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n.20 febbraio 2012
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Il postino, un poeta per maestro
Il mio ideale di maestro
di Melchiorre Simonetta - Orizzonte scuola
"Sono un viaggiatore e un navigatore,
e ogni giorno scopro qualche nuova regione dentro la mia anima
"
Kahlil Gibran

Qual è il mio ideale di maestro? Quale la guida, l'insegnante speciale per me? Non credo possa esistere nulla di perfetto per fortuna, ma il poeta Neruda nel film "Il postino", si avvicina molto all'immagine del MAESTRO che vorrei essere per i miei alunni o che vorrei incontrare per me.

Mario Ruoppolo, Massimo Troisi nel film, è un giovane con tanti sogni e molti desideri ma nessuna idea di come realizzarli.

Insoddisfatto della sua vita nell'isola, egli è diverso da tutti i pescatori che la abitano, preoccupati solo di tornare al porto con i pesci, sbarcare il lunario, bere un po' di latte caldo la sera con un tozzo di pane, aspettare l'acqua una volta alla settimana.

Lui sa scrivere, sa leggere (anche se a stento), a differenza degli altri, ma non sa ancora cosa farci con tutto questo desiderio. Fino a quando arriva lui, il poeta Neruda, famoso per le sue idee politiche, per il suo impegno sociale, per le splendide poesie e il successo con le donne.

Mario rimane affascinato dalla bellezza di quest'uomo, dalla sua capacità di dire parole che egli ha sempre sentito di avere dentro sé ma che non era mai riuscito ad esprimere in quel modo tanto sublime quanto semplice.

L'incontro con la poesia, e con quest'uomo pieno di carisma, aiuta Mario, il postino, a trovare dentro di sé la bellezza che c'è, lo aiuta a trovare i doni, i talenti che egli possiede e che non riesce ancora ad esprimere perché non ha ancora gli strumenti per farlo.

Ecco, credo che un insegnante debba essere straordinario, speciale e semplice, come la poesia, capace di guardare il mondo e i suoi alunni con occhi immensi. Pablo Neruda non rispondeva a tutte le domande di Mario, né ha aderito a tutte le sue richieste, a tutte le sue pretese ma lo guardava con fiducia, sapeva che egli era in grado di trovare da sé la sua strada... è stato il primo a dare valore ai suoi sogni e alle sue aspirazioni. Questo dovrebbe fare, secondo me, un grande insegnante.

E' difficile sintetizzare in poche righe, pagine e pagine di dialoghi profondi, teneri, intelligenti, è impossibile rendere la luce e la bellezza dei luoghi del film, vi invito a rivederlo e a pensare al poeta come ad un maestro e al postino come un allievo; troverete in quel rapporto molti più spunti che in una guida didattica, un libro di psicologia o di organizzazione scolastica.

Per questo non sono qui a dirvi come presentare l'aggettivo piuttosto che il verbo o la divisione a due cifre (anche se è importantissimo ed utile cercare e trovare nuove strategie di presentazione degli argomenti) ma sento che è molto più importante domandarsi COSA SONO mentre spiego questo o quell'argomento, riesco a passare loro la bellezza, l'utilità, direi quasi l'anima dell'aggettivo o del verbo?

Per tentare di rendere ciò che ho in mente, trascrivo la scena in cui Neruda spiega a Mario cos'è una metafora

"Neruda [= N]: [...] È indegno che tu mi sottoponga a questo tipo di paragoni e metafore.
Postino [=P]: Don Pablo?
N: Metafore, diamine!
P: E cosa sarebbero?
Il poeta posò una mano sulla spalla del ragazzo.
N: Per spiegartelo più o meno confusamente, sono modi di dire una cosa paragonandola con un'altra.
P: Mi faccia un esempio.
Neruda guardò l'orologio e sospirò.
N: Be', quando dici che il cielo sta piangendo, cos'è che vuoi dire?
P: Semplice! Che sta piovendo, no?
N: Ebbene questa è una metafora.
P: E perché se è una cosa così semplice, ha un nome così complicato?
N: Perché gli uomini non hanno nulla a che vedere con la semplicità e la complessità delle cose. Secondo la tua teoria, una cosa piccola che vola non dovrebbe avere un nome lungo come farfalla. Pensa che elefante ha lo stesso numero di lettere di farfalla, ed è molto più grande e non vola.
Conclude Neruda esausto. Con un ultimo scampolo di energia gli indicò la rotta per la caletta. Ma il postino ebbe la baldanza di dire.
P: Come mi piacerebbe essere poeta!
[...]
P: È che stavo pensando
Neruda strinse le dita al gomito del postino e lo condusse con fermezza fino al lampione a cui aveva appoggiato la bicicletta.
N: E per pensare rimani fermo? Se vuoi diventare poeta, comincia a pensare camminando [...]. Ora te ne vai alla caletta pedalando lungo la spiaggia, e mentre osservi il movimento del mare puoi metterti a inventare metafore.
P: Mi faccia un esempio.

N: Ascolta questa poesia:

Qui nell'isola, il mare,// quanto mare //Esce da sé, a ogni istante,//dice di sì //dice di no//poi di no// nell'azzurro, nella spuma// nel galoppo//dice di no//poi di no//non può stare //tranquillo // - mi chiamo mare- ripete// appiccicandosi a una pietra // senza riuscire a convincerlo// allora //con sette lingue verdi// di sette tigri verdi //di sette cani verdi //di sette mari verdi //la percorre //la bacia //la inumidisce //e si batte il petto //ripetendo il suo nome.

N: Che te ne pare?
P: Strano.
N: Strano. Sei un critico severo.
P: No, don Pablo. Non è la poesia che è strana. Strano è come io mi sentivo mentre lei recitava la poesia.
N: Mio caro Mario, vedi di svegliarti un po', perché non posso passare tutta la mattina ad ascoltare le tue chiacchiere.
P: Come posso spiegarmi? Quando lei recitava la poesia, le parole andavano di qua e di là.
N: Come il mare, allora!
P: Sì, ecco, si muovevano come il mare.
N: E questo è il ritmo.
P: E mi sentivo strano, perché con tutto quel movimento mi veniva il mal di mare.
N: Il mal di mare.
P: Certo! Ero come una barca cullata dalle sue parole.
Le palpebre del poeta si scollarono lentamente.
N: Come una barca cullata dalle mie parole.
P: Sicuro!
N: Lo sai cos'hai fatto, Mario?
P. Cosa?
N: Una metafora.
P: Però non vale, perché mi è venuta così, per caso.
N: Non c'è immagine che non sia casuale, figliolo.
Mario si portò la mano al cuore, e cercò di controllare una prepotente palpitazione che gli era salita fino alla lingua e lottava per esplodergli tra i denti. Arrestò il passo, e roteando un dito impertinente a pochi centimetri dal naso del suo illustre cliente, disse:
P: Lei crede che tutto il mondo, voglio dire tutto il mondo, con il vento, i mari, gli alberi, le montagne, il fuoco, gli animali, le case, i deserti, le piogge ...
N: Adesso puoi già dire "eccetera".
P: Eccetera eccetera ! Lei crede che il mondo intero sia la metafora di qualcosa?
Neruda spalancò la bocca, e il suo mento robusto parve distaccarsi dal volto.
P: È una stronzata quella che ho domandato, don Pablo?
N: No, davvero no.
P: Però ha fatto una faccia così strana.
N: No, il fatto è che mi sono messo a pensare (1).

Una frase bellissima in mezzo ad un dialogo splendido e profondo: "Strano come mi sentivo io mentre la dicevate". Mario si sente strano mentre il poeta recita la sua poesia, le parole sbattono di qua e di là nella sua mente e lui si sente come una barca in mezzo alle onde. Ci siamo mai domandati come si sentono i nostri alunni mentre noi parliamo? Ci domandiamo mai se quello che gli diciamo li emoziona, ha un senso per loro o lo ha soltanto per noi?

Io desidero essere, nella mia professione di insegnante, come un poeta che parla di bellezza con passione e gusto, non credo di dover necessariamente stupire la mia classe con effetti speciali, utilizzando chissà quali orpelli per rendere sempre nuova e all'avanguardia la mia lezione. Io voglio essere come il Neruda del film, sensuale e innamorata della vita, del godimento, entusiasta, idealista, appassionata, capace di vedere il mondo non solo così com'è ma come una metafora di qualcos'altro, una viaggiatrice dentro e fuori di me, per conoscere, come scrive Gibran, altri mondi, altri spazi, altre regioni in me stessa e negli altri.

"Facciamo così Mario, ora rifletterò sulla tua domanda poi domani ti darò una risposta". Ecco la sintesi sublime di quello che intendo per maestro. L'insegnante, secondo me, non è colui che ha una risposta ad ogni domanda, non deve riempire tutti gli spazi, tutti i silenzi, tutti i dubbi. Egli è piuttosto colui che prende sul serio tutte le domande, tutti i silenzi, tutti i dubbi. E' colui che si prende il tempo per riflettere su quanto accade all'interno della sua classe, tra i ragazzi, tra lui e i suoi alunni. Perché sa che prendere sul serio una domanda, dare il giusto spazio ad una richiesta, significa dare valore a chi è lì pieno di fiducia nella nostra capacità di giudizio. Senza dimenticare l'amore.

Il postino, alla fine del film, riesce a scrivere la sua prima ed unica poesia. Non importa quanto è bella, né che non avrà il successo delle poesie di Neruda. Ciò che è veramente importante è che egli sia riuscito a creare, grazie a questo rapporto speciale, la propria opera d'arte, a dare senso e valore alla propria vita. Le parole del maestro gli sono servite per trovare dentro di sé altre parole per esprimere ciò che è, senza più doverle prendere in prestito.

Ecco ciò che conta di un insegnante: egli mostra, fa vedere ma soprattutto dà valore, insegna il valore perché non c'è lezione più grande e fondamentale di quella in cui ciascun allievo impari piano piano a dare a se stesso quello che si aspetta venga dagli altri: darsi valore e trovare dentro di sé la strada per costruire la propria poesia.







1) Ho unito i dialoghi di due scene perché mi sembravano significative entrambe. Per visualizzare clicca qui

Simonetta Melchiorre, docente IC Viale Adriatico - Roma

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