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n.16 ottobre 2011
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Indignados: dalla piazza all'aula
La difficoltà di insegnare la legalità in un mondo che la calpesta
di Sabatini Roberto - Orizzonte scuola
Qualche giorno fa, in una simpatica riunione di redazione, si è deciso di prendere in considerazione la recente e significativa presenza del movimento degli "indignados", sia come novità del panorama politico, che come nuovo stimolo sociale e culturale del nostro orizzonte quotidiano.

La scuola non sorge nel deserto. Essa non è solo circondata dal resto del mondo, ma è parte di quel mondo, lo respira a pieni polmoni, ne costituisce una parte del suo futuro.
Il movimento degli indignados ci è sembrato poi particolarmente vicino alla scuola proprio per la rilevanza della componente giovanile, componente che da molti anni sembra latitante, o sottorappresentata, nelle occasioni di confronto e di critica alle decisioni che autorità e istituzioni, politica ed economia prendono e che si riverberano anche sulla scuola, sia direttamente che indirettamente.
La circostanza dell'imminente manifestazione romana era ghiotta e non potevo mancare all'appuntamento di persona, nella convinzione che "la storia siamo noi" e che la realtà sia ancora quella in carne ed ossa, quella concreta ed effettiva e non quella virtuale e multimediale che sempre più si diffonde e si impadronisce di tutti.
Con queste intenzioni mi trovavo nei dintorni di S. Giovanni, ancora pochi minuti prima che scoppiasse quella devastazione che abbiamo poi visto ripetutamente in decine di servizi in video. Ho fatto appena in tempo a notare, all'incrocio di via Merulana con Via Emanuele Filiberto, l'entusiasmo e la tranquillità di qualche migliaio di manifestanti che mi sfilavano accanto; ho fotografato volti sorridenti che cantavano ritornelli e declamavano slogan, famiglie con bambini, disabili su carrozzelle, uomini e donne d'ogni età, corredati con striscioni, poster e scritte pittoresche e creative.
E' durata poco. Ad un certo punto tutto è bruscamente precipitato. Si vedeva in lontananza del fumo, si avvertiva un indecifrabile nervosismo, rumori forti, come di petardi (sono un ingenuo!): tutti segnali che consigliavano di allontanarsi, di farsi da parte, come i locali che tiravano giù le saracinesche per precauzione.
In pochi minuti mi sono spostato alla statua di S. Francesco a S. Giovanni; qui non era ancora giunta l'eco dei tafferugli che qualche centinaio di metri più in là avevano già rovinato il corteo e scippato, alla manifestazione, il suo senso e le sue motivazioni. Tante persone sedute al sole, con grandi striscioni dalle scritte inusuali, apartitiche, nonviolente, stuzzicanti: altrettante persone increduli del finimondo che pochi istanti dopo si è abbattuto sulla piazza e sulle strade limitrofe e che si è protratto fino a sera, spezzando in due tronconi il corteo, impedendo la confluenza dei suoi quattro quinti a S. Giovanni e snaturando selvaggiamente lo scopo e lo stile della grande iniziativa che si era data proprio a Roma l'appuntamento più corposo e significativo.

Beh, non voglio farla lunga perché so bene che i servizi giornalistici hanno documentato in lungo e in largo tutto quello che è successo, riportando i comportamenti dei violenti, la reazione indecifrabile delle forze dell'ordine, quella davvero indignata dei manifestanti, l'analisi degli opinionisti, della classe politica e delle istituzioni, mi limiterò ad alcune considerazioni che, fedeli alla consegna di redazione, ci riconducono al mondo della scuola.

Intanto DI QUESTO MOVIMENTO NON SI PUO' TACERE; soprattutto nella secondaria superiore, dove il quotidiano deve essere colto e studiato senza paraocchi, né fini ideologici, ma affrontato con le migliori categorie dell'ermeneutica e della storiografia.
E perché non si può tacere? Perché non possiamo fare finta che non esista, o che sia un fenomeno lontano dalle materie di studio e dai famosi banchi di scuola?

Non si può eludere perché la situazione contro cui protestano gli indignados è il problema principale del loro futuro, il muro contro cui potranno andare a sbattere i loro sogni di adulti, contro cui si infrangeranno le conoscenze e le abilità, le nozioni e le specializzazioni che oggi apprendono e sulle quali implicitamente contano per dare identità, indipendenza e valore alla loro vita.

La stessa EDUCAZIONE ALLA LEGALITA' è impossibile se si è immersi in un mondo che la calpesta dalla mattina alla sera; come possiamo pretendere lealtà e sincerità dai nostri studenti che sono circondati da comportamenti convenzionali e ipocriti, falsi, corrotti, criminali?
Quella a cui il movimento sceso in decine e decine di piazze contemporaneamente si appella, è un'indignazione contro uno stato di cose che viene da lontano, ma che per molto tempo non è stato ben messo a fuoco, grazie al potere ipnotico del benessere e del consumo e a quello straordinario ammortizzatore sociale che in Italia è la famiglia.

Prima di sbarcare nelle società opulente il dramma in questione ha visitato le aree meno protette e più povere del mondo, con conseguenze per noi, ancora oggi, nemmeno immaginabili: guerre, carestie, miseria, fame, esodi e morte.
Per chi ha avuto occhi per vedere e volontà di farlo, anche con una informazione spesso distratta ed edulcorata, che magari si gingilla colpevolmente su banalità della cronaca e del gossip, pure non mancano canali e veicoli di autentico reportage giornalistico e, dunque, occasioni per sapere e misurare, in questo caso, la gravità della situazione economica e politica locale e globale.
Dati e documenti di ogni genere e tipo che testimoniano le tragedie e le tendenze in corso, i segnali drammatici di globalizzazione selvaggia, precarizzazione permanente, licenziamenti tout court, non sono davvero mancati e hanno anche denunciato una saldatura tra gli adulti oggi già sotto e disoccupati e i giovani prossimi futuri tali.

Come era facilmente prevedibile i nodi stanno infatti arrivando anche al nostro pettine e i più direttamente investiti dalle questioni sul tappeto ne stanno cogliendo tutta la portata e individuando cause e responsabilità di questa situazione. E questa consapevolezza non è una riedizione della storica "contestazione giovanile" degli anni '70.
Qualcuno ha notato che mentre il movimento del '68 sognava un mondo completamente diverso da quello in cui aveva vissuto la generazione precedente, questo movimento non vuole invece perdere i traguardi raggiunti da decenni di lotte e di conquiste civili e già appartenuti alla generazione precedente!

Uno studio presentato proprio qualche giorno fa dalla testata scientifica di Rai Tre, TG Leonardo, individuava 1.300 circa grandi decisori mondiali -Multinazionali, Holding, Sistemi bancari, ecc.-, ciascuno dei quali collegato ad almeno una ventina di altri centri socialmente importanti, ma minori: una mappa di chi, dietro e oltre le politiche sovrane di ciascun paese, muove e indirizza di fatto il cammino, il presente e il futuro immediato di tutti; per mantenere le differenze e i grandi privilegi di una minoranza estremamente potente e ben organizzata, la crisi è stata esportata anche nei paesi ricchi dove, sia pure in termini assai meno drammatici che in quelli poveri, sta erodendo diritti e stato sociale, colpendo, come è ovvio, soprattutto le categorie sociali più deboli.
Tra queste anche i giovani che, però, hanno accumulato un tasso elevato di conoscenze e abilità (cosa di cui una scuola può andare fiera) e dispongono di strumenti sofisticati per comunicare e concordare strategie di contrasto, anch'esse inedite.
Se la disoccupazione intellettuale è una musica decollata negli anni '70 e a cui i più anziani dei presenti si sono assuefatti, da qualche tempo a questa parte le nuove generazioni hanno conosciuto nuove sinfonie: prima hanno sentito parlare di flessibilità, poi di precarietà e da qualche tempo sentono ripetersi che il lavoro, qualsiasi lavoro, proprio non c'è, che le conquiste sindacali degli ultimi 40 anni dovranno essere riviste e sottoposte ad una dieta dimagrante, che sono a rischio stipendi e contratti, che la pensione diventerà presto un miraggio, o sarà così risibile, da non consentire più nemmeno la semplice sopravvivenza.

E, si noti bene, tutto questo sta avvenendo in un mondo che vede crescere l'opulenza dei vertici, che vede aumentare il divario tra davvero abbienti e davvero non abbienti! Se per circa un trentennio questa diversificazione si è verificata tra paesi altamente industrializzati e paesi in via di sviluppo (una via infinita e destinata ad allungarsi, come spiega molto bene il volume di Wallach e Sforza "WTO"), e si era costruita su un contenuto e parziale riallineamento tra le classi dei paesi opulenti, ora, anche grazie ai meccanismi del mercato globale, si sta ripercuotendo nella compagine sociale di tutte le società.

Questo è insomma il quadro di cui finalmente i giovani stanno prendendo visione: una formidabile forbice nella distribuzione della ricchezza e delle scelte di percorso sociale, culturale e professionale che urta frontalmente contro le altisonanti dichiarazioni di uguaglianza, di tutela dei diritti e di pari opportunità. Ma forse grazie ad una consapevolezza formatasi soprattutto tra i banchi di scuola questi giovani sembrano proprio non volerci stare più, non subire più, non pagare più.

Non è davvero un caso che tra i tagli agli investimenti e le amputazioni allo STATO SOCIALE, SCUOLA e RICERCA siano tra i settori più colpiti: in alto si sono accorti che una formazione alta e diffusa può permettere una capacità d'analisi della situazione del sistema paese e una competenza nell'individuazione dei fattori del declino e degli stessi decisori che lo provocano; un rischio troppo alto da correre, meglio correre ai ripari depotenziando il servizio e tornare a renderlo selettivo in senso classista: una rilettura de "L'élite del potere" di C. W. Mills, "vecchio" di ben 55 anni, potrebbe aiutare a comprendere come si coltiva, mantiene, potenzia e tramanda la classe dirigente.

A mio avviso la scuola, almeno quella secondaria superiore, che sforna direttamente candidati alla disoccupazione permanente, senza snaturare la sua funzione educativa complessiva, senza prendere posizioni partitiche, senza atteggiamenti da tifoseria calcistica, senza dichiarare campi e bandiere di appartenenza, deve però lucidamente, razionalmente e coerentemente considerare questo stato di cose, secondo le tante età dei suoi allevi e secondo le varie competenze disciplinari dei suoi insegnanti, dicendo pane al pane e vino al vino, analizzando i fattori, evidenziando le responsabilità, ipotizzando soluzioni: un approccio, insieme, etico e scientifico o, in una sola parola, filosofico.
Il punto di aggancio è quella famosa educazione alla legalità di cui si cominciò a parlare qualche decennio fa, inserita nella lotta al malessere giovanile e alla dispersione scolastica che aveva, tra i suoi motti, "Stare bene con se stessi, stare bene con gli altri, stare bene con le istituzioni".

Chiunque abbia provato come adulto, nei confronti di giovani e giovanissimi, a trasmettere il senso della legalità e della correttezza, l'etica della responsabilità e della coerenza, l'atteggiamento della lealtà e della sincerità, non può non aver provato uno stato d'animo di smarrimento, di imbarazzo, di inanità; oppure, con un pizzico di ipocrisia, ha messo tutto su un piano esclusivamente, o prevalentemente, teorico, del tipo: "le cose non vanno, né mai sono andate così, ma così dovrebbero andare".
E la cosa non cambierebbe molto se si provasse a trasmettere educazione ambientale, risparmio energetico, consumo equo e solidale, lotta contro lo sperpero e l'inquinamento, solidarietà e così via: ci troveremmo sempre in imbarazzo per l'assenza, o la rarità di modelli, di esempi, di comportamenti da indicare.

Oggi, insomma, LA SCUOLA di ogni ordine e grado si trova a trasmettere un patrimonio di valori e di atteggiamenti, di principi e scopi, di metodi e stili di vita, che non trovano quasi nessuna eco nel resto del mondo e nemmeno nelle rappresentazioni dei mass media; una grande istituzione su cui è calata una grande solitudine e un progressivo impoverimento delle sue risorse: non possiamo che indignarci!

Roberto Sabatini ha insegnato Scienze Sociali fino a luglio 2011 nel Liceo di Via Asmara di Roma
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