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n.41 marzo 2014
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Insegnanti con disturbo della comunicazione con sottotipo "URLITE ACUTA"
Il bisogno di educare per l'ascolto e all'ascolto
di Pellegrino Marco - Inclusione Scolastica
immagine tratta da www.disegnidacolorareperadulti.it
immagine tratta da www.disegnidacolorareperadulti.it

Sotto il sonoro bisogno degli insegnanti di educare all'agognato silenzio, si cela, più o meno consapevolmente, il bisogno ad essere ascoltati, che va oltre il bisogno di calamitare l'attenzione verso di sé.
Ma l'insegnante si pone davvero in ascolto?
La lezione di Maria Montessori è oggi quanto mai attuale, perché per imparare a comunicare è necessario saper ascoltare e, per farlo, occorre stare un po' a contatto con sé stessi, per raggiungere l'autocontrollo e per stabilire relazioni positive. La faccenda ruota sempre intorno a questa relazione di reciprocità, ad un rapporto di do ut des che spesso è sbilanciato da una parte o dall'altra. Il silenzio è solo una parte della comunicazione e una delle condizioni per entrare in contatto diretto e attivo con l'altro, ma non sempre è la condizione necessaria in situazioni come quella di insegnamento-apprendimento, in cui a predominare dovrebbe essere lo scambio espressivo, il dialogo regolato ma aperto e pluri-direzionale, la comunicazione attiva e partecipata: il silenzio può anche significare disinteresse, accettazione passiva e favorire l'evasione o al contrario la sedimentazione e l' immobilizzazione di quello che già esiste senza che questo possa avere la possibilità di confrontarsi, arricchirsi e rigenerarsi.

E' solo il silenzio quello che chiediamo? Ed è proprio adeguato il modo in cui lo imploriamo?


- Bambini, fate silenzio! -. Quante volte verrà ripetuto, durante le ore di lezione, quest'enunciato, tanto da divenire intercalare tra una spiegazione e l'altra, tra un'indicazione e l'altra, anche in momenti in cui non sarebbe così necessario, ma è una richiesta involontaria e compulsiva per ottenere la giusta atmosfera atta a placare le ansie e a gestire le incertezze dell'insegnante. Spesso però il contenuto contrasta con la modalità: come si può ottenere il silenzio richiamandolo a gran voce e urlandolo? Come si può educare al silenzio e far comprendere il valore di esso se l'esempio offerto è fuorviante? Le urla che risuonano nei corridoi e che hanno la forza di zittire gli alunni delle proprie classi e anche quelli delle classi di tutto il piano rispondono ad una necessità che sconfina e va oltre i muri dell'aula, non solo in senso fisico.

Più forte è il bisogno di provare quella sensazione di quiete, anche se solo temporanea, rispetto a quello di comprenderne il valore e di analizzare i modi con cui si cerca di raggiungerla. L'insegnante aspirerebbe ad una lezione auto-gestita con una percentuale di silenzio che tende all'assoluto, ma questo traguardo, oltre ad essere naturalmente irragiungibile, è lontano dai veri obiettivi della professione: il silenzio ha valore e senso solo se occupa uno spazio circoscritto e un tempo limitato all'interno del processo e solo se è realmente funzionale alla situazione, altrimenti perde il suo ruolo. Il silenzio può divenire anche controproducente, quando assorbe e soffoca all'origine quello che potrebbe emergere e che si potrebbe apprendere se non fosse egemonico in una comunicazione. (L'articolo sulla creatività pubblicato sulla rivista del mese scorso si riallaccia a ciò).
Dietro la richiesta incessante di silenzio, in realtà si nasconde un bisogno dell'insegnante di essere ascoltato, non solo dagli alunni ma anche dalle figure poste ai vertici del sistema, dai dirigenti, dai colleghi, dai genitori; a volte gli alunni diventano i soli destinatari e spettatori di queste manifestazioni di bisogno, pur non essendone spesso responsabili, né diretti interessati, ma come il silenzio imposto ad essi nuoce alla relazione e al processo di insegnamento-apprendimento così il silenzio che si frappone tra gli insegnanti e gli "altri" isola l'insegnante stesso e quello che appare come un rifugio a lungo andare diviene trappola che chiude e spegne.

Allora è importante che ogni insegnante, dal suo canto, metta in atto alcune buone pratiche che possano consentirgli di operare nella tranquillità, da intendersi non come assenza di parola o di comunicazione ma come situazione di benessere, equilibrio, vivacità e fermento noetico. Oltre a porsi in ascolto dei propri alunni e dare loro voce, bisogna anche:

Rivolgere le giuste domande, a chi è nella condizione di poter rispondere, quando si hanno dei dubbi o delle incertezze, riguardo a ciò che si ha bisogno di dire o di fare;

Condividere con i colleghi di classe, e non solo, le esperienze professionali e le iniziative intraprese, perché i successi o gli insuccessi sono comunque funzionali se aiutano l'intera comunità a crescere e a migliorare;

Rivolgersi ai genitori per ottenere informazioni e dati che riguardano la vita degli alunni all'esterno della scuola, perché anche questi incidono sul percorso scolastico;

Confrontarsi con le figure specialiste, esterne alla scuola, perché con il loro contributo si potrebbero aprire nuovi percorsi o rafforzare delle scelte già messe in atto;

Partecipare attivamente agli incontri e alle riunioni ponendo quesiti e questioni, operando interventi, proponendo soluzioni.


Ricevere ascolto vuol dire mettersi nella condizione di ottenerlo e al contempo offrirlo nel giusto modo e al momento opportuno. La professione dell'insegnante è incentrata sulla relazione continua e a più livelli, ma per un effetto paradosso è anche esposta all' isolamento indotto o auto-prodotto, e mentre il primo va combattuto, il secondo va evitato. Inoltre, in una fase congiunturale come quella in cui si vive e si opera, dove il caos e il "rumore", dovuto al bombardamento di informazioni e di stimoli, la fanno da padroni, il silenzio è quanto mai desiderato e va sicuramente difeso ma a patto che esso diventi il luogo dove nascono nuove parole.

Marco Pellegrino, docente di sostegno IC Viale Adriatico - Roma
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