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n. 51 marzo 2015
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Il luogo comune non è il luogo di tutti
Incontro con Luciana Romoli ex staffetta partigiana
di Melchiorre Simonetta - Didattica Laboratoriale
Ho incontrato Luciana in occasione della giornata della memoria. E' stata una splendida proposta di Chiara Ingrao, la scrittrice del libro "Habiba la Magica". Ho accettato con entusiasmo, non potevo assolutamente farmi sfuggire l'occasione di invitare nella nostra scuola una testimone delle leggi razziali e dello scempio che portarono con sé, è un evento sempre più raro, desideravo che i miei bambini potessero incontrare "la storia" di persona. Così ho coinvolto le classi quinte della scuola primaria e le classi terze della scuola media.

E' stato un grande privilegio ed una emozione fortissima, per noi tutti, insegnanti e alunni!

Luciana è una donna eccezionale e non solo per come ha condotto la sua vita, fin dall'infanzia, ma anche per le capacità comunicative che traspirano da ogni suo gesto, da ogni singola parola e dalla passione con la quale narra la sua vita: mentre parla lei è qui nel presente accanto ai suoi ascoltatori, ma è anche lì in quei luoghi di dolore e di terrore.

Mi ha colpito, ingenuamente forse, proprio il fatto che mentre narrava della sua compagna di classe Deborah e delle ingiustizie di cui è stata testimone, lei era ancora là in quella sofferenza, in quella rabbia con la stessa intensità di allora.

"La mia compagna di banco Deborah era ebrea. Purtroppo erano state emanate le leggi razziali, che cacciavano gli ebrei dalle scuole e da tutti i posti di lavoro, compreso l'insegnamento. Un giorno, poco tempo dopo l'inizio dell'anno scolastico, in classe non c'era la nostra maestra, ma una supplente mai vista prima. Dopo la preghiera ed il "saluto al duce", che era d'obbligo, ha fatto l'appello disponendo che ogni bambina chiamata si alzasse in piedi: "Voglio conoscervi". Arrivata a Deborah, le disse di non sedersi: la mia compagna, in piedi vicino a me tremava, mi accostai a lei, le presi la mano e gliela strinsi per tutto il tempo. Finito l'appello l'insegnante venne verso di noi e disse: "Da domani tu non verrai più a scuola". Poi con voce alterata spiegò chi erano gli ebrei: sporchi, ladri, falsi e molte altre parole offensive. Con brutte maniere ha trascinato Deborah sotto la finestra, dove ha legato le sue lunghe trecce; rivolgendosi alla classe disse: "Prendete il quaderno a righe e scrivete dei pensierini sui maledetti ebrei". Dopo un momento d'angoscia, incredulità ed assoluto silenzio tutte noi bambine ci siamo ribellate: la maestra è stata picchiata, graffiata e fatta cadere. Deborah era in classe con noi da tre anni e non potevamo accettare che quello fosse il suo ultimo giorno di scuola. Due bambine hanno spinto la cattedra sotto la finestra, ci sono salite ed hanno sciolto le trecce di Deborah, liberandola. Nonostante il baccano, nessuna delle maestre delle classi vicine è intervenuta.
La mattina dopo insieme a mia sorella Adriana, che faceva la quinta, ed altri bambini abbiamo messo nelle cartelle dei ragazzi di ogni classe un volantino contro le leggi razziali, che avevamo scritto con l'aiuto di mio padre. Risultato: io e mia sorella siamo state espulse da "tutte le scuole del regno". Ricordo che nel mio quartiere l'edificio scolastico non c'era, l'avevano ricavato dai locali destinati a negozio. Le finestre erano molto basse, con Adriana ogni giorno andavamo ad ascoltare le lezioni, faceva freddo, sotto la pioggia, il vento ci portava via gli ombrelli e i quaderni si bagnavano, ci faceva resistere solo la speranza che la direttrice si commuovesse e ci riammettesse. Questo non avvenne; non andare più a scuola fu per me un'ingiustizia, inaccettabile, al punto che ho tentato d'impiccarmi, ma mia nonna mi ha salvato dal suicidio.
Da parte delle nostre compagne di classe ci fu una gara di solidarietà: per due anni ci hanno portato i compiti, che svolgevo insieme a Deborah, perché abitavamo nello stesso palazzo."



Divenne una staffetta della Resistenza sotto il significativo nome "Luce", lei che era la più piccola, aveva l'incarico di andare a prendere i chiodi a tre punte che sarebbero serviti a squarciare le gomme dei blindati nemici.

L'intensità del suo racconto, ci è arrivata dritta al cuore, non potevamo fare finta di nulla, persino i ragazzi di terza media, che solitamente tendono a camuffare le emozioni "imbarazzanti" dietro battute e sorrisini, erano lì in ascolto, attenti e con il nodo alla gola.

Avevo lavorato con i miei alunni di quinta sull'importanza della memoria, sul perché eventi tanto atroci andassero ricordati invece che rimossi, come facciamo normalmente con tutto ciò che ci ferisce, che non ci piace, che ci fa male. Siamo partiti dalla riflessione sui luoghi comuni, così presenti nella nostra esistenza di tutti i giorni, fin da quando siamo piccoli e che ci sembrano così innocui. Ho cercato di far capire loro quanto questi "inoffensivi e innocenti" luoghi comuni possano ferire prima di tutto chi ne è vittima e quanto possano essere la concausa di discriminazioni e ingiustizie, se non ci accorgiamo di esserne "portatori sani e inconsapevoli".

Abbiamo iniziato parlando di come i maschi vedono le femmine, i pensieri ordinari che vengono fatti su di loro nel nostro parlare quotidiano, "sono superficiali", "sono vanitose", "sono pettegole", "pensano solo ai vestiti", per arrivare a come le bambine invece vedono i maschi, come parlano di loro, "sono violenti, fanno sempre la lotta", "non sono gentili", "pensano sempre al calcio". Alla domanda: "Vi sentite cosi?" è emersa chiaramente l'ingiustizia e la superficialità di queste affermazioni, "Noi non siamo solo questo". Sono emerse nelle nostre discussioni anche altri luoghi comuni, provenienti dal mondo degli adulti: "Ho paura degli zingari, sono vicino casa mia, sono ladri...". E' stato importante renderli consapevoli che è anche da questo pensare comune che nascono le ingiustizie, le diffamazioni, le persecuzioni di cui sono stati vittime gli ebrei così gli omosessuali e i portatori di handicap nel corso della seconda guerra mondiale. Ovviamente un argomento così delicato e profondo non può esaurirsi in pochi incontri ma iniziare è importante, il rischio che si pensi che a noi non può accadere, che noi siamo fuori da un pensare non inclusivo e crudele, è sempre lì e forse è il pensiero più pericoloso.

Abbiamo costruito un piccolo libro contenente disegni, poesie e brevi riflessioni dei bambini e lo abbiamo donato a "Luce", per ringraziarla di aver avuto il coraggio di lottare perché noi potessimo vivere in un mondo migliore e per la passione e il desiderio, non comuni, che dedica all' incontro con i bambini e i ragazzi nelle scuole.

Da questa poesia di una mia alunna, traspare l'identificazione con ciò che "Luce" ci ha raccontato, segno che è riuscita a coinvolgerci così tanto da suscitare un sentimento che sembra morto oramai: la fratellanza, ciò che umilia, offende, uccide un essere umano, diventa anche il mio dolore.


La mia lettera immaginaria come se fossi un'ebrea in un campo di concentramento
Pensavo che la morte fosse la cosa peggiore di tutte finché non mi hanno portato qui, ai campi di concentramento, non avere un nome, non avere nessun diritto, sai solo di essere un numero come tutte le altre persone che vedi morire davanti ai tuoi occhi, e non puoi fare niente per aiutarle.
Ogni mattina spero di non morire e ogni sera penso "guarda, sono riuscita a sopravvivere anche oggi!" mi salva solo il ricordo della mia famiglia che è riuscita a scappare prima che arrivassero i nazisti.
Matilde G.



Grazie Luciana, i miei bambini ed io non ti dimenticheremo!



Simonetta Melchiorre docente dell'I.C. V.le Adriatico di Roma e Art-counselor
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