sono, cosa sono, a che servono le emozioni? Rischiano solo di subirle o di agirle in modo indiscriminato.
Tollerare la frustrazione sembra essere il limite più alla moda. Tollerare che il proprio figlio affronti la vita e incontri il dolore di sbagliare (magari a scuola) o la frustrazione di non essere ascoltato per primo o per tutto il tempo, come avviene a casa: il genitore sembra disorientato, spaventato, arrabbiato nei confronti dell'insegnante che segnala che il comportamento non va, che le reazioni non sono adeguate, che l'attenzione è spesso latitante, che le risposte sono quelle di un "pensiero agito", senza alcuna capacità di riflettere.

L'incontro degli adulti -i docenti e i genitori- dovrebbe essere il fulcro dell'azione educativa, quella cosa intorno alla quale ruota il senso di un impegno professionale da un lato e di un obbligo genitoriale dall'altro. Quella relazione su cui investire da subito, sul nascere, appena si approda a scuola, fin dalla scuola dell'infanzia e pure all'ingresso al nido. Due mondi educativi che si incontrano e che si affiancheranno per tanti anni, quanti il percorso scolastico scelto. Un mondo privato, quello familiare dove gli eventi personali a volte trapelano solo con le parole dei figli; quello pubblico, scolastico, dove eventi collettivi e individuali spesso sono raccontati solo dagli alunni.
Due facce della stessa medaglia: una persona che cresce e che ha bisogno della "cura" di entrambi i fronti, i lati della medaglia. Non due aspetti separati ma la sintesi che si realizza in un unico "s-oggetto".
Se ciò fosse vero, il binomio pubblico-privato, scuola-famiglia, docenti-genitori, darebbe vita ad un intervento educativo "a tutto tondo", e la cura della persona sarebbe diretta sia agli aspetti più squisitamente cognitivi (cosa so e cosa so fare) che a quelli emozionali (come mi sento e cosa provo mentre faccio) e spirituali (quali sono le domande sull'esistenza che ci si pone, anche in assenza di risposte certe!).
Ma non si gioca su un campo neutro, c'è la società che è il tessuto e il palcoscenico dove ogni azione/rappresentazione prende vita, che crea le condizioni più favorevoli ma anche gli ostacoli più grandi. Ci sono poi altri adulti che condizionano la società con le loro scelte, non sempre perfette, nemmeno tanto adeguate, spesso discutibili: da loro ti aspetteresti un incoraggiamento, sia da docente che da genitore, invece il ritorno è il senso di solitudine in cui ti trovi a giocare il ruolo di educatore, a doverlo addirittura difendere proprio dai loro interventi.

Cosa puoi fare? Tornare a guardare i figli che crescono, gli alunni che chiedono, e renderti conto che il gioco ora solo tu lo puoi condurre, solo tu puoi "dare vita", "dare fiducia", dare voce alle emozioni che irrompono nella vita di un bambino e decidere che la sfida educativa parte da te, genitore e docente, dal tuo stile educativo, dalla passione che ci metti, dai valori che difendi e che vuoi passare, dalle risposte che dai e dalle domande che lasci inevase, affinché l'altro faccia i suoi passi (anche le sue cadute) e sviluppi curiosità, capacità di trovare soluzioni, di andare oltre ciò che tu puoi dare. Lo so che sembra ingiusto ma solo da noi può ripartire lo sviluppo, il guardare avanti.
Mentre da adulto ti arrabbi che il mondo non sta funzionando come tu vorresti, i bambini, i ragazzi e i giovani hanno bisogno di cura oggi, di adulti in grado di giocare su fronti diversi: di sentire la propria fragilità, a volte impotenza, e allo stesso tempo, la grinta e la forza di chi sa che "gioca" con la vita, e allora sceglie la strada dell'innovazione, dell'investimento e dell'impegno professionale e personale, dell'andare oltre le piccinerie di chi non vuole fare un passo in avanti e allora cerca di screditarti. Giochi banali, quasi scontati di chi vuole lasciare le cose come stanno, anche all'interno delle scuole, non solo fuori. Ho deciso che queste persone (faccio fatica a definirle colleghi) sono fuori dai miei interessi: so di certo che non avrò la forza di "cambiare l'altro" se non vuole cambiare.

Posso però cambiare gioco e invece di sostenere che i colleghi sono lamentosi o poco professionali, inchiodati al passato piuttosto che elettrizzati dal futuro; che i genitori sono fragili e spaventati di sbagliare e per questo soggiogati dall'apparente forza dei figli, posso decidere di lasciare traccia nel lavoro scolastico con gli alunni che saranno influenzati dal mio modo di fare scuola, dalla passione che metterò, dall'entusiasmo che trasmetterò perché loro, oggi, non sanno cosa sta succedendo fuori e per questo motivo sono "puri", incontaminati da pensieri limitanti.
Ringrazio allora tutti gli autori di questo numero perché i loro contributi mi fanno star bene, mi trasmettono energia positiva, alimentano la mia sete di andare avanti, di capire meglio cosa fare e come farlo, perché i miei alunni un domani possano riconoscere in quello che abbiamo fatto insieme un valore che ha segnato la loro vita, in positivo, naturalmente!
Credo che l'azione di ogni educatore produca CULTURA, anzi tante culture quante sono le sfaccettature della vita. Mi impegno allora a contribuire affinché ciò che oggi è passato per legge sul femminicidio sia nei miei piccoli futuri grandi uomini e donne una cultura radicata, direi scontata, come scontato sarà il loro saper leggere e scrivere. Tante storie che iniziano oggi e che hanno la possibilità di dar vita ad un mondo migliore. Li possiamo aiutare.

Buona lettura a tutti

Manuela Rosci
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