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n.47 novembre 2014
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Impronte di identità affettive per una pedagogia del dialogo
L'incontro con gli altri
di Barone Francesco - Orizzonte scuola
piuculture.it
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Nella società attuale è innegabile che incontrarsi con gli altri rappresenta un'impresa piuttosto ardua. Il tempo di cui disponiamo sembra essersi irrimediabilmente ridotto, infatti, non facciamo in tempo ad incontrare qualcuno che dobbiamo correre verso un altro luogo o un altro spazio. In molti casi compiamo queste azioni senza sapere cosa rincorriamo.
L'incontro con gli altri, dunque, tende a configurarsi come un evento straordinario. Per alcuni, l'eventuale rinuncia, equivale al non riconoscimento delle ragioni degli altri, della loro cultura e storia. Gli altri, finché sono considerati tali, ci spaventano, ci confondono, ci pongono di fronte a numerosi interrogativi che non facilitano certamente il confronto.

Per Robert Park e Ernest Burgess, l'incontro è "( ...) un processo di compenetrazione e di fusione nel quale e persone e gruppi acquisiscono memorie, sentimenti e modi di pensare di altre persone o di altri gruppi e, condividendone esperienza e storia, si fondono con loro in una vita culturale comune".


In molti casi, il pregiudizio, inteso come giudizio arbitrario e superficiale, rappresenta la causa del condizionamento delle nostre relazioni sociali, ostacolando le possibilità di interazione, scoperta e dialogo. Il rischio principale consiste nella determinazione di una forma di imprigionamento che ci porta al consolidamento di un'immagine univoca dell'individuo, nella quale pretendiamo di includere tutta la realtà e convincendoci di racchiudere l'umanità in noi stessi. Sembra essere proprio così, abbiamo il timore di confrontarci con gli altri, in una condizione di frustrazione, non siamo più capaci di cogliere i significati preziosi che derivano dall'incontro interpersonale. Forse è giunto il momento di ammettere che abbiamo l'impellente bisogno di nuovi insegnamenti, che siano in grado di restituirci equilibrio e orientarci verso nuove mete di integrazione. Ciò implica un processo di decentramento nell'individuo e l'abbandono di comportamenti egocentrici. L'uomo contemporaneo rischia di diventare preda di un nuovo tipo di narcisismo, il quale, lo induce a ripiegarsi su se stesso e a spendere tutte le energie per il conseguimento del proprio benessere, ma contemporaneamente, lo pone di fronte al fatto di dover ammettere che il proprio "Io debole", è in costante ricerca dell'approvazione altrui. L' "Io debole" è caratterizzato da una vocazione autoaffermativa, nella quale si affievolisce sempre di più la tensione etica e collaborativa, riducendo così la disponibilità al patto e all'intesa. E' noto che il riconoscimento o il disconoscimento dell'altro, comporti anche un coinvolgimento nel campo affettivo, cognitivo ed esperienziale.

Per queste ragioni, trovare soluzioni cooperative, richiede una "ristrutturazione" del campo cognitivo e un distacco emotivo dalle proprie convinzioni. A partire dai primi anni di vita del bambino, le agenzie educative e la scuola, in quanto rappresentano i contesti ideali per la promozione di efficaci relazioni e apprendimenti, dovrebbero favorire gli incontri e i confronti. Dunque, la relazione con l'altro, si pone come elemento fondamentale di tutta l'esperienza dell'individuo, poiché la sua storia formativa è attraversata da continue presenze dell'altro. In un mondo che cambia velocemente e che esige un modello di convivenza capace di rispettare e contenere differenze e specificità, divengono sempre più necessarie le parole accoglienza, accettazione, interazione e rispetto. Sono le "parole magiche" per la ricerca di un'integrazione che non sia una semplice assimilazione e/o omogeneizzazione, ma apertura e dialogo con e tra le diversità, costruzione negoziata di qualcosa di nuovo.

In questo, la scuola svolge un ruolo determinante, in quanto contesto di stimolo per la riflessione degli alunni sull'importanza dell'integrazione e del rispetto delle differenze. Come afferma Amartya Sen: "Le identità non sono date per sempre (...), una persona adulta e consapevole ha la capacità di mettere in discussione quello che le è stato insegnato, ogni giorno; nonostante le circostanze in cui una persona si trova a vivere possano incoraggiarla a porsi questo tipo di problema, la capacità di dubitare, di mettere in discussione è patrimonio di ognuno...per quanto sia importante il ruolo dell'identità e della comunità, non è possibile che la libertà di scelta sia vanificata da queste influenze. I condizionamenti vincolano, ma vedere in essi una strenua difesa del tradizionalismo, piuttosto che un'assurda schiavitù, sarebbe un errore". In tal senso, lo specifico dell'insegnante non può che costituirsi attorno a processi lenti e costanti, tesi a "orientare" gli allievi verso la conoscenza delle altre culture e instaurando nei loro confronti atteggiamenti di disponibilità e di dialogo.
Si tratta di un percorso certamente complesso, in quanto, comprendere un'altra cultura, vuol dire innanzitutto rilevarne gli aspetti che la rendono diversa dalla nostra, ma nel contempo, significa che la rappresentazione che noi abbiamo di un'altra cultura, non coincide necessariamente con quella che essa ha di se stessa. Un proverbio africano recita: "Una testa sola non contiene la sapienza", ciò vuol dire che la conoscenza non è patrimonio di un solo uomo, ma si conosce e si apprende in comunione con gli altri. Si tratta della pedagogia dell'impegno della persona verso l'altra persona. Martin Buber, a tal fine, elabora una prospettiva di pensiero attorno ai temi del dialogo e della relazione. "L'autentico dialogo e quindi ogni reale compimento della relazione interumana significa accettazione dell'alterità. (...) L'umanità e il genere umano divengono incontri autentici. Qui l'uomo si scopre non semplicemente limitato dagli uomini, rimandato alla propria finitezza, parzialità, bisogno di integrazione, ma viene esaudito il proprio rapporto alla verità attraverso quello distinto, secondo l'individuazione dell'altro, distinto per far sorgere e sviluppare un rapporto determinato alla stessa verità. Agli uomini è necessario e ad essi concesso di attestarsi reciprocamente in autentici incontri nel loro essere individuale".

A tal proposito, ritengo sia eloquente riportare una favola africana:

Ai limiti di una grande foresta, in Africa, viveva tra gli altri animali una giraffa bellissima, agile e snella, più alta di qualunque altra. Sapendo di essere ammirata non solo dalle sue compagne, ma da tutti gli animali era diventata superba e non aveva più rispetto per nessuno, né dava aiuto a chi glielo chiedeva. Anzi se ne andava in giro tutto il giorno per mostrare la sua bellezza e dicendo: guardatemi, io sono la più bella! Gli altri animali, stanchi di ascoltare le sue vanterie, la prendevano in giro, ma la giraffa vanitosa era troppo occupata a rimirarsi per dar loro retta. Un giorno una scimmia decise di darle una lezione.
Si mise a blandirla con parole che accarezzavano le orecchie della giraffa: ma come sei bella! Ma come sei alta! La tua testa arriva dove nessun altro animale può giungere...E così dicendo, la condusse verso la palma della foresta.
Una volta arrivati, la scimmia chiese alla giraffa di prendere i frutti che stavano più in alto e che erano più dolci. Il suo collo era lunghissimo, ma per quanto si sforzasse di allungarlo ancor di più, non riusciva a raggiungerli.
Allora la scimmia, con un balzo, saltò sul dorso della giraffa, poi sul collo e finalmente si issò sulla sua testa riuscendo ad afferrare i frutti desiderati. Una volta tornata a terra, la scimmia esclamò alla giraffa: vedi cara amica, sei la più alta, la più bella, però non puoi vivere senza gli altri, non puoi fare a meno degli altri animali.
La giraffa imparò la lezione e da quel giorno cominciò a collaborare con gli altri animali e a rispettarli
.


Il fine fondamentale al quale dovrebbe tendere l'educazione delle nuove generazioni è dato dall'ideale di formare il "cittadino del mondo".
La velocità delle comunicazioni sta consentendo l'avvicinamento dei popoli, tuttavia, non possiamo illuderci che la tecnica o la tecnologia possano garantire l'ottenimento e l'affermazione dell'unità civile tra i popoli. Nell'abusata etichetta umanesimo si vuole a tutti i costi includere alcune "terminologie antiumanesimo" che non hanno nulla a che fare con i sogni di chi vuole immaginare un mondo, in cui ciascun uomo ha diritto ad essere felice. A tal fine, si potrà parlare di nuovo umanesimo, solamente quando la società saprà assumersi il compito di garantire l'avvenire di ciascun individuo, soprattutto di coloro che non dispongono dei più elementari diritti: libertà, cibo, istruzione, medicine. La pedagogia potrebbe fare la sua parte, per esempio, privilegiando i verbi dare e fare unitamente al verbo dire.

La scuola è il contesto ideale per educare all'interazione e all'integrazione.


Grazie alle numerose attività umanitarie effettuate in Africa, ho appreso principalmente che l'educazione interculturale a scuola debba scaturire dal riconoscimento concreto del proprio vicino di banco e di tutti gli altri componenti della classe. A ragione di ciò, intendo sottolineare che non c'è bisogno di "facce diversamente colorate", per dare ideare e realizzare progetti di educazione interculturale. A scuola l'educazione interculturale deve prendere avvio dalla consapevolezza di ciascuno nel rispettare il valore dell'altro. Una società, definita del progresso, che non riesce a tutelare i suoi bambini, segnati da destini crudeli già dal primo giorno in cui entrano in contatto con il mondo, che non è in grado di consentire loro di giocare e di studiare, è una società incivile e ingiusta. A tutti i bambini, abitanti di un mondo caotico, bisogna assicurare un loro personale sviluppo, affinché dal danno subìto possano rigenerarsi. Questa non è utopia. E' il problema della protezione dell'uomo, in cui la responsabilità di ognuno, deve tendere al raggiungimento di un programma che vincoli eticamente l'uomo alla comprensione del suo simile.

L'insegnante auto-responsabilizzato potrà rappresentarsi così come modello coerente per i propri allievi, evitando qualsiasi forma sloganistica di educazione interculturale e favorire un'autentica e vitale pedagogia del rispetto. In ogni rapporto "faccia a faccia", una persona conferisce un patrimonio di conoscenze e questo costituisce l'aspetto principale del fascino della relazione. Si giungerà così a una pedagogia paragonabile all'immagine di una madre capace di accudire i propri figli e insegnare loro i valori dell'esistenza e i significati delle parole. In pedagogia la voce dell'altro significa il contenuto che si rivela ed è anche attraverso l'essere dell'altro che si compie l'azione educativa. Si evince così, il significato di una ragione, intesa come mediazione e fiducia nell'altro e come possibilità di conoscere il mondo altrui imparando ad incontrarlo. Da più parti viene ripetuto che in occidente viviamo in una società nuova e complessa, ma il tratto distintivo rispetto al passato, va rintracciato nel ritmo più accelerato con cui ci accingiamo a stabilire le relazioni e a caratterizzarne i cambiamenti. Sono anche le velocizzazioni dei tempi a creare le solitudini e le emarginazioni. Le velocizzazioni sono anche causa di conoscenze effimere. Le strette di mano prolungate, invece, generano nuovi posizionamenti, grazie ai quali, è possibile sostenere il mondo e non lasciarlo cadere definitivamente.

Prof. Francesco Barone
Docente di Pedagogia e Metodologia del gioco e del lavoro di gruppo, Laboratorio di Didattica generale presso il Dipartimento di Scienze Umane dell'Università dell'Aquila
Responsabile pedagogico del Centro di documentazione Nidi-Infanzia di Roma Capitale

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