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n 7 novembre 2010
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In ogni sapere teorico cerchiamo ... un aspetto pratico
L'apprendimento mediato dal movimento
di Di Clemente Simona - Organizzazione Scolastica
Studiando i diversi approcci pedagogico-didattici e le molteplici ed intuitive teorizzazioni centrate sulle possibilità di formazione dell'"uomo completo", mi sono chiesta come concetti di tale portata non abbiano trovato piena utilizzazione e impiego costante nell'attualità scolastica.

Cogliendo questa sfida, e attenta a valorizzare le diverse intelligenze, ho cercato di orientare il mio insegnamento in un'ottica di nutrimento di tutte le dimensioni che compongono l'unicità complessa della persona umana all'interno della comunità d'apprendimento.

In essa, il "corpo" diviene presenza attiva, sede dell'esperienza se accolto nel luogo del fruire, del partecipare e dell'interiorizzare. Questo importante Principio, fondato sulla centralità dell'apprendimento empirico, è diventato sempre a me più caro nelle esperienze d'incarico come Insegnante di Sostegno didattico di scuola primaria. Un ruolo che, a mio avviso, deve prevedere un'esplorazione attenta delle molteplici aree di potenzialità e una focalizzazione mirata, al fine di far emergere le diverse abilità insite in ognuno.
Una integrazione completa, non solo del soggetto discente, ma anche del docente all'interno del team operante, è inoltre una condizione essenziale. Condividere presupposti e strategie influisce sul buon risultato dell'azione educativa.

Lavorare insieme significa offrire una completezza e una diversificazione di approcci che oggi, purtroppo non viene riconosciuta, né tanto meno esaltata e per la verità soppressa dall'ultima valanga riformista.
La creazione di una collegialità che si arricchisce di trasversalità dei contenuti e dei metodi è ricchezza proliferante per tutti i protagonisti della dinamica di insegnamento- apprendimento.

Offrire agli alunni un percorso di formazione completa che prenda avvio da loro stessi (dal sentirsi, percepirsi ed esprimere sensazioni ed emozioni) all'interno della comunità di apprendimento, nella convinzione che ciascuno è una unicità complessa, per poi e solo poi, volgere lo sguardo alla complessità del sapere: mi sembra una tappa doverosa se non essenziale.

Purtroppo la nostra scuola non ha mai rivolto una completa attenzione (o comunque non in modo costante) in questa direzione. I nostri corpi si muovono in essa come in un non-luogo, dove a pochi interessano le sensazioni (di agio o disagio) di cui ci si sente investiti e in cui si predilige un sistema sedentario e verbalistico. Situazione questa che è andata via via configurandosi sino a strutturarsi e la cui causa non può essere (ovviamente) riconducibile all'operato di un singolo ma bensì agli interventi riformisti mai attuati (in grado di coinvolgere quello stesso singolo).

Bisognerebbe invece tentare di vincere l'estremo anonimato delle individualità (in cui ci hanno inscritti) e accogliere l'alunno come "persona umana", incoraggiando i suoi bisogni di crescita, stimolando le diverse intelligenze e rispettando allo stesso momento tutti i diversi tempi, stili e modi di apprendimento.

Seppur sprovvisti di un'educazione corporea preventiva, che le nostre Istituzioni non ci hanno garantito e la nostra cultura non ci ha mai tramandato (prediligendo invece segnali di dimezzamento corpo/anima, spirito ed intelletto e scindendo in modo netto res cogitans e res extensa, la cosa pensante dalla cosa che ha estensione, diverse e antitetiche e che come tali risiedono negli archetipi del nostro inconscio collettivo) abbiamo ancora l'opportunità di varcare la soglia del sapere per giungere al suo cuore.
Il docente animato da acuta sensibilità e consapevolezza ha il potere di stravolgere una situazione asettica e ignorata per colorarla di nuovi significati. Grandi risultati si possono raccogliere focalizzando il proprio intento sulla costruzione dell'identità, delle abilità per la vita di cui ogni sapere è intessuto.

Trovare le modalità mediante le quali si possano proporre le attività in un'ottica laboratoriale in ogni obiettivo da perseguire in classe, non è poi impresa così ardua se si inizia a guardare il sapere come risultato di una prova umana, esperita e dimostrata (per mezzo di un esperimento, di un calcolo matematico o per il ritrovamento di una fonte).
Attraversando prove ed errori, raccogliendo testimonianze visibili, concrete e dimostrabili nella realtà, siamo giunti infatti alla comprensione degli eventi. Se entriamo in questa concezione, possiamo dedurre che, non solo un apprendimento mediato dal movimento ci consente di esperire sempre la conoscenza, altresì ci permette di porci di fronte all'errore con una concezione diversa; viene esaltato a strumento di crescita, non posto alle stregue di un'ottica demonizzante. Esso diviene un amico che ci guida e ci aiuta a individuare la giusta soluzione, ad arrivare alla conoscenza. Se tenteremo di proporlo in questa veste, saremo in grado di rinviare ai nostri alunni (a livello conscio ma anche e soprattutto inconscio) tale significazione e ciò per giunta ci permetterà di arricchire (nello stesso momento) anche le loro abilità (costruite ed affinate nell'"imparare facendo").

Il vantaggio che se ne può ricavare sta nel superamento di buona parte delle difficoltà insite nei diversi tempi, stili e modi di apprendimento. Se animiamo ogni concetto, se cerchiamo in ogni sapere teorico un aspetto pratico, non ci dimenticheremo di offrire il nostro supporto anche all'alunno che si trova in una condizione di svantaggio (magari proprio per mancanza di esperienze ..), all'alunno distratto perso nel suo solito fare ansioso con i materiali dell'astuccio (forse proprio perché non conosce un modo diverso per assecondare egli stesso il suo bisogno di movimento) o ancora il bambino con una disabilità che nel "fare" trova ogni certezza (per mezzo della constatazione del saper fare che nutre l' apprendimento e lo trasforma in motivazione ad apprendere).

Una vera comunità di apprendimento dove si cresce in allenamento con il problem solving, perché i bambini divengono i protagonisti di un percorso in cui sperimentano possibili soluzioni, constatano i concetti e in cui lo spazio diventa complice del comprovare per sostenere, facilitando l'acquisizione dei concetti.
E' come se le attività pratiche indicassero ai nostri alunni la strada per capire, per essere sicuri del loro saper fare, per motivarli alla conquista.

Il laboratorio non dev'essere visto quindi solo come spazio esclusivo o luogo isolato dove recarsi sporadicamente, esso deve divenire il nostro modo di operare sempre e comunque al fine di garantire un learning by doing (un'imparare facendo) che è essenziale per far vivere i contenuti e rendere accattivanti i concetti (anche i più astratti).
Questo approccio deve così attraversare e permeare ogni scambio con l'allievo.

Per ritracciare possibilità agite capaci di far fruire il sapere, basta osservare e prendere spunto dai bambini stessi, i nostri alunni sono in grado di insegnarci molto, soprattutto perché l'approccio che ci si propone di attuare è profondamente in aderenza con il modo spontaneo per mezzo del quale si struttura in loro la conoscenza, ovvero mediante la senso motricità; a noi insegnanti non resta che il piacere ed il dovere di valorizzarla, migliorarla ed arricchirla grazie alla psicomotricità in azione.
Questo è l'approccio che propongo a scuola -motivante per i ragazzi e soddisfacente per l'insegnante- nella convinzione della decisiva importanza di educare al movimento e per mezzo del movimento.
Da questo lavoro è nato un percorso laboratoriale di psicomotricità che si pone come elemento trasversale all'acquisizione delle conoscenze da parte dei bambini, attività che racconto in un e-book di prossima pubblicazione: "MANO - PIEDE - TESTA - CUORE. Imparare a crescere in movimento".


Simona Di Clemente, Docente di sostegno I.C. V.le Adriatico e al 107° CD "Giulio Cesare" - Roma
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