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n.39 gennaio 2014
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Articolo 'Il potere della scrittura'  >>>
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Il potere della scrittura
Il forte legame di vita tra chi scrive e il prodotto del suo lavoro.
di Ansuini Cristina - Orizzonte scuola
Per me la scrittura è il luogo della libertà e quindi, quando scrivo un racconto, o una delle mie storie, non ho la sensazione che il mio racconto abbia una qualche funzione; non scrivo per educare, non scrivo per insegnare, non scrivo per rendere il lettore più sano o meno grasso. Non è questo lo scopo della scrittura per me. Quando scrivo attingo a una sincerità che non mi è sempre possibile come persona. Etgar Keret

Poche attività umane hanno il potere che ha la scrittura ed è bello pensare, essere consapevoli di come questa attività così piena, così ricca sia alla portata di tutti, ognuno con la propria sensibilità e le proprie inclinazioni.
La scrittura consente di comunicare, di esprimere le proprie emozioni, di prendere coscienza di sé e del proprio mondo.
In alcuni casi diventa una vera e propria scelta di vita, irrinunciabile, ineluttabile, trascinante.
È questo il caso della scrittrice irlandese Edna O' Brien, che ho avuto la possibilità di conoscere e di avvicinare in occasione della presentazione del suo libro - autobiografico - "Country girl", Elliot, scritto a distanza di mezzo secolo dal suo libro "Ragazza di campagna", Elliot.
Non si tratta della stessa storia perché le voci della memoria sono diverse, come anche la voce narrante è più adulta e consapevole, che ha avuto una vita per ripensarsi e raccontarsi.

Edna inizia a parlare del linguaggio e si interroga su come è nato e come si evolve nella nostra mente; si dice sempre alla ricerca di significati nuovi perché ognuno ha un suo modo di intenderlo e di crearlo, tutto sta a trovare quello giusto per comunicare ciò che si vuole. Alice Munro, una delle scrittrici predilette per la O' Brien, inizia a scrivere perché vuole riscrivere il finale della Sirenetta, perché per lei quella di Andersen è intollerabile!

Le viene chiesto quando ha iniziato a pensare che poteva raccontare la vita. "Sapevo che nell'universo c'erano le parole per ricreare l'amore che avevo intorno" risponde. "Ho pensato che potevo scrivere per ricreare le passioni, riviverle a modo mio. Nel mio villaggio non c'erano libri, ciò che era importante era che io avevo in me il seme di quello che averi potuto scrivere. Il mio Paese e mia madre mi hanno sempre condannata, mi dicevano che scrivere è pericoloso...ma questo mi ha stimolato".

Il pozzo da cui attingere la scrittura è l'interazione tra gli esseri umani e le passioni che da questa interazione si sviluppano.

Passa a parlare dei suoi luoghi del cuore ed Edna rievoca il suo villaggio natale, in Irlanda, di Dublino e di Londra, ma soprattutto parla della sua instancabile ricerca di un posto giusto per scrivere, una casa, una stanza, ricordando Marcel Proust e la sua recherche e Virginia Woolf, con il suo saggio "Una stanza tutta per sé", sulla storia letteraria della donna.
"I posti sono decisivi per scrivere, perché racchiudono la nostra storia. Ma a volte gli scrittori devono allontanarsi dal loro mondo per essere liberi di scrivere la realtà."

Le chiedono se scrive partendo da un plot, da una scaletta.
"Scrivo come camminano i sonnambuli, in maniera illogica. Gli scrittori che amo di più sono quelli che sembrano più logici, ma fanno qualcosa di veramente diverso.Io non so dove vado quando scrivo e sono contenta perché mi piace sorprendere. In fondo scriviamo per raggiungere l'ignoto procedendo come sonnambuli, strisciando, vagando".
Continua a conversare in modo sereno, quasi confidenziale, dell'argomento centrale delle sue storie: l'amore. "Il senso ultimo delle mie storie - e di me - è l'amore. Per Dio, per le persone, per la famiglia."

In un modo pieno di orrori potrebbe apparire una scelta esclusivista quella di fissarsi sulla scelta di scrivere dell'amore. Ma non è così: ogni piccolo gesto d'amore, in ogni sua forma, è nelle cose della vita, anche quando questa è difficile.
Nella sua vita a Londra, nei ruggenti anni '60, Edna O' Brien ha fatto tantissimi incontri speciali, nel mondo della scrittura, ma anche della musica e della cultura in genere, ma non vuole parlare di queste vicende, tutte ben raccontare in Country girl, preferisce che il lettore porti con sé le sue vere emozioni.
Ripercorrendo la sua storia, parla del suo sentirsi esiliata dal suo amato Paese, ma ora ha fatto pace con suo passato e sta recuperando il rapporto con la sua cultura d'origine, magari preparando il soda bread, il tipico pane irlandese senza lievito, rivivendo i colori della brughiera, conversando di sentimenti ed emozioni del passato con dei suoi connazionali, anche incrociati per caso, in una sorta di riconoscimento affettivo.

È bello salutarla soffermandoci ancora a parlare di scrittura e del suo potere di riscatto, di recupero, di spinta verso il futuro e allo stesso tempo di riappropriazione del proprio passato, della potenza espressiva delle parole, del legame inscindibile che crea tra persone lontane.

Mi vengono in mente le esperienze di scrittura creativa che facciamo con i bambini in classe, capaci di dare voce ai più timidi, di fornire strumenti nuovi ed efficaci a chi è in difficoltà, colori nuovi a chi ha già tutti gli strumenti a disposizione e mi viene una gran voglia di offrire loro poteri nuovi, nuove chiavi di lettura, nuove voci e di scrivere e scrivere ancora.
Grazie, ragazza di campagna!



Cristina Ansuini, Psicologa, docente presso la scuola "2 ottobre 1870", I.C. Piazza Borgoncini Duca, Roma
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