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n.55 settembre 2015
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Articolo 'Il cigno e l'ippopotamo'  >>>
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Il cigno e l'ippopotamo
Riflessioni di una maestra in vacanza
di Bono Liliana - Dedicato a te
Ho sempre pensato che l'educazione linguistica includa anche aspetti etici: insegniamo come comunicare e non cosa comunicare, questo è vero.
Ma anche questo è fortemente etico, perché per comunicare un qualsiasi contenuto esso dev'essere chiaro se non altro per te stesso. C'è un punto in cui devi guardarti dentro e riconoscerti, sia che tu voglia comunicare onestamente o che tu voglia ingannare e ingannarti.
Questione di consapevolezza, tanto per non procedere sempre a tastoni, ad occhi bendati.
Si può benissimo adottare un linguaggio evoluto anche per ingannare, ne sono convinta, ma credo che la chiarezza e la semplicità nell'esposizione siano spesso indici, se non di verità, almeno di ricerca di essa.
E come insegnante e come educatrice, la ricerca della verità è fondamentale per me, ed è essenziale per poter parlare di inclusione.

Il linguaggio si va così costruendo, articolando all'interno di un complesso reticolo in cui verità, apertura, onestà, partecipazione e condivisione giocano ruoli fondamentali.

Come maestra ho imparato quanto questo fosse vero, e quanto poco proficuo sia il non rendersene conto, in una bella mattinata di Aprile, quattro anni fa.
Mi ero prefissa di insegnare ai miei piccoli studenti la GN: come si pronuncia, come si scrive, dove si trova, a cosa serve. Perciò avevo disegnato sulla vetusta lavagna un bello staGNo con il canneto intorno, le ranocchie e le ninfee.
Poi, guardando in viso i bambini, domandai tutta convinta che animale potessimo mettervi dentro, a nuotare. Nella mia mente c'era un bellissimo ciGNo, classico dei classici, che già la mia mano andava automaticamente a tracciare sulla lavagna.
Ma non avevo fatto i conti con la realtà, pur essendo essa molto evidente davanti a me, e senza accorgermene stavo scivolando nella prevedibilità e nella rigidità più crassa.
I bambini, alla mia domanda, risposero in coro "l'ippopotamo!" e così io ebbi una fulminea rivelazione su quanto poco mi stessi revisionando e quanto scarsa stesse diventando la mia flessibilità. Fu un appello a guardarmi onestamente, e a parlare con verità.

Scoppiai a ridere, ma di gioia. Ma quanto è bello integrarsi con i bambini?
Nel mio caso significa rinnovarsi ogni cinque anni, immagino i miei processi mentali che lentamente cambiano pelle, come il rivestimento epiteliale di certi animali.
Certo è che ogni giorno ci sono spunti nuovi, se non vuoi dis-integrarti.
Bisogna solo che io stia attenta a coglierli.
A scuola ma non solo, avverto intorno a me come un contorno virtuale permeabile egli altri, una membrana flessibile e morbida in cui accogliere il nuovo di me stessa e il nuovo del mondo.
Finchè farò attenzione a rimanere flessibile, riuscirò ad integrarmi nel nuovo giorno, nei nuovi bambini, nelle indicazioni nazionali, nel mondo e nel cambiamento.
Se mi irrigidirò, ne perderò la capacità.
Se, oltre al cigno, nello stagno non ci metto pure l'ippopotamo, rischio la dis-integrazione di entrambi, e di me stessa.
Ciao a tutti!

di Liliana Bono
Docente scuola primaria "G. Parini", Torino
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