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n. 90 febbraio 2019
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Il valore della "Memoria"
L'insegnamento della Shoah come significativa occasione pedagogica
di Corallo Carmela - Oltre a noi...
Immagine tratta da https://www.nonfaridere.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/bambina-olocausto.jpg
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Da ormai diciannove anni, sin dalla scuola primaria, viene affrontato in classe il tema della Shoah; un appuntamento, quello del "Giorno della Memoria", spesso criticato anche da opinion leader e intellettuali, che lo vedono come una ritualizzazione sempre più vuota di significato, "una cerimonia stanca" - ha scritto Elena Loewenthal nel discusso libro "Contro il giorno della memoria" (2014) - "un contenitore vuoto, un momento di finta riflessione che parte da premesse sbagliate per approdare a uno sterile rituale dove le vittime vengono esibite con un intento che sembra di commiserazione, di incongruo risarcimento". Se guardiamo alla presenza attuale del discorso sulla Shoah (e su Auschwitz, che ne rappresenta la sineddoche emblematica) nel mondo della comunicazione, della ricerca e dell'arte ci rendiamo conto senza sforzo del fatto che lo sterminio del popolo ebraico da parte di nazisti e fascisti non è più per noi (se mai lo è stato) soltanto un fatto storico per quanto eccezionale, ma una parte del nostro immaginario, un paradigma etico, un elemento essenziale della nostra identità, come del discorso pubblico sulla storia e sulla memoria. La presenza del contesto concentrazionario nella nostra cultura mette in luce tutta una serie di rischi legati alla socializzazione, alla spettacolarizzazione e all'uso in senso lato improprio della memoria, della persecuzione e dello sterminio degli ebrei.
L'istituzione del "Giorno della Memoria", in questo senso, si è prospettata quasi più alla stregua di un rischio che di una opportunità: ogni anno, nell'ultima settimana di gennaio, in tutta la penisola, anche nei paesi più sperduti della provincia, è un fiorire di iniziative, in cui si inserisce la rituale maratona televisiva del marketing memoriale. È chiaro che in questo contesto la memoria della Shoah può diventare un blob indistinto, in cui il saggio scientifico si confonde con il manga su Anna Frank, e il cappotto rosso della bambina di Schindler's List, così come il pigiama a righe del film omonimo, diventano icone emozionali e del tutto decontestualizzate. Tutto fa brodo per tenere in piedi una volgare politica-spettacolo televisiva, facendo audience a spese di un evento storico mostruoso, enorme, non solo per la quantità delle vittime, ma anche per il numero di colpevoli, di compici sottomessi e obbedienti, di indifferenti ottenebrati, obnubilati e alienati dal sistema del terrore nazista. Assistiamo, di fatto, ad un vero e proprio sfruttamento commerciale della Shoah che rende discutibile la nostra posizione, nella partita fra mercato e consapevolezza.

È in questo panorama che oggi il lavoro dello storico e dell'insegnante si inserisce.
L'impegno degli educatori dovrà essere pertanto quello di proporne lo studio nella maniera più adeguata all'età e alla sensibilità degli studenti coinvolti attivamente nel lavoro di ricerca e di riflessione, tramite un approccio interdisciplinare che scongiuri paragoni impropri e fuorvianti ed eviti il rischio di banalizzazione o diminuzione di significato. La lezione della storia deve sempre tradursi in un interrogativo attuale che si ponga domande consapevoli sulla nostra disponibilità a sopportare nuovamente la discriminazione e l'esclusione del diverso, prima ridotto a ospite ingrato ed indesiderato e poi destinato all'eliminazione. Emerge, in tutta la sua incidenza, la relazione tra educazione e formazione al benessere sociale: addentrarsi con lucidità nella complessità di questi eventi, far memoria delle atrocità del passato è un'operazione significativa in riferimento al presente; costituisce un ammonimento rivolto all'insensibilità per la xenofobia contemporanea, nel tentativo di sviluppare gli anticorpi necessari per riconoscere e combattere le nuove manifestazioni di sopraffazione, razzismo e risorgente antisemitismo.

La pedagogia della Shoah rappresenta, oltre a ciò, uno strumento prezioso che deve adeguarsi alla novità del contesto multietnico, nel promuovere comportamenti volti alla solidarietà, inducendo sempre a mettersi nei panni dell'altro, mediante un confronto aperto, critico e dinamico. In accordo con le linee pedagogiche orientate a individuare metodi, contenuti e processi che educhino alla cittadinanza democratica e partecipata, più che un evento commemorativo o di liberazione della coscienza nei confronti di quanto avvenuto nel passato, il "Giorno della Memoria" dovrebbe servire a far maturare una riflessione pacata e cogente di razionalità, trattenuta come lucida, disincantata e sobria forma di pudore, che è monito attivo e militante, su come le scelte, i comportamenti, le opinioni e l'uso della comunicazione possano diventare estremamente emarginanti e distruttive quando sono mosse da ideologie discriminanti e razziste.
La riflessione sulla Shoah, sui massacratori e i loro epigoni, offre ai giovani una straordinaria occasione per misurarsi con il problema massimo, quello del "Male". A nulla vale ripetere l'esorcismo del mai più se questa "aiuola che ci rende tanto feroci" è sempre l'universale bellum omnium contra omnes, dalla prepotenza del bulletto alla sopraffazione del despota: homo homini lupus. L'Olocausto è una incancellabile lezione dove vittime, carnefici e testimoni entrano in scena illustrando il peggio, e il meglio, di cui gli esseri umani sono capaci.
La "banalità del male" è il tema suggerito da Hannah Arendt a proposito del processo ad Eichmann: una formula accattivante, ma anche fuorviante, considerando che il tema di gran lunga più intrigante è quello della "seduzione del male", dal Faust al Grande Inquisitore. L'ipotesi che lo sostiene è il rifiuto della demonizzazione del nazista, come totalmente "altro da noi", e la consapevolezza che solo la riflessione etica può evitare il rischio che "uomini comuni", nei quali ciascuno potrebbe riconoscersi, diventino il battaglione 101.
Adorno sostiene che "dopo Auschwitz non è più possibile scrivere poesie", dove invece occorre rimemorare, rievocare, ripresentificare il tempo nel diritto all'ascolto dei testimoni, con il dovere di capire, di ricordare e chiedere continuamente il perché, nel tentativo di enucleare concettualmente e razionalmente il suo mistero che resta indecifrabile. Ricordare, dunque, per garantire ai cittadini di domani la costruzione della consapevolezza e di una coscienza, consapevolezza e coscienza di quanto l'accettazione degli stereotipi prima, del sopruso e della barbarie poi, siano parti di una catena cosicché - come scriveva Primo Levi- "se è accaduto, può di nuovo accadere". Per questo, ci ammonisce Bauman con preoccupazione e passione, "è sempre più necessario studiare la lezione dell'Olocausto. È in gioco molto di più che il tributo alla memoria di milioni di vittime": si tratta, invero, di porre le basi per un futuro scevro dalla frantumazione delle responsabilità, capace di allontanarci dalle conseguenze delle nostre azioni, che rappresenta una delle eredità avvelenate di Auschwitz.

Bibliografia essenziale:
-Bauman,Z. (2010). Modernità e Olocausto. Bologna: Il Mulino.
-Levi, P. (1991). I sommersi e i salvati. Torino: Einaudi.
-Arendt, H. (1964). La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme. Milano: Feltrinelli.
-Adorno, T. (2004). Dialettica negativa. Torino: Einaudi.


Carmela Corallo
Laureanda in Filosofia e appassionata di scrittura
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