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n. 50 febbraio 2015
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L'albero d'oro e il silenzio della neve
A 100 anni dallo scoppio della I guerra mondiale
di Crasso Antonella - Orizzonte scuola
Quando il cinema sa ancora dare emozioni è bello poterle condividere con le nuove generazioni. Così, una mattina di gennaio ho accompagnato la mia classe, una terza media, a vedere il film di Ermanno Olmi "torneranno i prati", che sarà presente a febbraio nella sezione Gala al Festival del Cinema di Berlino.

La vicenda, che si inserisce nel quadro delle commemorazioni per i 100 anni dallo scoppio della I guerra mondiale, è ambientata nel gelido inverno del 1917 in un avamposto d'alta quota, dove un gruppo di militari italiani combatte a pochi metri di distanza dalla trincea austriaca, contro un nemico che non si vede mai fisicamente, ma forse proprio per questo è ancor più ossessivamente presente in quella che è una quotidianità gelida e monotona. In questo inferno bianco lo sparuto gruppo di soldati sembra affacciarsi all'esistenza solo quando, alla distribuzione della posta, vengono pronunciati i nomi dei singoli che si riappropriano per un attimo della loro umanità, prima di tornare ad essere anonimi numeri nella mente di qualche burocrate che lontano da lì, al caldo di un ufficio sicuro, muove i fili della vita e della morte di uomini mandati in missioni suicide, esecutori impotenti dei tanti ordini insensati che caratterizzarono la grande guerra.

Un profondo senso di poesia pervade già il titolo "torneranno i prati", quasi un presagio di verde, di una primavera di speranze che tornerà a fiorire, nonostante tutto, anche se nel film non c'è colore, a parte il fugace baluginare dell'albero d'oro e il bianco accecante della neve che domina ogni cosa, fuori e dentro gli uomini. E anche perché l'intento del regista e le considerazioni finali di uno dei protagonisti non indulgono al lieto fine, alla speranza, quanto piuttosto alla tragica inutilità del tutto.

Volutamente il titolo è in caratteri minuscoli, perché è la storia piccola di un pugno di uomini, inserita all'interno della Grande Storia, ma proprio per questo paradigma di un orrore del quale questi uomini sono protagonisti-fantasma, uomini "illacrimati": non per niente il regista li rappresenta quasi come ombre irriconoscibili, imbacuccate sotto informi divise militari e pesanti coperte che non bastano però a ripararli dal freddo, poiché il gelo è quello interiore di chi comprende solo in quel momento con agghiacciante lucidità e senza possibilità di ritorno, il grande inganno di aver creduto alla guerra come massima espressione dell'amor di patria e dell'esplicarsi del proprio essere uomini.

È lo stesso regista che motiva infatti le sue fonti di ispirazione: l'impressione in lui suscitata dai racconti del padre, soldato della grande guerra, che ascoltò da bambino e soprattutto il voler raccontare e denunciare l'imperdonabile delitto di chi uccide i sogni altrui, quelli di una intera generazione di giovani morti senza neanche sapere il perché. Questo afferma uno dei soldati in un soliloquio sommesso e toccante che è la cifra poetico-ideologica di tutta la pellicola: "Nei nostri sogni non c'era la morte".

Eppure colpisce come anche in un contesto così disumano e opprimente dove dominano la solitudine, il freddo, la paura, gli uomini conservano la capacità di riservare un piccolo spazio per i propri sogni, quella capacità di stupirsi davanti alla bellezza e alla poesia che è una prerogativa tutta umana, ancora: così, in una gelida notte di veglia, un soldato indica ad un compagno un larice piantato in mezzo alla neve, un albero meraviglioso a cui l'inverno ha donato i colori dell'oro e che viene contemplato in silenzio con attonita meraviglia dai due soldati, prima di essere illuminato per un'ultima volta dal bagliore di una granata, esplodere in frammenti dorati e scomparire per sempre.
Una scena che fa quasi male, perché ha il sapore dei sogni infranti, dell'innocenza perduta, di fugaci consolazioni spazzate via, quasi che non rimanesse a questi uomini condannati neppure un frammento di sogno. Così come fa male l'erompere improvviso e inatteso, nel silenzio assordante della neve che domina questo claustrofobico avamposto suicida, l'imprecazione contro Dio, o meglio contro il silenzio di Dio, tanto più che tutto il film è giocato su toni sommessi e sussurrati. Ma forse non è del tutto inaspettata: come poteva questa umanità disgregata, abbandonata, sofferente, tacere di fronte all'assenza di Dio, alla sordità di Dio, ad un passo dalla morte?

Una fotografia bellissima ed evocativa accompagna il film con immagini di un nitore quasi accecante, scenari di neve e di montagne che descrivono una natura meravigliosa, come sempre però lontana dalle sofferenze dell'uomo. E su tutto il divenire della storia che, indifferente al martirio degli uomini, farà ricrescere i prati al disgelo della neve, cancellando la memoria del loro sacrificio, come profetizza alla fine del film un soldato: "Di quel che c'è stato qui non si vedrà più niente e quello che abbiamo patito non sembrerà più vero".
Cosa resta allora per lenire l'amarezza di queste disilluse parole, perché questa immensa tragedia non poi così lontana abbia almeno un senso? Forse il richiamo a fare di noi stessi (e dei nostri alunni) dei "custodi della memoria", nella celebrazione della "giornata della memoria" che rievoca le atrocità di un'altra guerra e specialmente in un tempo come il nostro, nel quale i concetti di solidarietà, condivisione, amicizia tra i popoli sembrano perduti nella tenebra di un mondo che affila la spada in nome di un Dio, stravolgendo completamente il concetto di divinità come fonte creatrice della vita e non come alibi per dare la morte.

E pensare che "torneranno i prati", non come edulcorata visione della primavera che ritorna nel mondo, ma con la consapevolezza che sotto quella neve bianchissima, sotto quel verde, brillante c'è stato il sangue di una intera generazione di uomini.



In memoria:

Caddero come neve,
caddero come stelle
o petali di rosa,
quando improvviso in giugno
li tocca il vento.
Perirono nell'erba che non ne serba segno-
l'occhio non trova il luogo;
ma Dio con il suo libro irrevocabile
richiamerà ogni volto
.

Emily Dickinson, 1862


Antonella Crasso, docente di sostegno, IC Piazza Minucciano - Roma
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