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Numero: 1 -settembre 2008- Anno II   Direttore responsabile Manuela Rosci
Oggi è il giorno: 17 Novembre 2018

Pubblicato da Sysform Promozione di Sistemi Formativi

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Articolo 'L'integrazione dei disabili a ... >>>
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L'integrazione dei disabili a scuola
Gli elementi per una buona integrazione
di D'Angiò Giovanni - Integrazione Scolastica >>> Approfondimenti
La scuola ha da sempre un ruolo primario come agenzia di formazione, obiettivi specifici la rendono chiaramente una delle più grandi agenzie per lo sviluppo di giovani menti. Un luogo protetto dove sin dai primissimi anni di vita l'individuo bambino trova terreno fertile per gettare le basi della sua crescita umana, esistenziale ed educativa. Nel contesto scuola il bambino instaura le prime relazioni non solo con le insegnanti ma anche con il gruppo dei pari ed il fanciullo impara gradualmente a rispettare "l'altro" e a essere rispettato.

Cosa avviene quando all'interno di una classe vi è un portatore di handicap?
(vedi allegato I primi anni dell'integrazione scolastica)
La situazione deve essere regolamentata e gestita in modo differente, ma senza perdere di vista l'obiettivo da raggiungere che è il medesimo dei compagni normodotati ovvero "lo sviluppo dell'individuo bambino". Fissando quindi aprioristicamente che l'obiettivo prefissato dalle insegnanti e la scuola è uguale sia per i soggetti disabili che per quelli normodotati, ciò che muta è l'implementazione dei programmi.
Bisogna chiarire che l 'handicap è una condizione di svantaggio rispetto al concetto di normalità, infatti per normalità si intende la possibilità di svolgere al meglio ed in condizioni di piena autonomia la propria esistenza quotidiana, rispondendo in tal modo ai propri bisogni. La situazione di handicap invece deve essere considerata come una condizione umana particolare, che ha bisogno di cura e sostegno tecnico professionale ma anche e soprattutto di una forte sensibilità umana, disponibilità ed apertura nonché comprensione delle esigenze di ciascuno.

I punti che descrivono come arrivare ad ottenere una buona integrazione sono:
1. Stimolare il lavoro e la cooperazione tra alunni disabili e normodotati. Il solo fatto di condividere la stessa aula non è sufficiente per poter parlare di integrazione o cooperazione. Si nota come "il frequente ricorso a feedback o a modalità educative caratterizzate da disponibilità e da relazioni rinforzanti i comportamenti di solidarietà sembrerebbe migliorare anche il clima della classe e incrementare l'accettazione" (S. Soresi, 1998).
2. Il tempo da dedicare alla programmazione dell'attività scolastica del disabile deve essere adeguata al suo sviluppo intellettivo. L'insegnante deve avere un quadro realistico delle possibilità dell'alunno e cercare di non arrestarsi ad un semplice traguardo ma puntare a sviluppare tutte le risorse presenti nel discente.
3. La cooperazione tra insegnante di sostegno, operatori socio-assistenziali e famiglie deve essere costatante e continuo nel tempo.
4. Si rende necessario un continuo scambio informativo tra insegnante di sostegno e insegnante di classe. L'integrazione e le forme cooperative infatti devono prima partire dagli adulti per pretenderlo poi dai giovani.
5. E' fondamentale che anche l'intera classe venga coinvolta in una crescita psicologica che riguardi tutti gli alunni affinché il mondo del "diverso" venga rielaborato e interpretato nuovamente in una visione unificante che spinga gli alunni a comprendere che non esiste un mondo disabile e uno normale ma un solo mondo nel quale tutti ne fanno parte indistintamente anche se con sfaccettature e limiti diversi.

L'integrazione scolastica deve quindi essere intesa come essenziale e insostituibile fattore di sviluppo dei soggetti in situazioni di handicap.
La conduzione di una classe all'interno della quale è inserito un soggetto con handicap, impone una ristrutturazione dell'attività didattica che molto spesso si rivela ottima per tutta la classe.
Il compito dell'insegnante di sostegno (vedi allegato L'insegnante di sostegno) è saper comprendere e segnalare eventuali disagi di tipo cognitivo, affettivo, relazionale dell'alunno, progettare un'azione di coordinamento e di guida all'interno del consiglio di classe al fine di elaborare una programmazione didattica educativa che permetta la realizzazione del giovane con handicap di un progetto di vita globale.
Gli insegnanti di sostegno dovrebbero possedere un buon intuito, un'ottima preparazione psico-pedagogica, la flessibilità per porsi in relazione con situazioni e persone diverse, capacità progettuale, e spirito di iniziativa e una forte dose di empatia.

Gran parte delle innovazioni didattiche possono essere riconducibili a tre modalità di insegnamento fondamentali per la conduzione dell'aula, metodi tra l'altro fra loro complementari:

1. Insegnamento individualizzato e/o differenziato.
Nel momento in cui vi è la compresenza dell'insegnante curriculare e dell'insegnante di sostegno è possibile implementare questo metodo. È produttivo affrontare argomenti ampi presentati in modo tale da permettere agli alunni prestazioni a diversi livelli di complessità, affrontabili in vario modo ad esempio con il linguaggio orale, oppure con il disegno, o ancora con il linguaggio scritto. L'argomento deve essere monotematico, il più possibile ricco, presentato in modo tale da offrire una molteplicità di stimoli e dovrebbe occupare non meno di 10-15 ore. Una scelta di 5-10 argomenti può permettere la programmazione del lavoro annuale fondamentale per un ragazzo in situazioni di handicap.
Un altro sistema per approdare ad una modalità di insegnamento individualizzato è l'utilizzo del piccolo gruppo, in questo caso compito fondamentale dell'insegnante sarà quello di accertarsi che il gruppo sia produttivo,in questo caso oltre ad attuare uno scambio di informazioni tra pari, supervisionata dall'insegnante, si permette un'ottima integrazione del soggetto disabile.

2. Insegnamento cooperativo.
L'insegnamento cooperativo inteso anche per ciò che rappresenta il rapporto docente-allievo è fondamentale nel momento in cui il primo non va a sostituirsi al secondo, ma, al contrario, lo esorta a essere in posizione "up" a prendere quindi decisioni e a gestire il proprio lavoro didattico. L'adulto deve quindi essere un collaboratore e non un maestro. Tutto ciò spingerebbe una maggiore crescita dell'autostima del bambino che a sua volta lo porterebbe ad acquisire una maggiore autonomia. Nella cooperazione il bambino impara a confrontarsi e quindi in un certo qual modo a gestire il conflitto cognitivo e a ricercare, qualora possibile, una sorta di mediazione e di compromesso.

3.Insegnamento metacognitivo.
Con il termine metacognitivo (che si riferisce alla consapevolezza dell'individuo su come avvengono i processi di conoscenza e all'uso di processi di controllo che favoriscano la conoscenza), ci si riferisce anche ad un certo atteggiamento nell'insegnare o nell'imparare. Alla base di tale sistema di apprendimento c'è la consapevolezza che conoscere come la propria mente funziona quando deve apprendere, favorisce l'apprendimento stesso. Ad esempio sapere che la memoria di lavoro non può contenere troppi elementi contemporaneamente e che tali elementi con il passare del tempo tendono ad essere ricordati sempre di me fino a sparire, invita l'individuo ad utilizzare tecniche della reiterazione e della organizzazione degli elementi. Un atteggiamento metacognitivo e costruttivista porta a relazionarsi con un allievo che è considerato non come soggetto passivo, ma come protagonista del proprio apprendimento.

Prof. Giovanni D'Angiò (psicologo-psicoterapeuta) docente di psicologia dell'orientamento professionale
Dott. ssa Arianna Recco Psicologa Clinica cultore della materia di psicologia dell'orientamento professionale,
Dot.ssa Paola Ottobre sociologa cultore della materia di psicologia dell'orientamento professionale
UNIVERSITA' DI CASSINO POLO DIDATTICO DI SORA FACOLTA' SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE


In allegato:
L'insegnante di sostegno
I primi anni dell'integrazione scolastica
Bibliografia
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Sono presenti 1 commenti Visualizza tutti i commenti
inserito mercoledì 22/04/2015 ore 19:53 da ivana
Sono davvero contenta che esistono teorie così valide ma con immenso dispiacere devo dire che la scuola di mia figlia Laura 8 anni disabile grave, fa veramente orrrore e devo combattere con tutti i ruoli persino là direttrice scolastica che mostrano davvero disturbo ad avere un caso di disabilità tra i piedi e fanno fatica soltanto a far quadrare conti personali e carte burocratiche. Io mamma di Laura non demordo, combatto invano, ma non demordo. Grazie
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