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Numero: 6-febbraio 2009- Anno II   Direttore responsabile Manuela Rosci
Oggi è il giorno: 17 Novembre 2018

Pubblicato da Sysform Promozione di Sistemi Formativi

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Articolo 'Il patto di Corresponsabilità ... >>>
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Il patto di Corresponsabilità Educativa
È solo un bellissimo neologismo vuoto o qualcosa di possibile?
di Paci Lucia Giovanna - Emergenza scuola
Negli ultimi giorni, i fatti di cronaca "sociale" e quelli di cronaca "personale" hanno suscitato in me una serie di riflessioni sui ruoli delle varie figure educative della società, genitori e professori in testa, e sulle reali possibilità di intervento comune in questo difficile e delicato ambito.
Avendo quattro figli in età diverse, che abbracciano i tre cicli scolastici, il mio osservatorio è ampio e il discorso in merito deve allargarsi necessariamente, diventando così forse troppo lungo e complesso.
Quest'anno, i miei due figli delle medie mi hanno portato da firmare un "patto di corresponsabilità educativa", in cui "la scuola s'impegna a offrire un ambiente sereno, sicuro e favorevole alla crescita integrale della persona e con un servizio educativo-didattico di qualità...", in cui "gli alunni s'impegnano a essere educati, rispettare il personale docente e non docente, i compagni.." e in cui, infine, "la famiglia s'impegna a valorizzare e rispettare l'istruzione scolastica, instaurando un positivo clima di dialogo, nel rispetto delle indicazioni educative e didattiche..".

Il bisogno di mettere nero su bianco tali elementari principi fondanti dell'ambito scolastico, già di per sé, la dice lunga sull'"emergenza educativa", per dirla con il Papa, di questa nostra società, che ha bisogno di verbalizzare e contrattare codici di comportamento che fino a non molto tempo fa si respiravano nell'aria, si davano ai bambini col latte della mamma e che vedevano tutte le forze sociali unite nel trasmetterli non verbalmente.

La Famiglia, oggi, è sempre meno una forza; impreparata, fragile, distratta se non addirittura assente, è malamente protettiva nei confronti di figli che vengono sempre meno responsabilizzati e sempre più protetti dalle sofferenze e dai fallimenti, che, se elaborati, sarebbero occasioni di crescita sana.
La Scuola non è più un punto di riferimento e non offre più modelli né etici né culturali. Ho avuto una madre insegnante di scuola media che ha saputo essere modello a tal punto che una sua alunna l'ha citata in una tesi di laurea, che passava le sue giornate con le sue colleghe a studiare, a interrogarsi, ad apprendere nuovi linguaggi, a emozionarsi per i percorsi di crescita dei suoi ragazzi. Dove sono finiti oggi gli studi sulle metodologie, sui nuovi linguaggi, le analisi sociologiche, le motivazioni?
Le altre forze istituzionali, poi, sono latitanti o poco incisive.

Queste sono necessariamente delle generalizzazioni, necessarie perché creano un clima generale, in cui ovviamente si inseriscono le individualità e le eccezioni; se non si contestualizza non si può capire perché chi è fuori da queste logiche abbia così tante difficoltà ad agire. Io come genitore mi interrogo di continuo su quale deve essere il mio ruolo. Una volta un semplice pretino di campagna mi disse che il mestiere dell'educatore è il più difficile perché "educare vuol dire coniugare verità e amore" e trovo che sia sacrosanto, tanto per usare un termine che mi fa rimanere in quel contesto, ma è pure ciò che si è perso oggi.
Io lo faccio questo? A me sembra che noi genitori abbiamo smesso di trasmettere verità, lasciando dell'amore forme non sempre salutari; a scuola, soprattutto nei due cicli superiori, i professori continuano a tentare di trasmettere verità, ma sembrano avere perso di vista l'amore per i ragazzi e per la propria missione di educatori. Dovremmo cercare da tutte le parti di ristabilire un giusto equilibrio tra libertà e disciplina . Lo dico sempre ai miei figli, senza regole di comportamento e di vita, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, non si forma il carattere che permette di affrontare le prove che non mancheranno in futuro, e non si forma il senso critico, che poi ci aiuta a scegliere mettendo in pratica la nostra libertà.
Non è facile lasciarli andare o sbagliare, ma dobbiamo accettare il rischio della libertà nei nostri ragazzi, rimanendo vigili per guidare, correggere, razionalizzare, senza assecondare gli errori e senza condividerli, se errori sono.
Per far questo, però, dobbiamo essere autorevoli e credibili. Che vuol dire essenzialmente? Per esercitare autorità ed essere autorevole devo avere innanzitutto esperienza e competenza, sia a casa sia a scuola, ma soprattutto devo essere coerente nella mia vita e nei miei comportamenti e devo essere coinvolto, sul piano dei sentimenti, della partecipazione .

Riflettendo su questi argomenti sono incappata su Youtube, in un'intervista di Umberto Galimberti,a proposito del suo ultimo libro "L'ospite inquietante", in cui dà delle risposte a questo tema, "sistemandole" a livello filosofico. Il problema dei giovani, specie degli adolescenti, oggi è, secondo lui, il nichilismo culturale, non psicologico, l'assenza di valori, di riferimenti, di orientamento, che si traducono in un'assenza di futuro che, non essendo più visibile nella sua progettualità, che fa sì che i ragazzi si raccolgano nell'assoluto presente, sfruttandolo al massimo nell'attimo che fugge, ma che non si impegnino. Inoltre, i ragazzi soffrono, secondo Galimberti, di un analfabetismo emotivo: conoscono le passioni, le pulsioni, le esercitano ma non conoscono i sentimenti, non sanno nominare né gestire i sentimenti, per una carenza di linguaggio emotivo, che crea proprio una sorta di afasia a livello delle emozioni.
Jacopo, mio figlio, è la prova di questo: si vergogna di sé, ha paura di provare interessi, curiosità, passioni, come se ne fosse colpevole e se con la santa pazienza lo tranquillizzi e lo inciti a tirarsi fuori, ti cascano le braccia per la sua incapacità di dare corpo alle sue emozioni, non dico di analizzarle o motivarle, proprio solo di raccontarle!
I ragazzi, allora o invece, conclude Galimberti, dovrebbero essere fatti incuriosire delle proprie capacità, delle proprie virtù, perché si possano innamorare di sé, appassionare di sé, imparando così l'arte del vivere, attraverso una ricerca di sé a tutto tondo.
Mi viene spontaneo dire, però, che per guidarli in questo processo anche noi adulti educatori dovremmo smettere di essere afasici sul piano emotivo e dovremmo metterci in gioco sul piano dei sentimenti , in un rapporto di verità, di confronto, di ascolto e di scambio.
Mettersi in gioco, però, è faticoso, vuol dire poter riconoscere di essere fallibili, vuol dire farsi coinvolgere, vuol dire dover provare amore verso i ragazzi e verso il proprio ruolo e la propria missione. Gli occhi di mia madre s'inumidiscono e la voce si carica di emozione ancora oggi quando scopre una crescita, magari solo di uno dei suoi nipoti. Una professoressa di mio figlio Luca, invece, ha avuto il coraggio di dire a una madre, che non si ricordava di sua figlia e del suo nome, perché lei la ricordava come numero 10!

Oggi ci si estranea, ci si spersonalizza e si pensa solo che per ripristinare i ruoli ci voglia il rigore, la severità, la punizione, la verità svuotata dall'amore. E allora giù minacce, punizioni collettive, improvvisazioni, senza un progetto, senza accordo.
Stamattina, per caso, ho preso in mano il "poffino" della scuola elementare, come chiamiamo in gergo il documento del Piano dell'Offerta formativa della scuola e ho letto:" La scuola ha bisogno di stabilire con i genitori rapporti non episodici e dettati dall'emergenza, ma costruiti dentro un progetto educativo condiviso e continuo". Beh, forse, il fine è lo stesso del "patto di corresponsabilità" della scuola media, ma mi piace molto di più, nel tono, nella sottolineatura di un bisogno vero.
E alla scuola elementare, infatti, ancora accade di essere forze in sinergia e di far parte di un progetto condiviso. Anche gli occhi di Marianna brillano, la voce si gasa e perfino il corpo si infervora quando dice: "ma hai visto che è riuscita a fare tua figlia!". Benedetta, però, poi andrà alle medie e poi alle superiori.
Lì, con lei come con i suoi fratelli, io come genitore sarò sola, perché lì, ahimé, il patto di corresponsabilità educativa non esiste...!

Lucia Giovanna Paci genitore nel IV Municipio di Roma
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