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n. 72 aprile 2017
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Oggi è il giorno:25 Luglio 2017 Pubblicato da Sysform Editore - Iscrizione al R.O.C. n.19433 Sysform Editore - Via Monte Manno 23 00131 Roma
Articolo 'Inversione di marcia'  >>>
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Inversione di marcia
Quando un conflitto diventa opportunità
di Pettinari Francesco - Inclusione Scolastica
"A me di questo gioco non me ne frega niente, tanto lo so che lo facciamo soltanto per Edo".

Come un tamponamento improvviso, quando ti accorgi di aver accelerato troppo per poter frenare in tempo, come un pedone che passa con il rosso rischiando di finire sopra il tuo parabrezza, come un testa-coda che ti sballottola qua e là prima di finire chissà dove la sua corsa impazzita.
La frase di David ha questo effetto, forte, improvviso, spiazzante.
Questa volta siamo alle prese con un'attività sul campo lessicale della città, dei segnali stradali, delle indicazioni da saper dire per condurre, ad esempio, Mister X sempre dritto per 300 metri fino a quando, a destra, dopo le strisce pedonali, si trova il negozio di abbigliamento.
Dapprima avevamo pensato ad un percorso al buio, un ragazzo nel ruolo di guida e l'altro in quello del non vedente. Il tutto da svolgere fuori, all'aria aperta, tra gli odori di primavera che cominciano a svolazzare anche nella Milano ricca di smog. Con un gessetto volevamo disegnare l'itinerario a terra e la guida avrebbe dovuto condurre, usando esclusivamente le indicazioni in lingua inglese, il suo compagno bendato fino al luogo stabilito dall'insegnante.
Poi, però, Clara, l'insegnante di inglese, aveva proposto di non bendarli, così da far vedere a tutti l'itinerario disegnato. Avremmo, in questo modo, potuto tracciare anche diversi segnali lungo il tragitto (traffic lights, zebra crossing, bridges, fountain, square e così via) per arricchire ancor di più il campo linguistico da imparare.
Negli ultimi giorni Romina sembrava sempre più un bizzarro architetto che una prof., aveva definito sul suo pc i due tragitti da riprodurre sul campetto da pallavolo, stabilendo nei minimi dettagli tutti i luoghi e i simboli da disegnare.
Avevamo previsto 2 squadre, la guida era rimasta, mentre il cieco era stato sostituito dal turista in giro per una città immaginaria. Lungo il percorso, inoltre, sarebbero stati inseriti 6 pit-stop sui quali avrebbero stazionato i componenti delle due squadre, con in mano un foglio con la scritta del negozio che avrebbero rappresentato.

Le idee erano state messe insieme, mescolate, modificate, aggiustate, tolte, aggiunte. Insomma sembrava di essere proprio in una vera e propria officina, connettevamo idee, anche senza wi-fi.
E non solo. Per essere proprio sicuri di averla pensata bene avevamo fatto anche due prove generali, durante una di quelle ore di supplenza nelle quali i ragazzi non han voglia di far nulla.
E il tutto sembrava funzionare.
Poi, all'improvviso, l'indomani, mentre il gioco procedeva più o meno come lo avevamo pensato, quella frase, diciannove parole di piombo sentite da Romina mentre stazionava col turista sopra la P di Post Office.
Terminato il gioco e distribuite caramelle e cioccolatini alla squadra vincente, in sala prof., Romina finalmente sputa il rospo, e ci racconta il fattaccio.
Ci confrontiamo, riflettiamo sul fatto che, tutto sommato, potrebbe essere una di quelle frasi dette così, senza pensarci troppo. Ci può stare, sicuramente è così, ma sentiamo comunque la necessità di intervenire, di non lasciar passare la cosa inosservata, frutto di una semplice e banale uscita infelice.
Anche perché magari, chissà, la stessa cosa la potrebbero pensare anche altri compagni e allora è meglio parlarne a viso aperto, affrontare la questione e soffermarcisi su per e-ducare, per "trarre fuori" -come l'etimologia vuole- quel che deve emergere per poi "condurre" sulla strada giusta la nostra classe che, specialmente adesso, sembra essersi fermata ad un bivio.

Avvertiamo l'urgenza di metterci in discussione anche noi, di parlare con i ragazzi in sincerità, lasciandoci aperta la possibilità di tornare indietro, di fare inversione di retromarcia, di quelle a U, se necessario.
Decidiamo, quindi, di parlarne prima con David e poi con tutta la classe.
Lo chiamiamo e, insieme a Sabrina, la prof. di lettere che in due secondi ha capito tutta la situazione, gli chiediamo il perché di quella risposta.
Lui tentenna incerto tra un "non avete capito bene" e un "non volevo dire quello". Sabrina interviene con poche ma efficaci parole, gli spiega che si deve fidare dei prof., che ogni attività è pensata a lungo per venire incontro ai bisogni di tutti e che, con quella frase, ha dimostrato una grande superficialità.
David, sguardo basso e mani agitate, continua a tergiversare, a negare, non si aspettava tanto clamore per una frase buttata là, tra il campo di calcetto e gli schiamazzi generali, ma è colpito, riflette dentro e sembra non riconoscersi più in quelle parole.
Torna in classe e, poco dopo, suona la campanella della ricreazione. Mentre sgranocchiamo qualche tarallo David si affaccia titubante in sala prof., cerca il prof. Francesco e la prof. di inglese.
Lo sento e mi avvicino a lui che mi dice: - "Prof., scusi!" - con la voce rotta e gli occhi lucidi.
Non sono lacrime da coccodrillo, ha capito quanto fossero ingiuste le sue parole e ora, con umiltà e spontaneità, ha avuto il coraggio di chiedere scusa, non tanto a noi, quanto a se stesso per essere stato, forse anche involontariamente, ciò che probabilmente non voleva essere.
In classe ne parliamo ancora un po', c'è Andrea che alza la mano e si lamenta per il fatto di aver dovuto aspettare troppo tempo prima del suo turno: - "Noi non riusciamo a stare fermi così tanto" - esclama. Mi par di capire che le regole del gioco, volutamente rigide per assicurare un certo ordine, hanno sovrastato il divertimento che, alla fin fine si abbina sempre ad una certa dose di sana confusione.
Accolgo la critica di Andrea e propongo di nominare un rappresentante della classe che, per le prossime volte, possa contribuire alla progettazione dell'attività con suggerimenti, consigli e proposte.
Caterina, invece, caschetto biondo e occhio vispo, dice che, secondo lei, Edoardo in questi giochi non impara nulla. Osservazione acuta, che merita una risposta pronta e convincente.
Sabrina non si fa sfuggire l'occasione e, con dolcezza, le spiega che a noi di far imparare a Edo i segnali stradali in inglese non ce ne importa nulla: - "Pensa invece a quanto è importante per Edoardo condividere questi momenti, ridere, divertirsi, ripetere anche solo una parola insieme a voi" - le dice facendo emergere appieno l'ex insegnante di sostegno che è in lei. Mentre discutiamo di tutto ciò Edo, in fondo alla classe, in silenzio, con lo sguardo attento, sembra seguire tutto il discorso, ha capito che si parla proprio di lui. Lo facciamo notare ai ragazzi, che sembrano convincersi sempre più quanto sia una grande opportunità anche per loro imparare insieme e con Edoardo.

Molto spesso diamo per scontata, ovvia, implicita la finalità di ciò che facciamo in classe. Così non è sempre e per tutti. Abbiamo sempre bisogno di spiegare le ragioni di ciò che facciamo e, perché no, anche di far entrare "metacognitivamente" gli alunni nei processi di costruzione di un'attività inclusiva come la nostra.
- "Comunque a me l'attività è piaciuta, io non ci vedo nessuno problema" - conclude Marta, disorientata da tutto questo parlare.
Forse l'attività non è andata al meglio, nonostante il lungo "labor limae" profuso abbiamo fatto diversi errori, ma cavolo se son serviti anche quelli!

Quest'inversione di marcia era davvero importante, decisiva direi, per tornare a viaggiare sulla giusta carreggiata.


Francesco Pettinari, docente di sostegno, I.C. "Morosini Manara", Milano
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