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n. 66 ottobre 2016
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Integrazione, quindi intercultura
Non si può lasciare invecchiare le proprie mappe
di Bono Liliana - Intercultura
Molto bene, siamo a Settembre, ho ricominciato con la prima, con i bimbi alti tre quarti di sedia, con nomi bellissimi e insoliti da imparare e da ricordare.
La classe è numerosa e composita quanto mai.
A metà mattinata mi prende il panico della maestra che deve saper fare tutto e a fine giornata solitamente non so neppure più come mi chiamo io.

E poi mi prende un genere di afflizione piuttosto singolare, una specie di tensione che in precedenza avevo già rilevato ma che non avevo definito chiaramente dentro di me.

Io non conosco ancora questi bambini nuovi di zecca, e ancora meno le loro famiglie.
E sento prepotente in me la spinta a farmi accettare da loro, più di ogni altra cosa al momento presente.
Prima ancora di preoccuparmi delle regole, del rispetto, delle discipline e delle sillabe, io cioè mi sento fortemente bisognosa di diventare una di loro, un viso famigliare, una voce che possano riconoscere e non temere.
Li vedo piuttosto tranquilli, a dire il vero, anche obbedienti (per quanto antipatica, la parola rende l'idea) e penso che voglio di più. Non mi basta che mi seguano perché qualcuno che non conoscono ha deciso che io fossi la loro maestra.
In un certo senso io voglio che mi scelgano, e so già che farò numeri da circo perché questo avvenga ogni giorno, ogni mattina.

Integrazione, che vocabolo complesso.
Integrazione è quello che io cerco, e non è mai un problema.
Direi anzi che l'integrazione è a mio avviso la risposta, la risposta che il nuovo mondo che sorge davanti ai miei occhi mi sta suggerendo da un po'.
Integrazione, quindi intercultura.
La multicultura mi sa che è al tramonto.
E' la reciprocità che i nuovi occhi richiedono. Il che significa che io devo imparare da loro, perché sicuramente nel nuovo domani loro sono molto più integrati di me, e per stare al passo dovrò fare un bel po' di fatica, e di attenzione.
La GN di ippopotamo forse mi aiuterà ancora.

A scuola come nel quartiere, e nel quartiere come nel mondo, sono io la minoranza assoluta.
Sono io in netto svantaggio, e comunico con fatica quello che i miei alunni e i miei vicini quotidianamente fanno senza sforzo.
Il caso vuole che a scuola io sia la loro insegnante, e io lo trovo molto buffo.
Molti non la pensano come me, me ne rendo conto. Una buona parte di popolazione è convinta che l'uomo occidentale detenga primati e diritti, e/o precedenze, tanto più se insegna.
Vivendo qui, è molto difficile crederlo veramente, almeno per me.
Penso comunque che in ogni caso il processo di insegnamento/apprendimento sia sempre caratterizzato da una notevole componente di reciprocità: non posso insegnare se non imparo e non ho imparato bene finché non so insegnare. "Non hai veramente capito un concetto finché non sei in grado di spiegarlo a tua nonna"- mi pare fosse Albert Einstein l'autore di questo breve compendio della pedagogia.

Mi approprio dei concetti nel momento in cui li apprendo, ma li padroneggio nei momenti in cui li fornisco.
Perciò l'insegnante non può impigrirsi, e non può lasciar invecchiare le proprie mappe.
Del resto, è salutare per tutti.

Liliana Bono, docente scuola primaria "G. Parini" - Torino
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