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n.57 novembre 2015
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Il Piano Didattico Personalizzato
Frutto di un lavoro condiviso e opportunità per un dialogo costruttivo
di Pellegrino Marco - Inclusione Scolastica
Secondo quanto stabilito dalla Circolare Ministeriale n.8 del 2013, che segue la Direttiva Ministeriale del dicembre 2012, è compito doveroso dei Consigli di classe o dei team docenti nelle scuole primarie indicare in quali casi sia opportuna e necessaria l'adozione di una personalizzazione della didattica ed eventualmente di misure compensative o dispensative, nella prospettiva di una presa in carico globale e inclusiva di tutti gli alunni.

La Scuola dunque è chiamata a predisporre dei piani didattici non conseguentemente all'individuazione di un bisogno educativo speciale, perché tale documento è parte integrante e contestuale di esso. Come si spiega nel testo curato da Ianes e da Cramerotti, Alunni con BES, edito da Erickson (Trento, 2013) "la Scuola non è chiamata identificare gli alunni con BES ma quelli che hanno bisogno di una personalizzazione, definita in un PDP. Pertanto il PDP non è una conseguenza di questo riconoscimento come per le disabilità o per i DSA, ma parte integrante dell'identificazione della situazione di bisogno": Questo alunno ha un BES perché secondo la scuola ha bisogno di un PDP. La scuola struttura autonomamente il documento in base alle necessità, compilando una serie di sezioni previste, nel modo più confacente alle esigenze emerse, alle criticità e ai punti di forza.

Le parole "compito" e "doveroso", contenute all'interno della Circolare Ministeriale sopra citata, portano l'attenzione sul concetto di impegno, percepito spesso gravoso dai docenti, che si aggiunge a tutti gli altri già previsti.
È importante però considerare il Piano Didattico da altri punti di vista, ad esempio quello operativo e quello collaborativo.

Il Piano è uno strumento di lavoro a tutti gli effetti che ha lo scopo di definire, monitorare, documentare e raccogliere le strategie di intervento più adeguate e i criteri di valutazione degli apprendimenti, ed è il frutto di un'elaborazione collegiale, corresponsabile e condivisa (Ianes, Cramerotti, 2013). Se viene considerato come il quadro riassuntivo del lavoro di osservazione e la fotografia dell'intervento educativo-didattico realizzato in un arco di tempo, spesso coincidente con la prima parte dell'anno scolastico, si comprende che l'impegno da "profondere" per la stesura materiale e formale è limitato a poche ore.
Il P.D.P. è il frutto e non il seme, è una casa da riordinare e non un palazzo da costruire, ancora senza fondamenta. Una volta raccolto il frutto e riordinato la casa, però, rimangono attivi la cura, il monitoraggio e la verifica della funzionalità dei contenuti, nel rispetto della flessibilità e della reale utilizzabilità dello strumento.
Oltre a questo aspetto operativo, è necessario considerare anche quello della collaborazione, in quanto il P.D.P. rappresenta un'opportunità di dialogo costruttivo tra le parti, le quali si confrontano per giungere alla compilazione del documento e si impegnano a sottoscriverlo, assumendosene la responsabilità e condividendo le proposte di lavoro da attuare nei vari ambienti di crescita dell'alunno.
Spesso ci si chiede se la famiglia sarà d'accordo, se accetterà il responso, se condividerà quanto espresso e scritto, se comprenderà il messaggio. Sarebbe il caso di riformulare la domanda: PERCHÉ NON DOVREBBE ACCOGLIERE?

Il P.D.P. non certifica, non etichetta, non bolla a vita l'alunno, non individua nessuna patologia, ma testimonia il fatto che, sulla base di valutazioni pedagogico-didattiche, necessita di "strumenti" utili a rendere il suo percorso di formazione più sereno, più adeguato alle caratteristiche personali e apprendimentali e che gli consentono di raggiungere a pieno le competenze richieste, tra cui quella di divenire un cittadino consapevole delle proprie possibilità e anche dei propri limiti.
Il PDP è il frutto, inoltre, delle relazioni che si sono precedentemente costituite e costruite, sia con la famiglia che con le eventuali figure esterne alla scuola, che dovranno continuare a mantenersi vive, per il bene dell'alunno che si trova al centro, e alle quali bisognerà attribuire un significato ed uno scopo.

Il colloquio con le famiglie rappresenta sempre uno strumento didattico e non diagnostico, a maggior ragione in questo caso, e deve essere inteso come processo di interazione, come scambio verbale, da cui si genera qualcosa di nuovo e di condiviso (colloquio, dal latino colloqui, composta da cum e loqui, "parlare insieme").
Sicuramente un buon approccio con i genitori degli allievi può favorire cooperazione, azioni d'intesa sul piano degli interventi educativi, prevenzione di fraintendimenti e di disagi (Quaglia, Longobardi, Il colloquio didattico, Erickson, 2011).
Durante gli incontri con le famiglie, informali o formali che siano, e soprattutto durante quelli che coincidono con l'approvazione dei contenuti del P.D.P, è importante riconoscere ai genitori l'importanza che rivestono nel processo di apprendimento del proprio figlio; la convocazione di un incontro ufficiale è già di per sé la prova dell'interesse posto al percorso dell'alunno da parte della scuola.

L'appuntamento tra Scuola e famiglia, in cui siano indicati un'ora e un giorno precisi, è portatore di un messaggio, comunica l'importanza di quel momento, in cui ognuno svolge una parte fondamentale nel processo educativo (Quaglia, Longobardi, 2011).

Non sfruttare una possibilità di dialogo e di confronto, in cui in discussione c'è la crescita di un individuo, prima che di un alunno e di un figlio, vuol dire assumersi probabilmente la responsabilità più grande.

di Marco Pellegrino
insegnante di sostegno, I.C. "Maria Montessori" di Roma
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