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L'Empowerment e la ricerca della felicità sui banchi di scuola
La scuola che cambia
di Claudio Salvati - Orizzonte scuola
Quello del "potere" è un concetto culturale troppo spesso traviato dall'idea di uno stato di subordinazione dell'altro verso chi esercita un qualsivoglia controllo. Nulla di più sbagliato, ovviamente, ma in parte giustificabile col malcostume politico a cui siamo abituati e alla palese consapevolezza che vietare qualcosa sia molto più pratico e facile che approvarla.

Dietro al divieto c'è infatti una chiusura d'intenti, moventi, gesti e parole: una negazione categorica che non permette certo di gestire margini di convincimento o movimento. L'accettazione di nuove realtà, invece, favorisce il faticoso proliferare di idee, talenti e ambizioni. È più fertile un sì che un arido no, ed anche quando ci insegnano che certi divieti aiutano a crescere si dovrebbe sempre trovare la forza e la curiosità di scoprire soluzioni innovative. In fondo il "potere è questo, un'apertura verso nuove possibilità, e il suo obiettivo è l'essenza del potere stesso" [cit. Massimo Bruscaglioni - Stefano Cheno; "Il Gusto del Potere"; pp. 11 − 12; Franco Angeli Editore].

Se è vero che i risultati della vita si costruiscono sin da scuola è ben comprensibile quanto un approccio pedagogico costruttivo sia foriero di insegnamenti ben più utili di una promozione o di un 8 in pagella: non esiste nulla di più "realizzativo" dell'imparare ad essere protagonisti di se stessi, di ciò che si fa e si è con gli altri. È questo il senso di uno sviluppo responsabile, di una crescita umana improntata sull'interezza del percorso piuttosto che sull'unico risultato, sulla positività invece della negatività, sulla coscienziosità della propria capacità valutativa e non sull'aleatoria rinuncia a priori di qualunque ambizione, sul reperimento e sviluppo di preziose risorse personali piuttosto che su quella fumosa formula magica del "problem solving".

Invece troppo spesso la scuola si erige sulla valutazione della persona e mai della personalità, del compito in classe e non del suo percorso logico, dell'aderenza pedissequa al "bravo" e "buono" piuttosto che al "prezioso" e "originale". Una situazione in cui gli insegnati son forse più vittime degli studenti, portatori di obiettivi annuali e buoni propositi puntualmente frustrati da programmi ministeriali fuorvianti, classi squilibrate, risorse economiche insufficienti per operare un "cambiamento di mentalità", strozzati dal tedioso genitore di turno che si lamenta della nota disciplinare o della non classificabilità della predisposizione del proprio figlio, che troppo spesso è schiavo del senso di compiacimento di un padre o di una madre legati alla promozione, del tutto ignari e svogliatamente disinteressati alle dinamiche che hanno condotto a quei risultati.

Capita così che un voto di verifica venga giustificato dall'insegnante ma mai pienamente recepito dallo studente, o condiviso in famiglia; capita che si rimproveri un figlio perché non ha studiato, piuttosto che perder tempo a domandarsi se ha studiato male; capita anche che la scuola venga vista come un obbligo generazionale piuttosto che un'esperienza vitale.

Ipotizzare un approccio dell'Empowerment all'interno del sistema scolastico italiano può sembrare pura utopia: una branca della psicologia del lavoro di stampo americano che si impossessa del linguaggio pedagogico e lo trasforma, pare un atto di lesa maestà. Ma solo i ciechi e gli stolti possono ancora considerare maestosi i deprimenti risultati europei della nostra offerta formativa. Un campo d'indagine che della psicologia speculativa vanta solo la genitorialità come un lasciapassare di comodo, perché in fondo l'Empowerment è più operativo e deterministico delle definizioni stesse di entrambi i concetti. E punta sulla formazione, sull'incisività della specializzazione e sull'intervento personalizzato tramite counseling e team building e della corrispondenza tra ciò che avviene a livello "macro" nel mondo (della scuola) e ciò che si sviluppa a livello "micro" dentro la persona e la sua interiorità, sollecitata verso nuove risposte e desideri.

L'Empowerment si fa stile di vita rivoluzionarioche trasforma in fattivi quegli obiettivi della vita mortificati dalla paura, dal terrore e dall'insuccesso incombente, in favore di un'eugenetica dell'individuo e della società modellata su di esso. E può intervenire sulla dispersione scolastica, partendo dalla consapevolezza che per prevenire il fenomeno è necessario coinvolgere l'intera scuola verso il cambiamento (non solo gli allievi, dunque, ma anche i docenti, i genitori e la rete locale); può favorire soluzioni contro tutte la disaffezione, il disinteresse, la demotivazione, la noia, i disturbi comportamentali; può agire sulla difficoltà d'apprendimento (soprattutto sul terreno linguistico espressivo, logico-matematico e del metodo di studio) e su una carriera scolastica vissuta più come obbligo esterno (familiare, sociale), che interno (bisogno di affermazione, crescita, acquisizione di saperi, capacità, cittadinanza) per realizzarsi come persona.

Il disagio scolastico, del resto, è sempre il risultato di un'integrazione di cause frullate dall'interazione tra i principali artefici dell'Educazione: famiglia e scuola. Nella maggior parte dei casi, l'insuccesso scolastico è determinato dall'assenza di un metodo di studio acquisito; a questo si aggiunge, spesso, l'incapacità dell'allievo di conoscere se stesso e le sue potenzialità, le proprie attitudini e la motivazione alla base del percorso. Così l'Empowerment si impegna a favorire l'auto-apprendimento degli allievi, motivandoli a sperimentare e a ricercare, a collocarsi a proprio agio in questa società, dotandoli degli strumenti concettuali e operativi per viverci dentro. In una parola, a produrre Empowerment.

Un fine ambiziosissimo basato su autostima, autonomia e capacità di affrontare i cambiamenti per il raggiungimento della "Felicità". E allora "Potere è bello", perché genera un circolo "virtuoso" che si autoalimenta e non si ferma mai, anche dopo aver raggiunto quella "possibilità" in più.
Utile a scuola, fondamentale nella vita.

Claudio Salvati, sociologo e collaboratore editoriale, redattore de La Scuola Possibile
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