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Numero: 1 -Dicembre 2007 -Anno I-   Direttore responsabile Manuela Rosci
Oggi è il giorno: 17 Novembre 2018

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Articolo 'L'Alfabetizzazione emotiva'  >>>
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L'Alfabetizzazione emotiva
Quale ruolo occupa nella scuola?
di Melchiorre Simonetta - Didattica Laboratoriale >>> Percorsi laboratoriali
"La lotta tra pensiero ed emozione potrà risolversi non solo quando le cognizioni corticali prevarranno sui sistemi emotivi, ma anche quando il cervello avrà integrato più armoniosamente ragione e passione. Allora gli esseri umani conosceranno meglio i propri sentimenti e forse sapranno anche usarli meglio nella vita quotidiana" Joseph LeDoux

Troppo spesso nella scuola vengono trascurati gli aspetti emotivi del processo di sviluppo del bambino a tutto vantaggio di quelli puramente cognitivi. Si nega costantemente l'osmosi esistente tra la componente affettiva e quella cognitiva, pur avendola osservata in tutte le situazioni di apprendimento.
L'atteggiamento dell'insegnante più che le sue parole, le sue aspettative, anche quelle non dichiarate apertamente, le comunicazioni verbali e non verbali, la stima e la fiducia che ripone o no nelle capacità dell'alunno influiscono sul bambino sostenendo o impedendo, facilitando o ostacolando qualsiasi azione conoscitiva.
L'educazione affettiva, quindi, dovrebbe occupare nella scuola un ruolo fondamentale, avviando il bambino ad una più profonda, positiva e realistica conoscenza di sé, dei suoi dialoghi interiori, delle sue potenzialità, delle sue fragilità e ad instaurare rapporti gratificanti con gli altri basati sulla collaborazione, il rispetto, il dialogo.
Occuparsi solo dell'alfabetizzazione culturale significa, quindi, per noi insegnanti non entrare in comunicazione profonda con i nostri alunni, negarne una parte fondamentale.
L'esperienza di ogni insegnante è colma di esempi di bambini con un'intelligenza anche al di sopra della media ma con un'emotività apparentemente assente o turbata. Ciò troppo spesso ha creato un rapido abbassamento del potenziale cognitivo ed una regressione delle prestazioni dell'alunno.
Non possiamo rimanerne indifferenti, non possiamo non porci alcune domande: "Quali strumenti possiede la scuola?" "Quali possibilità? Quali spazi d'intervento lasciati ancora inesplorati?" "Quali rigidità porta con sé l'istituzione scolastica?" "Quali potenzialità si muovono al suo interno nella attesa di emergere e modificare l'approccio educativo?"
Cosa significa "alfabetizzare alle emozioni"?
-"Gli uomini sono agitati e turbati non dalle cose, ma dalle opinioni che essi hanno delle cose"- Epitteto I secolo d.c.
Il termine "alfabetizzazione" significa letteralmente "Il conferimento a persone analfabete di nozioni sufficienti a renderle capaci di leggere e scrivere.(1)
Questo significa, ad esempio, che prima di insegnare a leggere ed interpretare una poesia o scrivere un testo, l'alunno dovrà essere avviato alla conoscenza e al riconoscimento delle singole lettere, delle singole parole, delle singole frasi in un processo cognitivo sempre più complesso.
Allo stesso modo dovrebbe avere inizio l'alfabetizzazione emotiva.
L'insegnante dovrebbe procedere con la presentazione di una "grammatica" emotiva. Inizialmente dovrà soffermarsi su ciò che il bambino sta provando in una precisa circostanza, per aiutarlo ad analizzare tale emozione partendo dalle sensazioni percepite fisicamente e dargli un nome.
Dare un nome a ciò che sta avvenendo in noi ci aiuterà poi, non solo a conoscere le emozioni ma a riconoscerle successivamente, in noi stessi e negli altri, in un allenamento che durerà tutta la vita.
Sono ancora molti gli insegnanti (e gli adulti in genere) che, di fronte ad un litigio tra bambini o assistendo allo scoppio d'ira di un alunno, intervengono per reprimere, rimproverando o punendo. Certe manifestazioni emotive, le consideriamo troppo violente, le giudichiamo pericolose e, soprattutto, fuorvianti il "regolare svolgimento delle attività didattiche".
Interveniamo "affinché capiscano" o "per evitare che si facciano del male", "perché facciano la pace" o semplicemente perché "è giusto così".
In questo modo interveniamo dall'esterno, senza partecipazione e comprensione reali alle motivazioni che hanno dato il via a quel comportamento giudicato "inaccettabile". Il bambino, in questo modo, non comprendendo il motivo della nostra intrusione e punizione, reagisce ribellandosi o sottomettendosi passivamente.
Rispettare l'alunno non significa certo non intervenire affatto ma essere disponibili emotivamente attraverso l'ascolto empatico. Scopriremo che ciò che ci sembrava senza motivo, scorretto o aggressivo, ha una sua spiegazione. Comprenderemo che il bambino ha agito secondo l'unica soluzione che ha saputo concepire in quel momento.
Il compito dell'adulto, in tal caso, consiste nel mostrare e far cogliere (anche e soprattutto con la partecipazione del gruppo classe) aspetti e soluzioni diverse. Ciò porterà l'alunno a sviluppare capacità di decisione e di intervento autonomo e creativo.
Un'altra conseguenza dell' ingerenza da parte degli educatori, nella gestione e soppressione delle dinamiche affettive, è la quasi totale incapacità dei bambini a relazionarsi tra loro senza la mediazione di un adulto.
Il bambino a scuola verifica, vive e consolida la sua affettività, si mette in gioco per la prima volta in un ambiente diverso da quello familiare. Troppo spesso la scuola consiste nell'unico ambiente socializzante perché, soprattutto nelle città, non esiste quasi più l'amico del quartiere o i giochi del cortile.
La scuola è diventata, così, il centro primario dove soddisfare i bisogni di amicizia (2)e i comportamenti considerati, a volte, inaccettabili, etichettati come "problemi di disciplina" sono momenti vitali d'interazione. Momenti nei quali il bambino si misura con se stesso e con gli altri, entra in contatto con altri stili educativi diversi da quello familiare, con altri valori e sperimenta se stesso nella vita.
Proprio per tale ragione la scuola non può "reprimere" le dinamiche relazionali che avvengono al suo interno, anche quelle più difficili o fuorvianti l'attività scolastica, ma considerarle grandi occasioni per metacomunicare su quanto è accaduto, per analizzare, insieme agli alunni, non solo la sensazione emotiva ma il pensiero che la sottende. "Gli psicologi hanno coniato il termine "dialogo interiore" per riferirsi al meccanismo attraverso il quale l'individuo elabora una propria visione degli eventi commentando internamente ogni esperienza personale. Sebbene spesso non ne siamo consapevoli, parliamo spesso a noi stessi e la maggior parte delle nostre reazioni emotive e dei nostri sentimenti sono influenzati da tali pensieri"(3)
La didattica delle emozioni parte, quindi, dall'assunto che "le reazioni emotive ai diversi eventi sono influenzate dal modo in cui l'individuo rappresenta nella propria mente tali accadimenti, dal modo in cui pensa ad essi".(4)

Simonetta Melchiorre Docente I.C. Viale Adriatico - Roma

Joseph LeDoux "Il cervello emotivo. Alle origini delle emozioni" Baldini & Castaldi 1996 pag. 23
1. Devoto Oli "Dizionario della Lingua Italiana" ed. Le Monnier 2004
2. D. Francescato, A. Putton, S. Cudini "Star bene a scuola" Carocci editore, Roma, 1986 pag.8
3.M. Di Pietro "L'ABC delle mie emozioni" Edizioni Erickson,Trento,1999 pag.I
4. Ibidem

In allegato:
 Le fasi di una programmazione di educazione emotiva
 Esempio di un percorso di educazione emotiva
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Sono presenti 1 commenti Visualizza tutti i commenti
inserito mercoledì 06/07/2016 ore 23:50 da Maria Mele
Sono un'insegnante di scuola primaria e a settembre inizierò un nuovo ciclo... le piccole menti della prima aspettano per essere aiutate a dischiudersi al mondo...ed io qui sulla "rete" a cercare nuove idee. Vi scrivo per complimentarvi con voi: materiale abbondante e funzionale, per di più corredato da schede di progetto e da tutto quanto occorre per poterlo. Grazie. Ho deciso di sperimentare nella nuova prima il "Circul time", il laboratorio per la gestione delle emozioni e quello di psicomotricità...vi renderò partecipi dei risultati... Ancora GRAZIE!
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