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Numero: 6-febbraio 2009- Anno II   Direttore responsabile Manuela Rosci
Oggi è il giorno: 25 Settembre 2018

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Il gruppo come contenitore e luogo di condivisione
Riconoscere l'alterità dei figli
di Marinelli Paola - Organizzazione Scolastica
L'articolo è tratto dal testo : Gruppi di genitori a conduzione psicodinamica a cura di Fiorella Pezzoli.

"Il principio unificante della tecnica gruppoanalitica è costituito dal favorire la creazione di una rete di comunicazione che si contrapponga agli effetti dell'isolamento."(1) Secondo Foulkes isolamento e sintomo coincidono e la comunicazione è il solo modo per eliminarli. Se, come postulato dalla gruppoanalisi, l'uomo è un essere sociale, i disturbi che hanno avuto origine all'interno del gruppo familiare, possono nuovamente essere esperiti nel gruppo terapeutico ed elaborati attraverso un graduale processo comunicativo che favorisca l'uscita dall'isolamento.
"Poiché la famiglia generalmente si presenta come un disturbo cristallizzato in un sintomo localizzato all'interno di un singolo membro, che la famiglia indica come paziente, (...) le famiglie spesso condividono la visione del bambino come sintomo, oppure possono ritenere che il sintomo risieda all'interno del bambino, come un problema psicosomatico che rende disfunzionale l'intera famiglia".
Per esempio, così come sostenuto da Harold Behr, nel caso di un bambino che presenta episodi ricorrenti di enuresi, la famiglia potrebbe credere che esso sia attribuibile esclusivamente ad un disturbo della vescica e perciò separato da qualsiasi altro problema del bambino e della sua rete.
Una famiglia che invece riconosce che le difficoltà all'interno della relazione di coppia si riflettono sui figli provocando disturbi in altre parti della rete, hanno un livello di comunicazione più integrato. Altre ancora riconoscono che il sintomo è localizzato all'interno della rete familiare e sono pronte ad accettare l'aiuto del terapeuta.
Altre famiglie ancora iniziano la terapia collocando il disturbo nella relazione con il mondo esterno. Il confine tra la famiglia e una rete più ampia, può costituire il centro del disturbo e una terapia efficace può necessitare del coinvolgimento, di individui o istituzioni (per esempio la scuola) nei quali il disturbo si diffonde (Skinner,1971)(2).
Focalizzare l'attenzione sugli specifici vantaggi e svantaggi sociali e individuali, implica pensare i genitori e i loro figli, come individui che condividono le stesse matrici. Nel modello gruppoanalitico, infatti, il gruppo non è solo un dato fenomenologico, ma anche un punto di osservazione privilegiato per riconsiderare il complesso campo della psicologia e dei processi psicodinamici nelle relazioni interpersonali e collettive.(3)

Nella convinzione che solo la scuola pubblica possa essere il luogo, non solo simbolico, in cui si educhi alla cittadinanza, in cui si attenuino le disuguaglianze e si valorizzino tutte le differenze e le diversità, si ritiene che la psicologia possa intervenire utilmente, promuovendo una cultura di gruppo che faciliti la comunicazione tra le componenti scolastiche aiutando le famiglie a divenire coscienti della correlazione tra le difficoltà esistenti all'interno della relazione di coppia i problemi presentati dai figli, favorendo così, anche il processo d'integrazione degli stessi, nonché il loro apprendimento.
Nel testo di Peter Furstenaù (1964), intitolato "Contributo della psicoanalisi della scuola in quanto istituzione"(p 57), (4) è espressamente detto che .... "come per la famiglia, così, la scuola, non può aspettarsi un comportamento perfettamente conforme alle norme dell'organizzazione adatta allo scopo che la ispira, poiché il suo scopo è appunto quello di portare i bambini a tale comportamento attraverso l'educazione. Essa non può supporre all'inizio ciò che non può venire che alla fine".
Tra i processi primari e quelli secondari è inoltre noto che esistono dei legami e una dinamica permanente, nonché delle possibilità di riproduzione e di spostamento, nei gruppi secondari, di meccanismi appartenenti al gruppo primario. E' dunque all'interno dei gruppi di appartenenza e nei loro rapporti che si possono constatare disfunzioni, rotture che turbano l'identificazione, l'individuazione, la socializzazione, la strutturazione di un'identità psicosociale. E' in tale ottica che si colloca l'esperienza di cui si narra, condotta dall'autrice, alcuni anni fa, nell'ambito di una scuola elementare romana, dove lavorava in qualità di docente- psicologo, utilizzata, su un Servizio di Psicologia Scolastica. Tale esperienza fonda le sue radici nella convinzione che utilizzare lo strumento gruppale, quale gruppo secondario di appartenenza, avrebbe permesso di gestire il disagio scolastico, lo svantaggio culturale e la diversità.

La cornice
Va innanzi tutto ricordato che tale progetto d'intervento ha utilizzato il gruppo, quale strumento terapeutico in senso lato, collegato alla dimensione gruppale stessa. (Lo Verso 2002).(5)
L'analisi della domanda che l'utenza poneva riguardava prevalentemente l'area dello svantaggio oltre a quella dell'handicap grave e medio-grave; pertanto il "Progetto Gruppo-Genitori", va situato all'interno della macroprogettualità del Servizio di Psicologia Scolastica, attivato nella scuola, i cui obiettivi prioritari erano quelli di definire le linee guida alla base dell'offerta formativa, in modo tale da privilegiare al contempo, l'individuo ed il gruppo, garantire uguaglianza di opportunità, rispetto e valorizzazione della diversità, gestione delle differenze e prevenzione e/ o contenimento del disagio scolastico.
L'approccio pensato era trasversale: diretto e parallelo ed individuava livelli di coinvolgimento nel problema, spostando l'interesse dal singolo (alunno) al contesto, dalla semplicità alla complessità e chiamando in causa almeno tre elementi fra loro interagenti:

? la scuola con la sua organizzazione e le sue finalità;
? la famiglia con i suoi bisogni e le sue problematiche;
? l'alunno con la sua realtà psico-storica.

La strategia generale che si era scelto di seguire era stata quella della trasversalità degli interventi, ovviamente nel rispetto organizzativo dei singoli contesti specifici. L'individuazione dei soggetti a rischio, teneva conto di variabili riguardanti la famiglia, l'alunno e la rilevazione dei problemi dell'alunno da parte degli insegnanti.
L'intervento si articolava contemporaneamente su sei assi tra loro correlati:

1) l'asse individuale dell'alunno nel quale ad ognuno venivano offerti spazi organizzativi e mentali che favorissero il processo d'individuazione e di crescita psicosociale;
2) l'asse gruppale che individuava nel piccolo gruppo il luogo privilegiato dove poter esprimere conoscenza e cambiamento;
3) l'asse familiare nel quale nasce lo "svantaggio" dell'alunno che poi solitamente si amplifica nell'istituzione scolastica;
4) l'asse docenti che individuava negli insegnanti gli attori privilegiati attraverso i quali è possibile attivare processi di decondizionamento e cambiamento;
5) l'asse intraistituzionale come collaborazione e consulenza agli Organi Collegiali in riferimento alle diverse progettualità della Scuola riguardanti Dispersione Scolastica, educazione alla salute, integrazioni di alunni in situazione di handicap, integrazione di alunni stranieri e minori a rischio;
6) l'asse interistituzionale: collaborazione con il Dirigente Scolastico per la costituzione di progetti in rete, con altre istituzioni come ASL, Municipio, Tribunale dei Minori, Servizi Sociali, altre agenzie educative (scuole, università, cooperative).(6)

Rispetto all'Asse 3, lavorando con docenti e genitori di bambini in latenza, l'autrice si è trovata di fronte a situazioni che evidenziavano sempre più marcatamente, alcuni profondi cambiamenti nella struttura delle famiglie e nei modelli matrimoniali, fenomeni che già da tempo sono giunti all'orizzonte del panorama sociale: si tratta di coabitazione senza matrimonio, di abbandono della monogamia per una sorta di "poligamia diacronica", di figliolanza ridottissima e concentrata nel tempo, di possibile migrazione disgiunta dei coniugi per motivi di lavoro e di conseguenti residenze separate, di separazioni di fatto e/o legale, di "diserzione" di uno dei coniugi, di divorzio, di famiglie mono-genitore, di isolamento;(7) ma anche dinamiche familiari nelle quali "le organizzazioni difensive utilizzate e la spinta a negare le difficoltà, si rivelano già consolidate e a volte molto difficili da affrontare. Situazioni in cui le proiezioni del genitore sul figlio, sono molto potenti e l'organizzazione patologica interna della famiglia si protrae negli anni". Questi genitori sono incapaci di percepire il proprio figlio come separato da se stessi, dai loro bisogni e dai loro desideri. Altri genitori sono solo confusi ed in ansia rispetto alla loro funzione genitoriale, spesso in conflitto come coppia, ma più consapevoli delle difficoltà che attraversano e delle difficoltà del proprio figlio e quindi consapevoli di aver bisogno di un aiuto.(8)
Rispetto all'Asse 6 si decise di coinvolgere, in qualità di co-conduttrice, la Responsabile del Settore Tutela, Salute Mentale, Riabilitazione, Età Evolutiva di zona (T.S.M.R.E.E.), Neuropsichiatria Infantile, che conosceva direttamente, perché in carico al Servizio, le famiglie che si scelse di selezionare per questo Progetto, ed una psicologa, allora specializzanda in psicoterapia della Scuola Coirag di Roma, in qualità di osservatrice silente (all'interno del cerchio), con il compito di stilare una memoria delle sedute. Le conduttrici pur non condividendo la stessa formazione (gruppoanalitica quella di chi scrive, sistemico relazionale quella della neuropsichiatria), erano affiatate per una lunga collaborazione in ambito scolastico, seppur in diversi contesti istituzionali.
Furono individuate sette coppie di genitori di alunni del secondo ciclo della scuola elementare, in tarda latenza, che presentavano prevalentemente gravi disturbi nella sfera emozionale e relazionale, con conseguente ricaduta sia sulla comunicazione che sull'apprendimento: tendenza all'isolamento, disomogeneità delle linee evolutive in alcuni casi; manifestazioni ansiose di tipo depressivo ed eccitatorio; autismo; inibizione, difficoltà nel controllo sfinterico, in altri.
Nei colloqui individuali con le coppie di genitori, a monte dell'esperienza, finalizzate ad acquisire la disponibilità e la condivisione del progetto, emersero le loro difficoltà nell'affrontare i cambiamenti nel rapporto con i figli, sollecitati dalle richieste scolastiche e dal processo evolutivo. "L'universo degli affetti familiari profondi è articolato intorno ad un sistema temporale di dinamiche emotive denominate gruppo familiare. Il gruppo familiare organizza le esperienze dell'ambiente in termini di campo mentale che è la dimensione temporale del sistema identità-ambiente. Le variabili fondamentali del campo mentale sono i valori ed i legami affettivi".(9)
Muovendo da questo presupposto, si pensò quindi alla formazione di un gruppo di genitori, chiuso ed omogeneo, (l'omogeneità era data dal denominatore comune delle problematiche presentate dai figli/alunni della scuola), senza specifiche finalità terapeutiche. Il progetto ipotizzava anche la possibilità di una prosecuzione per l'anno successivo, ma al momento si definì come a termine dal mese di gennaio al mese di giugno, con una frequenza quindicinale per un totale di dodici incontri che si tennero nell'aula magna della scuola, per la durata di un'ora e mezza, dalle 15.00 alle 16.30, ogni seduta.
Gli obiettivi esplicitati furono:

? realizzare la possibilità di condividere esperienze e vissuti comuni;
? superare la vergogna e uscire dall'isolamento;
? rielaborare i conflitti interni, migliorando la relazione e la capacità di prendersi cura del proprio figlio.
La conduzione si pensò come supportiva e facilitante l'interazione; anche il mandato dell'osservatrice era quello di essere prevalentemente silente, ma se coinvolta con qualche domanda, le era consentito non astenersi dal formulare risposte. Ciò al fine di ridurre la persecutorietà della sua presenza.

Il gruppo si ritrovò ogni mercoledì, seduta dopo seduta, fino alla conclusione a ridosso delle vacanze estive. Quasi tutti i partecipanti, più o meno apertamente, manifestarono il dispiacere per la conclusione degli incontri. In particolare una mamma, evidenziò come, nel momento in cui si erano affezionate, il gruppo dovesse finire. Un'altra invece un po' titubante confessò che lei aveva vissuto come un obbligo il venire in gruppo, anche se gli riconosceva un valore legato al confronto. Un'altra ancora, dopo le prime sedute, non venne più a causa di un periodo lavorativo molto intenso; si seppe più tardi dalla stessa, che il confronto con genitori i cui figli presentavano problemi così gravi, l'aveva infastidita.
Tutti furono concordi nell'esprimere il dispiacere per la mancanza degli altri componenti del gruppo previsti e mai visti e sull'esigenza di estendere ad altri genitori l'iniziativa.
Si condivise l'importanza di un gruppo più numeroso, ma si evidenziò anche, che faceva parte del progetto iniziale rivolgere l'esperienza ad un numero limitato di genitori. Si restituì al gruppo il valore propedeutico di questo primo ciclo di incontri che aveva permesso l'emersione di tematiche importanti quali la difficoltà di separarsi dai propri figli e il tema dell'autonomia. Si rilevò altresì, come la difficoltà iniziale a "trovarsi e a confrontarsi" fosse esitata gradualmente in una dimensione gruppale che aveva permesso di recuperare, attraverso l'elaborazione dei vissuti del momento, il riconoscimento della possibilità di un cambiamento nelle relazioni familiari permettendo anche di affrontare le problematiche relative a questa fase della vita dei propri figli.
Questa esperienza, con tutti i limiti impliciti alla sua transitorietà e breve durata (l'anno successivo non fu possibile proseguirla a causa di cambiamenti istituzionali), ci è sembrata particolarmente importante in quanto, utilizzando una modalità di accoglienza contenitiva e flessibile ha consentito la ricerca di senso e la riflessione dei loro genitori su alcuni temi centrali nella vita emotiva dei figli in un periodo, tarda latenza, così delicato. Quando cioè si riscontra maggiormente "l'incastro patologico" tra le proiezioni dei genitori e le difficoltà del bambino ad esplorare il suo mondo interno.(17)
Il processo di rispecchiamento, attivato dal gruppo, ha permesso l'introduzione di un vertice di conoscenza dello scenario familiare, proponendosi come luogo terzo rispetto alla coppia genitori figlio, dando un senso, e quindi un'interpretazione, delle relazioni stesse. Il gruppo, inoltre, assumendo gradualmente la funzione di contenitore, ha consentito la comprensione degli aspetti rudimentali ed emotivi connessi al funzionamento della personalità, assumendoli su di sé e permettendone un' iniziale elaborazione.
Possiamo ipotizzare che questo gruppo, assumendo simbolicamente una funzione paterna, abbia consentito "la pensabilità" della necessità di elaborare la separazione madre figlio e, collocandosi come un gruppo di appartenenza secondario, abbia avuto una funzione di socializzazione e d'interiorizzazione delle norme e dei valori, fungendo da contenitore di spazio transizionale e di figure identificatorie.(18)

Paola Marinelli, Psicologa Coordinatore Area Psicologia Scolastica - Ordine Psicologi del Lazio

Note:
(1) Harold Behr La gruppanalisi e le famiglie in "La psyche e il mondo sociale"pag177
(2) Skinner, A.C.R.The minimum sufficient network. Social Work Today, pp 9-28 cit. in "La psyche e il mondo sociale"
(3) D.Brown, L.Zinkin a cura di "La psiche e il mondo sociale"
(4) Citato da J.P.Vidal in "L'istituzione e le istituzioni" pp 207-209
(5) F.Di Maria, G.Lo Verso a cura di "Gruppi"
(6) P.Marinelli "Disagio e disadattamento scolastico: una lettura e un intervento in chiave gruppoanalitica" in Quaderni di Psicoterapia di Gruppo, n°2 Famiglia, giovani e scuola.
(7) Cfr.Relazione dr.ssa C.Saraceno "Economia delle famiglie" tenutasi al Convegno del CGD di Castiglioncello, 1998
(8) C.Fabro, E.Fondi, N.Lana,C.Lombardo, E.Quagliata in "Uno spazio per i genitori" N.Neri e S.Latmiral a cura di, pp105-110
(9) R.Menarini, C.Amaro "La famiglia" in Quaderni di Psicoterapia di Gruppo, n°2 Famiglia, giovani e scuola.
(17) op.cit pag.140
(18) Rouchy J.C. Dall'interculturale al transculturale Rivista Gruppi Il giornale delle COIRAG vol.2 F.Angeli, Milano 2002
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