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n.13 maggio 2011
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Il nostro laboratorio di teatro didattico è andato in scena
Considerazioni finali di un percorso lungo cinque anni
di Paci Lucia Giovanna - Didattica Laboratoriale
Il teatro è sangue! (...) Il teatro didattico è fare 'vera scuola' ogni giorno - è "un'esperienza irrinunciabile per il sistema scuola e per le persone che lo abitano, per la sua straordinaria valenza formativa: una sociologia dell'essere che nasce come scoperta di se stessi e, con il contributo della creatività, si eleva come slancio vitale che sprigiona in ogni attore del gioco il desiderio di realizzare qualcosa che è 'per sempre'" scrive Marianna Traversetti da queste pagine, in diversi articoli e quante volte noi genitori abbiamo sentito queste parole, dalla sua viva e appassionata voce, alle assemblee di classe e in molte altre occasioni, quante volte si è ribellata e quasi offesa perché qualcuno aveva definito 'recita' la rappresentazione teatrale appena svolta, come il maestro Stefano ha fatto ieri sera, per stuzzicarla!

Devo confessare che nei cinque anni di convivenza con questo 'tema', noi genitori abbiamo faticato non poco ad accettare fiduciosamente che fosse questo il teatro didattico e che era per la sua valenza che i nostri bambini lo sperimentavano.
Le energie messe ogni volta in campo erano così impegnative e totalitarie che, in corsa, accecavano l'intelletto dei più, lasciando prevalere l'istinto di protezione e le emozioni di varia natura, per cui le lamentele e le incomprensioni non sono mancate. Chi 'protestava' perché, almeno nei mesi di fitte e quotidiane prove, levava spazio alle materie tradizionali; chi per lo stress emotivo creato ai bambini e conseguente a quello delle insegnanti che, tese a ottenere il massimo, diventavano ancora più esigenti e per questo spesso poco sopportabili dai bambini stessi; chi non capiva il criterio con cui venissero assegnate le parti ed era scontento del fatto che il proprio figlio avesse sempre ruoli marginali, da comparsa.

Non posso negare che anche io su quest'ultimo aspetto mi sia più volte interrogata e mi sia costretta a non ragionare di pancia ma di testa. Benedetta è una ragazzina timida, che introietta molto ma esprime molto meno, non si 'butta', non si propone e, nel corso di questi cinque anni, le sono stati affidati ruoli poco di spessore, da comparsa. Al di là del piacere naturale che ogni genitore prova nell'apprezzare un figlio che si espone agli altri e che, inutile negarlo, ti inorgoglisce maggiormente quando questo lo mette tanto in evidenza, ho più volte pensato che avrebbe fatto bene a mia figlia misurarsi con una parte di spicco, per poter superare se stessa e le sue difficoltà, anche in considerazione del fatto che, nonostante la sua naturale ritrosia, ogni volta la sua delusione di fronte alla necessità di giocare un ruolo ancora una volta marginale era sempre grande.

Parlandone con le insegnanti, però, queste mi hanno aiutata a considerare che :

- il teatro è un gioco di squadra, dove ciò che conta non è l'elemento singolo, ma il tutto, quindi non conta quanto dici o quanto fai ma come concorri a far funzionare questo tutto. Un bambino, allora, può dire anche tre battute, ma giocarsi la sua parte sulla mimica o sull'intonazione o sulla dizione, magari sull'abbigliamento e, pertanto, diventare quel quid fondamentale senza il quale la rappresentazione non sarebbe più la stessa. Il concetto di lavoro di squadra è fondamentale nell'educazione al gruppo e alla comunità: rispettarsi, aspettarsi, dare spazio e tempo... Quale adulto lo sa fare?

- il teatro è scoperta di sé, uscita da sé, educazione di sé. Impersonando qualcun altro, un bambino esce da se stesso ma nello stesso tempo si scopre, perché si misura e, proprio come un sarto prende le misure per fare un abito, egli si regola su quello che va bene a sé e fin dove è disposto ad arrivare. Quante volte ho detto a mia figlia: "ma se non ti va di avere questa parte e vorresti fare di più, perché non ti metti in gioco e in discussione e affronti la cosa con le maestre, in totale libertà e autonomia, tra l'altro, perché io non mi sogno certo di farlo al posto tuo?" E quante volte lei ha rinunciato, perché in fondo sapeva che il suo limite non le avrebbe consentito di spingersi così tanto oltre, ma che all'interno del suo ruolo avrebbe più facilmente e sicuramente trovato il suo equilibrio? Lei, così, si è esplorata e ha preso coscienza di sé, compiendo un processo di maturazione importante, proprio di quelli che restano, appunto, 'per sempre'.

- Il teatro, proprio in quanto TUTTO, non si ferma alla pura e semplice drammatizzazione, ma è anche scrittura, balletti, canzoni, costumi, scenografie, e la messa in scena presuppone anche l'organizzazione e la cura, prima preventiva poi durante l'esecuzione, dei tempi di scena, che devono essere debitamente orchestrati e di cui ci si deve fare carico. All'interno di questi mille altri elementi, dunque, ciascuno può trovare quello che gli si confà di più e, in questo, magari buttarsi a capofitto, laddove la sua parte strettamente recitativa sia minore o meno.

Con queste considerazioni ben chiare in mente sono andata ad assistere a Renzo e Lucia...Annessi e Connessi. La storia di due sposi più o meno promessi, rappresentato da La formidabile gang, di cui fa parte mia figlia Benedetta.
Mi sono commossa, innanzitutto, e ho visto il nostro teatro didattico in scena, proprio in tutta la sua complessità e interezza!
Uno spettacolo maturo, orchestrato, corale, dove devo proprio dire ho fatto fatica a trovare un ruolo che fosse primario rispetto agli altri (ho pensato più volte durante la sera, per esempio, che quasi fossero protagoniste le voci narranti di Giorgia, Elena, Valentina e Sara, che 'cucivano' le scene, riempiendo col narrato ciò che non era possibile rappresentare, per quanto mi sono piaciute e per quanto le ho ritenute immancabili!).
Alcuni ragazzini sono stati delle simpatiche conferme - su tutti Francesca, Marco e Daniele - ma altri delle piacevoli scoperte - Matteo, Lorenzo, Gaia, che con incredibile carattere ha recitato con ironia, compostezza e grande professionalità, nonostante i segni addosso di un bruttissimo incidente! Mia figlia, con la sua parte da spalla, mi è sembrata perfetta: garbata, naturale, equilibrata, nelle parole come nella gestualità, e come lei tanti altri bambini protagonisti di piccoli momenti, ma soprattutto mi è piaciuta enormemente nei balletti, come tutte le sue amiche! Sembravano delle vere ballerine: movimenti da professioniste, sincronismo, affiatamento, tutte!

Guardavo Benedetta e mi sembrava che avesse fatto sempre quello nella sua vita e, sapendo come ama la musica, ho pensato che effettivamente in questo il teatro l'avesse aiutata a chiarire la sua propensione, che se non è nella recitazione pura, si esprime nella musicalità corporea. Quanto sono stata fiera e quanto mi sono piaciute queste ragazze nel loro essere gruppo!
E poi Anna! Una bambina timida e introversa, con il dono innato di una voce incantevole, che ha scoperto grazie al teatro un vero talento da coltivare e un mezzo per esprimersi e trasformarsi, ha aperto lo spettacolo con un canto vibrante, che ha emozionato la platea...anche lei nel 'recitato' aveva una particina piccola, ma che contributo, il suo, alla rappresentazione del tutto!
Per non parlare di Luca! Poco più che comparsa, ma azzeccatissima, il suo Gervaso, ma quale insostituibile apporto il suo, dalla regia, nell'esecuzione della scaletta, delle entrate, delle musiche, dei tempi! Chissà che anche lui non abbia scoperto una vocazione di fonico o di assistente alla regia! Anche questo è teatro!
Quante scene, poi, affidate solo al lirismo della narrazione, con i personaggi in scena, primari o secondari, a fare da sfondo collettivo, muti, in rispettoso silenzio: l'Addio monti, il racconto della peste e dell'episodio della mamma di Cecilia! Che emozione, che grande compostezza e compenetrazione di quei piccoli grandi attori!

"Perché noi siamo una squadra e ce la possiamo fare" è stato il tormentone, filo conduttore di tutta la rappresentazione, preso in prestito, scimmiottandolo, dal Morandi conduttore del festival di Sanremo, ma già motto, nella sostanza, delle maestre e base fondante della loro idea di laboratorio teatrale didattico. Sì, confermo e si è visto, in senso oggettivo e non personale, dal momento che ho raccolto i commenti positivi di chi è venuto a vedere lo spettacolo da esterno e da questo, soprattutto, è stato impressionato! Una squadra dove ogni elemento è indispensabile e dove il singolo è protagonista del tutto a cui contribuisce, proprio per il fatto che senza di lui questo tutto non esisterebbe in quella misura, quindi dove il singolo è così prezioso che è giusto che alla fine venga citato col suo nome e cognome.

Non è così scontato che questo avvenga negli spettacoli delle scuole!
Ho assistito a rappresentazioni dove non solo venivano messi in evidenza solo tre o quattro bambini più bravi, con gli altri a fare da sfondo, ma dove, alla fine, solo quei bambini venivano presentati con nome e cognome, come se gli altri neanche ci fossero stati! I nomi dei nostri bambini, invece, sono scorsi sul fondale, al termine dello spettacolo, uno ad uno, ma, inoltre, essi stessi hanno chiesto, come era stato fatto in passato, di essere gratificati con la possibilità di presentarsi personalmente e così hanno fatto, con fierezza, appartenenza ed emozione, i primari e i secondari, i ballerini e i cantanti, i narratori e i tecnici.

Scoperta di sé -scriveva Marianna- delle proprie potenzialità, dei propri limiti, delle vocazioni, del proprio carattere, cammino verso l'autostima e la fiducia in se stessi; gioco di squadra -ci hanno sempre ripetuto- scoperta dell'altro, del mondo fuori da noi, con le sue regole, la sua diversità, i suoi tempi e i suoi meccanismi: davvero il teatro didattico ha dato la possibilità ai nostri bambini di realizzare qualcosa che è 'per sempre'!

Lucia Giovanna Paci, genitore
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