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n. 77 novembre 2017
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Oggi è il giorno:17 Dicembre 2017 Pubblicato da Sysform Editore - Iscrizione al R.O.C. n.19433 Sysform Editore - Via Monte Manno 23 00131 Roma
Articolo 'I confini non sono muri'  >>>
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I confini non sono muri
Definire le regole e lo spazio in cui "giocare" la relazione
di Rosci Manuela - Editoriali
Credo non ci sia periodo dell'anno scolastico che scorra senza che i media si occupino di indagare sui conflitti tra insegnanti e genitori, alla ricerca "di chi è la colpa" se i bambini e i ragazzi di oggi si comportano male. La ricerca di "chi ha ragione" pone il problema dentro una cornice di riferimento rigida, imbrigliando ogni pensiero nella logica dicotomica del bianco o nero. Cercherò di non sminuire il tema, senz'altro importante e reale, e neppure affrontarlo con una generica prospettiva ottimistica, ma vorrei provare a guardarlo da un punto di vista differente, non ponendo l'attenzione solo su quegli elementi che sottolineano la contrapposizione delle parti. Il rapporto con i genitori ha un peso rilevante nell'andamento scolastico di un alunno ma non sempre ne determina la causa dell'insuccesso o del mal adattamento a scuola. Anche laddove questa relazione è palpabile, stare solo sul problema non aiuta ad andare oltre.

Qualche giorno fa, affrontando l'argomento in una trasmissione televisiva, un pedagogista ha toccato un punto - l'unico forse che ho condiviso- fondamentale eppure ostico, spesso ambiguo e mal interpretato: mettere i confini nel rapporto con i figli. Sosteneva che la responsabilità dei genitori sta nella definizione distorta di quello che è possibile concedere ai figli, facendo l'esempio del bagno in cui non è necessario lasciare il libero accesso a tutti, perché in quel momento è uno spazio personale. La questione è definire il limite del campo di gioco, dico io. Non esiste sport che non abbia regole e spazi definiti entro cui giocare: porto sempre l'esempio del campo da tennis, se non avesse le righe bianche tracciate, non potremmo sapere se la palla è buona o fuori. Non potremmo giocare una partita, solo fare dei palleggi. E' vero che bambini e ragazzi anche con una palla realizzata con qualsiasi materiale organizzano una partita di calcio, ma hanno bisogno comunque di delimitare lo spazio dove si può giocare e indicare le porte, anche solo con due sassi, altrimenti nascerebbero contenziosi e litigi per attribuirsi i goal. Non è forse vero che le prime nozioni "sociali" che insegniamo ai bambini riguardano le regole del gioco proposto come requisito per poter giocare insieme agli altri? La prima condizione che determina la necessità di delineare i confini è che non giochiamo da soli. Condividiamo lo spazio con altri sebbene ognuno di noi abbia un proprio spazio vitale da proteggere affinché lo "sconfinamento" di altri non sia vissuto come una invasione.

Cosa ha a che fare tutto questo con il rapporto tra insegnanti e genitori?

Nella relazione con l'altro, a seconda del grado di intimità raggiunto, i confini con cui difendiamo il nostro spazio vitale si fanno sempre più permeabili e concediamo a noi stessi e all'altro di condividere e sovrapporre gli spazi personali, permettendo di "invadere piacevolmente" la nostra sfera emozionale. E noi facciamo lo stesso "invadendo" l'altro. Se, al contrario, sentiamo che l'altro si sta avvicinando troppo -sta sconfinando- proviamo disagio e alziamo dei muri al posto di semplici staccionate di legno. Nel primo caso, possiamo portare l'esempio del genitore che si lascia invadere completamente dal proprio figlio che si trova così a crescere in un campo relazionale senza confini; da parte sua anche il genitore si sente autorizzato a invadere lo spazio vitale del figlio, confondendolo e sovrapponendolo al proprio. L'autonomia e il senso di responsabilità individuale vengono compromessi senza perdipiù che tutto questo sia percepito come rischioso per entrambi. Nel secondo caso, si alzano i muri quando ci sono invasioni di campo, evidenti oppure celate: il genitore che si sente sotto accusa dai docenti ("stanno pensando che non sono un buon genitore!"), il docente che si sente squalificato ("non mi sta riconoscendo il ruolo che mi spetta, la competenza di dire ciò che non va sul figlio!"). La sovrapposizione (assenza di confini) e la contrapposizione (erezione di muri) rappresentano in qualche modo espressioni opposte e rigide della relazione che instauro con l'altro, che per questo motivo diventa limitante, poco produttiva, non evolutiva.

Da che cosa sono determinate, allora, queste posizioni che vengono contestate specularmente da docenti e genitori? Per i primi, i genitori sono incapaci di educare i figli, concedendo loro tutto, senza dare più regole e confini; per i genitori, i docenti hanno un approccio troppo rigido e non comprendono le esigenze dei figli "che a casa non si comportano così". La diatriba spesso si sposta dal CONTENUTO alla RELAZIONE e il primo non viene affrontato con neutralità, con l'intento di raggiungere la soluzione, perché il risultato della possibile collaborazione scuola-famiglia è inficiato dall'azione difensiva di entrambi i soggetti, spesso manifestata attraverso l'aggressione o comunque la contrapposizione delle parti.

In sintesi, perché non chiederci se la mancata collaborazione tra docenti e genitori, importante sempre ma fondamentale laddove si evidenziano disagi di una qualsiasi natura negli alunni/figli, risieda nel mancato riconoscimento sociale di entrambi i ruoli? Perché allora non sostenere il confronto e le divergenze cercando di rimanere sul contenuto, apportando suggerimenti e azioni pratiche da svolgere, a scuola e a casa, tirandosi fuori dalla logica "ho ragione io, torto lui/lei"? Potrebbe essere conveniente dunque assumere un atteggiamento propositivo, definendo il traguardo che si vuole raggiungere, declinando il percorso in step osservabili e misurabili, intravedendo la possibilità di successo in quanto ogni comportamento, ogni atteggiamento, ogni pensiero, ogni azione sono -per fortuna!- MODIFICABILI. Non è questo l'approccio che sottende anche la didattica per competenze? Poiché "gli esperti" siamo noi, affrontiamo anche il colloquio con i genitori nell'ottica di raggiungere traguardi che dovremmo riuscire a condividere con loro. E' una sfida grande e possibile, qualcuno dovrà pur cominciare: perché non fare noi il primo passo?


Manuela Rosci
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