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n.18 dicembre 2011
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GIORDANO BRUNO, uno spirito libero!
"Avete più paura voi che io"
di Sabatini Roberto - Long Life Learning
PREMESSA
Questo film, forse il migliore di Giuliano Montaldo, vede all'opera un per me insuperato Gian Maria Volontè, che impersona la grande e complessa figura di Giordano Bruno, in un modo e con una potenza espressiva difficilmente eguagliabili.

Si assiste ad una tale identificazione con la persona e il pensiero di Bruno che il suo dramma è, senza residui, il dramma di Volontè e, quindi, il dramma che lo spettatore può vivere in prima persona, come se stesse davvero vedendo quel che accadde più di 400 anni fa, come se davanti ai suoi occhi avesse davvero Giordano Bruno, l'immensa libertà del suo spirito, la sua tragedia umana e l'esempio del coraggio col quale la affrontò e che lo portò a morire in uno dei modi più dolorosi e devastanti per la vita in sé e per la dignità che essa suscita.

Non è film di facile lettura per un pubblico giovane. Durante il quarto centenario della sua morte ne organizzai la proiezione per gli studenti dell'Istituto J.Piaget di Roma: andò molto bene, ma mi accorsi che la sua visione avrebbe dovuto essere stata preparata e introdotta in modo adeguato per questa fascia di età, soprattutto per il biennio. Richiede un certo impegno dell'attenzione e una certa conoscenza storica dei fatti, per seguire bene e apprezzare (e anche criticare!) l'atmosfera dell'epoca, i dialoghi e l'intero sforzo di ricostruzione delle circostanze che portarono Bruno al tremendo epilogo.

INTRODUZIONE
E' la fine del 1500, il vento innovatore del Rinascimento ha cercato di riportare l'umano al centro dell'attenzione. Copernico ha messo in discussione la vecchia concezione geocentrica, cara ad Aristotele e così funzionale alla chiesa romana e Galilei sta per rendere note le sue straordinarie scoperte. L'Europa è travolta da grandi scismi religiosi (Lutero, Calvino, la separazione Anglicana) e la chiesa di Roma, col Concilio di Trento è passata all'offensiva istituendo un tribunale specifico contro tutte le deviazioni dai suoi dogmi; è un tribunale che non esita a torturare e a uccidere in modo barbaro, ma viene ugualmente chiamato tribunale della "Santa Inquisizione".
Bruno ha lasciato l'Ordine domenicano e nemmeno trentenne è già protagonista di profonde riflessioni e mentre dà il via a una lunga stagione di pubblicazioni di genere filosofico, scientifico, letterario e teatrale, inizia anche un complesso pellegrinaggio spostandosi in Europa, da una università all'altra, da una corte all'altra. Londra, Praga, Ginevra, Parigi: ora ospite protetto e stimato, ora personaggio scomodo e incontrollabile, ora figura ostile da perseguitare. Intanto su di lui continua a pendere la scomunica e una condanna in contumacia per eresia, da parte del Sant'Uffizio.

Il FILM
La narrazione di G. Montaldo prende le mosse dal ritorno in Italia di Bruno nel 1592, su invito di un nobile veneziano, Giovanni Mocenigo, che intende carpirgli i supposti segreti della sua "arte della memoria" e, più subdolamente, vuole che Bruno gli insegni come controllare e dominare gli altri.
Queste prime scene sono dirompenti: viene messa in luce la libertà dello spirito e del comportamento di Bruno, la sua capacità di andare all'essenza delle cose e dei rapporti umani, travolgendo ogni ipocrisia, ogni stereotipo, ogni convenzione.
Ma questa sua vitalità e inafferrabilità mettono a dura prova la pazienza di Mocenigo che, intanto, viene anche spaventato dalle possibili conseguenze che potrebbe sortire il suo continuare a ospitare e proteggere Bruno e quando si rende conto che non potrà mai ottenere quel che sperava, decide di denunciarlo e lo fa arrestare dall'Inquisizione veneziana.
Si avvia un processo centrato sulle rivoluzionarie concezioni di Giordano Bruno, sulla sua visione unitaria del Cosmo, della Vita, dello stesso divino: la chiesa teme e combatte questa visione che ne esautora la centralità e ne disintegra i suoi poteri, scardina i suoi insegnamenti, la destituisce di ruolo e di senso come istituzione.

Viene perciò imputato di eresia e di bestemmia, di sovvertimento dei valori e dell'ordine costituito.



A complicare questa già grave situazione interviene la Curia romana che vuole Bruno a Roma per poterlo processare in casa e non si fida dell'inquisizione veneta che ha già dimostrato di essere più tollerante. Bruno si rende conto della pericolosità di un processo a Roma e come estremo tentativo per evitare di essere incarcerato e ucciso o trasferito per rinnovare il processo a suo carico, accetta di ritrattare e fa solenne atto di contrizione; ma non viene creduto e il governo di Venezia cede alle pressioni di Roma.

Come temuto, viene incarcerato nelle segrete di Castel S'Antangelo e, sotto il potere del durissimo cardinale Sartori, guardiano della fede, viene sottoposto a interrogatori stressanti in cui i suoi inquirenti cercano di volgere contro di lui affermazioni compromettenti estratte ad hoc dalle sue opere, ma la sua mente è geniale e non è possibile competere con Bruno sul piano logico-filosofico. Allora le pressioni che vengono esercitate su di lui aumentano ferocemente, fino ad arrivare ad una crudele tortura fisica. Ma Bruno sembra diventare insensibile ad ogni dolore e questo impressiona perfino i suoi stessi carnefici.
In questi momenti di devastazione fisica, Montaldo ci mostra Bruno che, quasi in delirio, ricorda il suo passato, ricco di momenti intensi e significativi (le lezioni alla Sorbona, gli incontri con i regnanti d'Europa, la speranza in un "homo novus"), che ora gli appaiono come altrettanti fallimenti.

La Curia si rende conto di trovarsi di fronte ad un uomo geniale e di grande statura morale, colto e profondo, ad un grande conoscitore della dottrina, del sacro, del mondo e della vita e per qualche tempo si genera una frattura all'interno del tribunale che lo sta processando e lo stesso Papa, Clemente VIII, è diviso, sa che Bruno vuole parlargli di persona, ma ne ha paura e non sa che cosa decidere: tutti sembrano presentire che il rogo che brucerà Giordano Bruno, non si potrà poi spengere.

La vicenda scorre veloce nel film, ma nella realtà passano sette lunghi anni di carcere duro. Ad un certo punto però le cose precipitano: pur di salvarsi la vita alcuni carcerati accettano di prestare falsa testimonianza e di accusare Bruno di pratiche illecite di magia nera.

E' l'inizio della fine: il tribunale accusa Bruno di otto gravissimi capi d'imputazione e gli intima una pubblica abiura. Qui la narrazione è straziante perché mette in evidenza il tremendo dissidio che lo attraversa e che decide in modo spietato il suo futuro: abiurare e fallire così la sua missione, la sua testimonianza di libero pensatore; resistere, salvare la causa, passare alla storia, ma anche morire subito e atrocemente.

Il 21 dicembre del 1599, dopo settimane di terribile travaglio, Giordano Bruno decide di non cedere e di non abiurare più nulla. Quando è portato al cospetto dei suoi inquisitori, benché indebolito e malridotto, si slancia in un'ultima appassionata difesa delle sue ragioni, che culmina col riconoscere l'ingenuità e il fallimento di "chiedere al Potere, di riformare il Potere!".
L'8 febbraio del 1600, in pieno "Anno Santo", il tribunale emette la sua sentenza, una sentenza di morte, ma con quel capolavoro di ipocrisia contenuto nell'affermazione "Ecclesia abhorit a sanguinem", lo consegna al suo braccio secolare, affinché faccia quel che deve senza che procurare sofferenza! E' in questo tragico momento che Bruno pronuncia, guardando in faccia i suoi carnefici, "avete più paura voi, nell'emettere questa sentenza, che io nel subirla", mirabilmente e puntualmente espressa nel film con la frase "Avete più paura voi che io".

Pochi giorni dopo, in piena notte, Bruno viene prelevato dalla sua cella, legato e imbavagliato con un crudele strumento di tortura, la mordacchia, che gli impedisce di parlare e gridare ed è tradotto in Campo dè Fiori, dove intanto è stata preparata la pira. Dopo un'ultima terribile notte, disumanamente legato ad un palo, la mattina del 17 febbraio del 1600, Giordano Bruno viene arso vivo... ed entra per sempre nella Storia che conta, simbolo e stimolo del libero pensiero.

Roberto Sabatini, ha insegnato Scienze Sociali fino a luglio 2011 nel Liceo di Via Asmara di Roma
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