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n.60 febbraio 2016
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Il valore della relazione nell'era digitale
Tra corpereità e virtualità
di Calcagni Maria - Orizzonte scuola
Di fronte ad un interesse sempre più avvertito nella nostra società per i problemi che vivono le agenzie preposte all'educazione ed alla formazione, si pone l'esigenza di individuare e delineare metodologie e strategie che rispondano alle esigenze attuali ed in divenire della nostra società. La riflessione sui bisogni educativi nell'era digitale non mi porta necessariamente a demonizzare nessuno strumento e nessun ambito, ma piuttosto a stimolare la presa di coscienza di un bisogno di relazione dell'individuo, spesso sopito e disconosciuto, ma che influenza il modo di essere protagonista attivo della propria esistenza.

Le nuove tecnologie hanno potenziato e velocizzato la divulgazione di informazioni aprendo impensabili possibilità di relazione, hanno il pregio di aver arricchito alcune capacità dell'essere umano, ma parallelamente hanno apportato una modifica nella grammatica dei linguaggi. La diffusione di smartphone e tablet consente di avere sempre a portata di mano i social media. Basti pensare al fenomeno del "istant messaging" possibile con whatsapp, usato da un miliardo di utenti in tutto il mondo. Per molti studiosi questo evento rappresenta un ulteriore elemento di preoccupazione circa la qualità delle relazioni che si instaurano tra gli individui: relazioni sempre più virtuali e meno mediate dalla corporeità.

La comunicazione digitale è andata a sostituire la necessità di relazione degli individui, la possibilità di approcciarsi agli altri attraverso uno schermo ha contribuito a modificare la disponibilità alla relazione degli individui stessi.
Rischiamo di trascorrere più tempo a portare avanti legami on line che a parlare con chi abbiamo vicino. Stare in con-tatto implica la conoscenza, la coltivazione, il prendersi cura dell'altro e di se stessi ; richiede tempo, quel tempo di "sostare sul fare" che la velocità del web non permette. Non è alla tecnologia che si può attribuire la responsabilità esclusiva del cambiamento comportamentale osservato in particolare nelle nuove generazioni, il quadro appare molto più complesso e le ragioni vanno rintracciate tra tante, negli stili proposti dalle varie agenzie educative e nella disponibilità delle persone stesse al contatto diretto.
Crescere in un contesto sociale e familiare dove la risposta ad ogni tipo di richiesta viene data "immediatamente" da genitori che non forniscono sufficienti "argini" ai propri figli, da strumenti tecnologici che danno il maggior numero di risposte nel minor tempo possibile a scapito del tempo necessario per maturare la concreta consapevolezza dell'agire, è causa di inevitabili disarmonie.

Come docente riscontro nelle classi sempre più alunni abituati ad ottenere risposte immediate. Essi tendono a velocizzare tutto: il respiro, i movimenti, la parola, il pensiero, le emozioni. Vorrebbero fare tutto subito, mantenendo bassi i livelli di attenzione. Si osserva una certa "resistenza" all'ascolto e difficoltà a riconoscere se stessi come parte di un gruppo sociale. Essi si avvicinano ad ogni esperienza riproponendo l'approccio tipico del "motore di ricerca", il docente, appare ai loro occhi a volte quasi "inutile dispensatore di conoscenza" o "fastidioso interlocutore" quando induce alla riflessione, ciò determina inevitabili conseguenze negli apprendimenti e nella qualità delle relazioni.
Ciò nonostante nelle aule a volte vengono ancora usati metodi orientati all' "abducere" all'addestrare e non all' "educere" ovvero all'educare.

Nella ricerca di soluzioni utili a rispondere all'esigenza di formazione e inclusione di alunni con bisogni educativi speciali e non solo, il sistema scolastico si è indirizzato verso il potenziamento delle classi 2.0 e l'introduzione nel curricolo di elementi di informatica che guidino a l'uso consapevole del digitale. Certamente l'utilizzo di strumenti vicini alla realtà dei giovani rappresenta un valido contributo per alimentare il complesso sistema di apprendimento - insegnamento, eppure mi chiedo se sia sufficiente e funzionale ai bisogni educativi di tutte le persone coinvolte nella vita di classe.
Consapevole che dietro una manifestazione estrema di un individuo si nasconde un disagio interiore, grande spazio dovrebbe avere nelle Istituzioni scolastiche l'educazione alla relazione di e tra docenti e discenti, al fine di fornire strumenti utili a gestire la sempre maggiore complessità presente oggi nelle aule.
Il modello di insegnamento frontale che centralizza la figura del docente è ormai inefficace.

Il D.D.L 107, con l'introduzione del principio della formazione continua, rappresenta un'occasione per noi docenti di creare spazi e tempi di condivisione dove favorire relazioni autentiche nutrite di uno spessore educativo che ci faccia crescere e faccia crescere al fine di promuovere e accrescere una professionalità che mantenga il senso etimologico di scuola, dal greco "scholè" dal corrispondente latino otium.
Investire maggiormente in un adeguato stile comunicativo e relazionale dei docenti, chiamati oggi a lavorare allo " sviluppo delle competenze", risulta essere ormai di primario interesse. Proporre nelle classi esperienze mediate dalla corporeità in controbilancio con i rapporti virtuali tipici dell'era digitale risulta essere ormai inevitabile poiché proprio attraverso il corpo che è possibile vivere esperienze nutrizionali sul piano emotivo, volitivo, ludico in grado di innescare l'apprendimento.

Spetta alla scuola il compito di offrire opportunità esperienziali formali e informali che alimentino la naturale disponibilità ad apprendere degli individui appartenenti alla comunità scolastica al fine di promuovere il "successo" di insegnanti e alunni.

di Maria Calcagni
Docente l'I.C. "Alfieri-Lante della Rovere" - Roma, Pedagogista clinico.
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Sono presenti 1 commenti Visualizza tutti i commenti
inserito giovedì 03/03/2016 ore 15:29 da monica tamburrini
Trovo davvero interessante e necessario il suo intervento. Insegno nella scuola dell'infanzia ICCERNUSCO 1 e condivido le riflessione da lei fatte. aggiungo che sono una Digital Lover si dice così? e mi sto impegnando in un laboratorio di pensiero computazionale e robotica educativa a partire dai 5 anni. In genere è vero che i bambini hanno fretta e chiedono sempre: "Maestra, dopo cosa facciamo?" dimostrando fatica a so-stare nel presente. Proprio perchè parliamo di grammatica dei linguaggi, anche la relazione ha la sua sintassi che non è mai grammatica pura, ma capacità di aderire a un contesto fatto di lessico, ovvero capacità di comprendere I diversi modi In cui le parole si uniscono tra loro per tentare un senso... Nel tessuto delle relazioni ci sono slabbrature, tagli, sospensioni, a volte, grumi importanti che non lasciano passare il nutrimento. Per questo credo che il digitale possa costruire una rete di senso capace di tenere insieme gli 'screenshoot',tanti e diversi dei ragazzi del presente. Il digitale può costruire ponti tra le isole di oggi, che sono i nostri ragazzi, tra i corpi, le emozioni e le parole, può nutrire relazioni e annientare distanze. La tecnologia, negli ambienti di apprendimento, diventa un moltiplicatore di relazioni. Può moltiplicare le narrazioni dei bambini per 'uscire dai margini e sentirsi al centro'. Il pensiero reticolare è fortemente connettivo, il corpo non è dimenticato nè addormentato ma abita luoghi , ambienti e sensorialità accresciuta. L'insegnante entra, appartiene alla rete di senso e si fa facilitatore, moltiplicatore di senso egli stesso. E', di nuovo e sempre, un lavoro sulla consapevolezza. Credo in una robotica educativa ed inclusiva. Credo in un Rinascimento digitale e in nuovi alfabeti relazionali capaci di trasformare la lezione frontale in nuova esperienza emozionale e motivazionale.
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