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n.41 marzo 2014
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Il processo di inclusione... un progetto di vita
Dall'integrazione alla "normale diversità"
di Rosci Manuela - Editoriali
Scrivo questo editoriale dopo aver seguito il webinar del prof. Dario Ianes, organizzato dal Centro Erickson in occasione dell'uscita dell'ultimo libro del docente. Colgo subito il lato positivo della questione, cioè che l'offerta in-formativa dei docenti si avvalga anche di quegli strumenti e mezzi utilizzati già da tempo in altri contesti formativi. Il lato B, l'altra faccia dell'esperienza, è la sensazione che quando si parla di integrazione/inclusione anche il nuovo prospettato sia in realtà già vecchio, superato o comunque superabile, con soluzioni che sembrano avere carattere di déjà vù, forse perché mi occupo di integrazione scolastica dal 1984, anno in cui fui assegnata su posto di sostegno.

Seppur condivisibili molte delle cose dette nel webinar, quando si parla di scuola, di docenti, di integrazione, si sottovaluta, a mio avviso, una peculiarità della scuola: si tratta di un sistema umano, fatto di e da persone che, per volontà oppure obbligo, necessariamente debbono interagire, comunicare, convivere "sotto lo stesso tetto". E tutto questo lavorare insieme non si concretizza solamente perché si è inseriti nella stessa classe come studenti o assegnati come docenti. Perché l'arte della condivisione, la capacità di costruire un senso comune, una visione che unisca, ma anche l'arte della negoziazione, cioè il mettersi d'accordo su, debbono essere create a partire dalle individualità/originalità dei singoli, a partire dai docenti che in primis sono ... persone!
Continuo a credere fondamentale per la professione docente una adeguata preparazione che metta ognuno in grado di saper costruire e sostenere un lavoro di gruppo, capaci di poter riflettere insieme su ciò che si sta "sperimentando" in classe, orientati ad una ricerca psicopedagogica continua, disposti a sostenere non solo lo sviluppo cognitivo ma anche lo sviluppo emotivo del singolo alunno e del gruppo, trasformando l'esperienza scolastica in una esperienza di vita per tutti, adulti e studenti. Allora, forse, il progetto di vita un pò più particolareggiato di cui necessitano alcuni alunni, soprattutto se disabili, ma non solo loro, troverebbe uno spazio adeguato, normale.
Un commento di Rosella Gottardo all'articolo 'Il processo di inclusione scolastica in Italia e in Europa' sul numero di giugno 2009 (questo per dire che una rivista online ha il vantaggio di mantenere sempre disponibili gli articoli negli anni!) postato recentemente:
"daccordissimo con quanto scritto, ma veramente abbiamo fatto passi in avanti in questi 30 anni? La mia esperienza mi dice di no, siamo ancora alla famiglia che si scontra con la scuola per far valere i diritti del proprio figlio, a PEI e PDF solo sulla carta e fatti quasi esclusivamente dall'insegnate di sostegno. A POF che prevedono il coinvolgimento del corpo insegnante sempre solo sulla carta. A un lavoro di rete di fatto inesistente. Io credo che bisognerebbe che la diversità e la disabilità fosse un qualcosa facente parte della cultura come un qualcosa che "normalmente" si affronta e non "obbligata" da leggi e normativa validissime ma che troppo spesso non vengono attuate. Finché non si arriva alla "Normale Diversità" di tutti, penso sia difficile far valere i propri diritti."

Le persone di scuola, negli anni, hanno visto trasformare il loro status perché la società di cui fanno parte, e di cui sono espressione, è semplicemente cambiata. Dalla linearità della società patriarcale, dalla rigida contrapposizione genitore-figlio, dalla gestione della famiglia allargata, dalla consequenzialità della punizione rispetto alla regola infranta, si è passati in tempi relativamente brevi ad una gestione dei rapporti umani, tra adulti e ragazzi, tra adulti e insegnanti, molto più "democratica", per alcuni forse permeata di un eccessivo permissivismo, cambiando le regole dell'educazione senza ridefinire ciò che può essere utile oggi in questo settore della nostra esistenza. D'altra parte, la scuola da troppo tempo sembra essere orfana di una "teoria sulla scuola" che permetta di ragionare in termini generali, ma anche specifici, cosa è necessario che la scuola oggi sviluppi, che cosa oggi rappresenti e, soprattutto, a quali bisogni formativi stia rispondendo.

Le riflessioni e proposte del prof Ianes, a cui rimando per una più approfondita analisi , guardano ad una evoluzione dei 110 mila docenti di sostegno, ipotizzando che di questi, 90 mila entrino nell'organico curricolare, affiancando a pieno titolo il collega sulla classe, utilizzati secondo la propria competenza disciplinare (chi è di matematica lavorerà insieme al collega di matematica); per altri 20 mila si prospetta invece un futuro da esperti itineranti nelle scuole di un territorio assegnato, a sostegno dei docenti che in loro potrebbero trovare quegli aiuti professionali alti, per essere affiancati nel risolvere problemi di inclusione.
Qui nasce il primo dei miei déjà vù, ricordando quando nei primi anni '90, con l'allora Provveditore di Latina, il dottor Paolo Norcia si organizzavano gli incontri del GLH della Regione Lazio e i rappresentanti dei GLH provinciali (io rappresentavo il Provveditorato di Roma) si incontravano e si affrontavano i temi dell'integrazione e la necessità di dotare la scuola e/o i territori di un organico funzionale dei docenti di sostegno, pensati come una task force in grado di aiutare i curricolari, non assumendo la delega dell'alunno disabile ma promuovendo una cultura dell'integrazione che contaminasse tutti all'interno della scuola.
Ho inoltre lavorato per tanti anni come psicopedagogista: nel biennio 1985-87 (prima di entrare a far parte del GLH provinciale di Roma) e poi dal 2001 al 2012, non propriamente con la definizione di psicopedagogista, in questo periodo, ma svolgendone tutte le funzioni di supporto ai colleghi curricolari e di sostegno per quanto riguardava tutto ciò che attiene all'integrazione, le stesse funzioni che oggi Ianes vorrebbe attribuire ad un docente di sostegno super formato. Questo il mio secondo déjà vù!

E' indubbia l'urgenza di valutare l'efficacia del processo di integrazione/inclusione scolastica, sostenuto da una forte e innovativa normativa a riguardo, non altrettanto forte nella sua applicazione e realizzazione a scuola. La scommessa della scuola italiana, avviata nel 1977 con la L. 517, seppur incompleta e con i limiti e i ritardi dichiarati, ha comunque "provocato" il sistema attraverso i suoi attori migliori, i docenti:
quelli che hanno creduto,
quelli che si sono spesi credendo da subito nella forza propulsiva dell'integrazione,
quelli che sono arrivati in un secondo momento,
quelli che si sono formati, anche se la formazione non è sempre stata all'altezza delle necessità delle persone,
quelli che hanno lavorato con le difficoltà interne alla classe e quelli che hanno dovuto fare i conti con le resistenze esterne,
quelli che hanno sfidato i colleghi,
quelli che hanno dovuto sopportare contrasti e squalifiche anche da parte dei colleghi,
quelli che utilizzano una didattica meta cognitiva e il tutoring con gli studenti,
quelli che hanno aperto le classi e hanno imparato a lavorare insieme, a utilizzare una didattica laboratoriale del fare importante quanto quella frontale di impronta più astratta,
quelli che hanno imparato a coprogettare e a sentirsi corresponsabili di tutti gli alunni di una classe, senza fare distinzioni.

Potrei continuare a citare tutte le categorie di insegnanti che hanno comunque di fatto reso possibile l'integrazione a scuola. Certamente siamo di fronte alla necessità non di fare di più ma di fare meglio, di estendere la capacità di interventi psicoeducativi a tutti i livelli, dalla scuola dell'infanzia alla scuola superiore.
Le difficoltà che si incontrano sono ... delle soluzioni non ancora trovate!
Non si tratta di semplicistico ottimismo ma di un atteggiamento mentale che considera le difficoltà parte integrante della nostra professione: la persona /docente ha la necessità di riconoscere le proprie fragilità, le proprie incertezze, di conoscere meglio come funziona nei rapporti con gli altri, siano colleghi, genitori o studenti. Insieme alle competenze tecniche richieste, quindi, è necessario avere un atteggiamento empatico nei confronti degli altri, una capacità di leggere e intervenire adeguatamente sui livelli emozionali degli alunni per accompagnarli in un percorso formativo che prenda sempre più senso per ognuno di loro.

Non potevamo, allora, tralasciare un nostro pensiero ad un maestro di vita che ci ha lasciato recentemente, Mario Lodi, che rappresenta la sintesi delle competenze e delle sensibilità che riducono la contrapposizione tra docente curricolare e di sostegno: l'insegnante è colui che ha in mente i suoi alunni, ricerca e crea il contesto scolastico più adeguato per tutti e non lascia indietro nessuno. Gli articoli di Cristina Ansuini e Francesco Gori e l'intervista a Maria Luisa Bigiaretti, che ha conosciuto e lavorato con lui.
Una testimonianza che fa bene sia a chi vive la scuola da tanto tempo sia ai nuovi docenti.

Buona scuola a tutti

Manuela Rosci
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