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n.35 settembre 2013
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I segreti di Luca e la storia di C, il ragazzo che ritorna a casa
Cronache quotidiane dalla scuola
di Crasso Antonella - Inclusione Scolastica
Storie. Quante ne avrebbero gli insegnanti da raccontare, stratificate negli anni, consegnate alla memoria, appese al riflesso di sorrisi e di visi che sono passati davanti a te. E poi ci sono le storie di oggi, perché ogni incontro e ogni vicenda umana hanno una loro peculiarità e nell'unico e irripetibile rapporto che si riesce a creare si scrive la storia di una quotidianità da costruire a passi lenti, reciproci, faticosi ma ricchi del senso, della sostanza e della speranza senza la quale nessuno di noi potrebbe fare quello che fa. Passati quei primi giorni di settembre, in attesa dell'inizio ufficiale della scuola, quando la mente è ancora altrove ma tu sei già in servizio, passati quei giorni interminabili di riunioni preliminari spesso anche inutili, spesi i a parlarci addosso, nella fatica di rientrare in una routine rassicurante, mentre ti piovono addosso vecchi e nuovi problemi e atavici controsensi della scuola -il registro elettronico e le ore scoperte, i colleghi nuovi e l'orario da costruire- finalmente si va in classe e tutto riprende significato.
Quest'anno, lasciati i miei alunni di terza, che ora la mattina incontro davanti al liceo dove "deposito" i miei figli, già cambiati dopo soli tre mesi, li vedi che già hanno assunto il passo sciolto e un po' ciondolante del liceale "fico", abbandonando per sempre l'aria ancora un po' infantile dello studente delle medie. Fa uno strano effetto guardarli così, mentre inaugurano una nuova sicurezza di sé, e pensare che in questi tre anni proprio tu tante volte li hai rassicurati, aiutati, sgridati, spronati, traghettati verso una nuova fase della loro vita. E' bello.
E intanto io ricomincio un'altra storia con nuovi alunni a me affidati. Incrocio nuove storie.

Luca lo incontravo già lo scorso anno nel corridoio, non si poteva non notarlo specie quando in preda ai suoi "attacchi", mezza scuola gli correva dietro: un paio di volte mi sono trovata a risolvere una situazione critica regalandogli le figurine dei calciatori (nessuna madre degna di questo nome di un figlio maschio può non avere in borsa figurine) che per lui hanno un effetto ipnotico.
Dal Film Anna dei Miracoli
Dal Film Anna dei Miracoli
Non sapevo che quest'anno sarebbe stato a tempo pieno con me.
Luca ha un faccione rubicondo, dove si accendono occhi scuri e curiosi: a 12 anni non sa leggere né scrivere né disegnare né colorare. Ha tempi di attenzione così limitati che si fa appena in tempo a impugnare insieme a lui la matita per tracciare qualche linea, che già la matita vola via non essendo per lui un oggetto interessante. Eppure la mamma, appena mi ha incontrata, ha espresso il desiderio che io insegni a suo figlio a scrivere e a leggere, caricandomi dell'ansia delle sue aspettative e facendomi sentire come "Anna dei miracoli" dell'omonimo film, con la differenza appunto che quello era un film e questa è vita.
In quei primissimi giorni di scuola, confesso di essere stata preda di un momento di sconforto. Che faccio? Dove lo vado a prendere quel bambino, dove sta? Qual è la chiave di accesso che mi permetterà di aiutarlo?

Rifletto, quasi in diretta con questo articolo, in questi giorni. Penso a quali possono essere i suoi punti di forza, è ancora presto, non lo conosco bene. E' affettuoso, ama gli animali, gli piacciono i disegni e i libri pieni di figure, gli piace stare con gli altri. Esco dalla fase "oddio cosa farò" e comincio ad organizzare materiali e strategie, parlo con tutti quelli che lo conoscono, leggo tutte le notizie su di lui e ciò che riguarda il suo disturbo. Mi sento più tranquilla ma ancora un po' sola sotto il peso delle aspettative che "sento" ripongono in me la famiglia e anche i colleghi.
Poi un pomeriggio, dopo una riunione ci fermiamo a chiacchierare con alcune colleghe e la condivisione di pensieri e preoccupazioni fa miracoli. Dal momento che quest'anno abbiamo tanti alunni con problemi comportamentali, ragazzi che debbono reggere il peso fisico e la fatica psicologica di stare sei ore a scuola, e visto che abbiamo creato un bel team di insegnanti di sostegno, mi viene in mente: perché non lavorare in sinergia, trovando per loro un progetto integrato che gli aiuti a "fare" e non solo a "stare", che dia loro il senso di qualcosa da loro vissuto, partecipato e costruito, specialmente per quelli di loro la cui gravità renderebbe difficile anche una valutazione?
Certo, è tutto da valutare, da organizzare, da condividere con gli altri colleghi, ma già solo il fatto di supportarci a vicenda mette nuove ali all'entusiasmo un po' appannato dai "se": nella scuola, specialmente quella media però, la strutturazione oraria e l'organizzazione rendono poco frequenti i momenti di condivisione che invece sono indispensabili quando si lavora con situazioni così problematiche.

E tanto per non annoiarmi, ecco che, a scuola iniziata, nella mia terza di quest'anno, piomba come un fulmine a ciel sereno un ragazzo nuovo, proveniente da una casa famiglia. Un vissuto difficilissimo, niente a che vedere con questi suoi compagni sicuri e protetti dalle famiglie agiate e facoltose. Chiaramente il suo arrivo provoca uno sconquasso totale, scuotendo i sonnacchiosi equilibri finora conquistati. Tutto è diverso in lui. Il modo di vestire, il fluire ininterrotto di parole estremamente colorite e fiorite di un linguaggio, come dire, "alternativo", la scaltrezza alla quale deve essersi abituato per non soccombere. Ma io immagino lo scempio della sua infanzia, il dolore riposto della separazione forzata dalla famiglia, lo smarrimento della solitudine, dell'adattamento, del nuovo e sconosciuto. Ora, dopo due anni, dopo che solo la madre ha seguito una terapia familiare per riacquisire la patria potestà sui figli, C. (lo chiameremo così) è tornato, a casa. Ha un'altra possibilità, altre pagine da scrivere, un nuovo inizio.
E io sono contenta di esserci.

E così, tra questi pensieri sparsi di fine settembre, si insinua il faccione rubicondo di Luca, che dopo una sola settimana mi dice, utilizzando solo verbi e pochissimo altro :"tu non va via ,vero?", o lo sguardo scaltro di C., furbissimo e sfortunato, che mi confida :"a professorè, ma che ingenniere, io da grosso vojo fa er coco". Storie ...

Antonella Crasso, Docente di sostegno scuola secondaria di primo grado, IC Piazza Minucciano Roma
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