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Numero: 5-gennaio 2009- Anno II   Direttore responsabile Manuela Rosci
Oggi è il giorno: 18 Novembre 2018

Pubblicato da Sysform Promozione di Sistemi Formativi

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Articolo 'Il ritorno dell'"anticipo"'  >>>
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Il ritorno dell'"anticipo"
Ovvero il bluff delle scelte della Famiglia
di Presutti Serenella - Emergenza scuola
La legge 28 marzo 2003 n°53 (la "legge Moratti") aveva riportato alla ribalta, tra altri, il problema degli anticipi, soprattutto per quanto riguarda l'iscrizione alla classe prima della scuola elementare.
Infatti il legislatore stabiliva: "...possono essere iscritti al primo anno della scuola primaria anche le bambine e i bambini che compiono i sei anni di età entro il 30 aprile dell'anno scolastico di riferimento" indi per cui, per legge, è stato possibile, su richiesta volontaria delle famiglie, iscrivere bambini non ancora seienni alla classe prima delle nostre scuole elementari.
La questione diventa più intricata se volgiamo l'attenzione ancora più indietro, all'anno iniziale della Scuola dell'Infanzia; sempre la stessa legge aveva reso possibile anticipare l'ingresso ai bambini di due anni e ½ ,e sempre su richiesta volontaria delle famiglie. Prima d'allora nel nostro paese si era potuto rilevare una certa tendenza culturale ad anticipare le iscrizioni dei propri figli alla prima elementare da parte di un discreto numero di genitori; le ragioni sottese a tale scelta sono molteplici e di molteplice natura, ma resta il fatto che per molto tempo si è alimentato una sorta di sottobosco educativo gestito nello spazio interno della famiglia e sostenuto dal comparto scolastico privato, che ha dato il via in particolar modo al fiorire del fenomeno cosiddetto della primina.
Il termine, diminutivo di prima elementare sta qui ad indicare una specie di mini -percorso di apprendimento dei prerequisiti della lettura/ scrittura, da proporre a bambini cinquenni in grado di accedere alla scuola elementare anzitempo nella collocazione di uditori, vale a dire in riserva, con l'accesso ufficiale solo in seconda classe previo esame di idoneità.(vedi Schema di regolamento sulla valutazione, del 17.12.2008-art.14)

Il MIUR con la L. 169/2008 (Legge "Gelmini") e l'emanazione degli "Schemi" di Regolamento (valutazione/ordinamenti/riorganizzazione della rete scolastica) approvati dal Consiglio dei Ministri prima di Natale, ha ristabilito per legge la Riforma del 2003, rispolverando vecchie polemiche e problemi mai veramente affrontati, né tantomeno risolti.
Il "fronte" dell'anticipo scolastico ha acceso da sempre i suoi riflettori più potenti sull'aspetto del diritto di scelta delle Famiglie, diritto inalienabile che però, per essere esercitato, presuppone la consapevolezza di cosa e come scegliere. In buona sostanza esercitare la facoltà di scelta significa possedere strumenti adeguati per metterla in atto. E' sotto gli occhi di tutti, addetti e non addetti ai lavori, la sottolineatura presente nelle comunicazioni sulla "Riforma" di questi ultimi giorni da parte degli ambienti governativi e dei media che va ad evidenziare l'importanza degli "orientamenti" e delle "opzioni" della Famiglia su quanto indicato nella legge, dal tempo-scuola all'anticipo; in questo spazio di confronto vorrei porre due ordini di problema a riguardo, uno di principio, di sapore maggiormente etico, l'altro di ordine tecnico, di carattere didattico-pedagogico.

Il primo aspetto: mi chiedo e domando a chi legge quanto possa essere esercitato il diritto di scelta e, soprattutto, come se non vengono menzionate modalità condivise e codificate di confronto tra le Famiglie e gli Istituti scolastici.
La legge istitutiva dell'Autonomia scolastica aveva introdotto a suo tempo nuove modalità e finalità nella cooperazione tra Scuola e Famiglia aprendo nuove "frontiere" alla partecipazione; ad esempio il partenariato progettuale, come una valida chiave di lettura nel processo di innovazione e di sviluppo per la Comunità Educante territoriale, anche recuperando alcune esperienze valorizzate a suo tempo dalla L.285/'97 sulle "Disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l'infanzia e l' adolescenza".

La Legge 28 marzo 2003 n° 53 introduce poi alcuni elementi di sottolineatura del ruolo della famiglia: si parla più volte di "condivisione di responsabilità...non più la sola partecipazione, ma un impegnativo invito alla cooperazione, a lavorare insieme alla scuola e ai docenti, per la crescita e il successo formativo delle ragazze e dei ragazzi."
Se con quanto appena affermato il legislatore avesse inteso rafforzare la crescita del sistema pubblico integrato, composto da scuole statali e non- statali, un'accresciuta attenzione verso il ruolo e i compiti della famiglia non poteva che rafforzare questo processo; si ha l'impressione invece che il concetto di partecipazione dei genitori sia legato in particolar modo alla scelta famigliare tra pubblico e privato, incrementando anche alcune ragioni di conflitto sociale e incrinando il valore del diritto allo studio, inteso soprattutto come garanzia di pari opportunità formative.
Sono infatti emerse da diversi osservatori, politici e sociali, alcune tentazioni pericolose che hanno accompagnato il difficile percorso del cambiamento nel mondo della scuola e dell'educazione dei minori: prima tra tutte il discorso del primato della famiglia nell'educazione. Troppo spesso il dibattito si è polarizzato intorno alla valenza ambivalente di tale affermazione, quasi che la questione fosse la competizione tra Stato e Famiglia e l'oggetto del contendere il bambino/ragazzo-alunno.
Il risultato? Lo spostamento dell'attenzione su un falso problema e la de-complessizzazione (se così si può dire) della realtà, confondendo l'analisi del contesto concreto nel quale ci muoviamo.

Credo che invece l'interessante per tutti i cittadini sia che il Sistema educativo sia di buona qualità, e l'obiettivo comune dello Stato e delle Famiglie sia quello di migliorare la qualità dell'educazione per tutti, esercitando il diritto e la garanzia dell'esercizio della cittadinanza attraverso la costruzione e la condivisione di patti educativi, leggittimati da percorsi inseriti nei Piani dell'Offerta Formativa.
Purtoppo i piani finanziari di investimento e gli interessi politici da troppo tempo non volgono lo sguardo verso un Progetto di ampio sviluppo culturale, che metta al centro la Scuola e i bisogni delle Famiglie; in un clima di impoverimento e di crisi generalizzata le proposte si fermano agli aspetti "formali" sui quali attirare l'attenzione, come quella dell'anticipo ( è meglio arrivare prima degli altri...) oppure del ritorno al sistema di valutazione decimale ( il voto numerico come espressione di "chiarezza"della valutazione...ovvero: quanto vale?).

Il rischio più evidente però, oltre alla radicalizzazione dei problemi, rimane quello di trasformare la comunicazione in azioni propagandistiche e barattare il confronto democratico con un po' di decisionismo.

Il secondo aspetto: quali ragioni sottendono la proposta degli "anticipi"?
L'organizzazione del Sistema di Istruzione nazionale, non è "in linea" con il resto dell'Europa? ...Eppure dobbiamo considerare questioni delle quali riconosciamo comprovate radici pedagogiche ma che nei fatti sono superate dalla ricerca scientifica degli ultimi 40anni, e trovano invece maggiori giustificazioni di natura economico-sociali, con l'esigenza di maggiori aperture verso il comparto "privato" del Sistema di Istruzione Italiano.
In ogni caso, tutti sono concordi nel riconoscere che la Scuola dell'obbligo annovera una Storia "gloriosa" quasi interamente vissuta nel Sistema pubblico.
Proviamo a riflettere insieme.
L'ingresso dei bambini di due anni e mezzo (ancora in età da nido) pone non pochi problemi, sia gestionali/ organizzativi che pedagogici, alle istituzioni scolastiche; la legge di riforma n° 53 aveva previsto una gradualità di attuazione, con la progressiva introduzione di altre figure e risorse professionali, ma le finalità pedagogiche rimangono ancora oggi, con la riproposizione della Legge Gelmini, fortemente oscurate dalle ragioni pratiche e sociali delle famiglie che, di fatto, potrebbero trovare risposta in questo provvedimento.

Da più parti sono state espresse perplessità sul palesarsi di una possibile disparità di situazioni nel contesto nazionale, vale a dire che l'anticipo verrebbe attuato solo nelle situazioni di eccellenza, dove si è in possesso di tutti i requisiti e le relative risorse, lasciando indietro ancora una volta le istituzioni scolastiche più deboli. Le ragioni appena riportate incontrano senz'altro motivazioni di stampo politico oltre che organizzativo; le ragioni pedagogiche invece sembrano sostanzialmente trascurate e non emergono chiaramente i perché dalla proposta di anticipo in ingresso alla scuola dell'infanzia come nella scuola elementare. Le posizioni pedagogiche rispetto a tale problematiche sono state e sono diverse, anche contrapposte; fondamentalmente il nodo si concentra sul tema della valutazione dei livelli di maturazione dei singoli bambini da una parte, e le opportunità formative/educative nel contesto più generale della Comunità Europea dall'altra.

Una delle motivazioni forti, già poste dalla legge di Riforma Moratti poggiava infatti sulla necessità di riequilibrare il Sistema scolastico italiano sui parametri europei, che segnano il termine del corso degli studi al 18° anno di età; se è abbastanza comprensibile l'intenzione del legislatore nelle azioni di equiparamento, fissando l'obbligo scolastico e formativo ad almeno 12 anni di permanenza nel sistema di istruzione, la tematica degli anticipi supera però di gran lunga in complessità le motivazioni di stampo organizzativo/ istituzionale.
Le ragioni pedagogiche infatti impongono riflessioni più ampie almeno in due direzioni: verso quella che accoglie le richieste sociali della famiglia e verso quella che guarda al bambino come attore- destinatario, in via prioritaria ad altre motivazioni; l'esperienza della Scuola dell'obbligo in Italia è un raro esempio di integrazione di entrambe le ragioni, quasi una Sintesi tra Essere e Avere.
Perché scegliere? Chi ne ha bisogno?...CUI PRODEST?

La questione degli anticipi dovrebbe diventare quindi "materia" di confronto didattico/pedagogico dibattuta nell'ambito della continuità e fortemente contestualizzata alle situazioni di vissuto, individuale e di gruppo, degli alunni nelle scuole che frequentano; le metodologie di ricerca e le strategie progettuali e di valutazione dei docenti dovrebbero essere gli strumenti deputati alla diagnosi pedagogica per individuare l'idoneità o meno di un alunno ad una situazione di anticipo, e la famiglia potrebbe, attraverso un'adeguata informazione e valutazione, esercitare al meglio il diritto di scelta in modo co-responsabile e consapevole.
Ma questa (si potrebbe dire) è ancora un'altra storia.

Serenella Presutti psicopedagogista e Dirigente scolastico del 143° C.D. di Roma
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