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n.56 ottobre 2015
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La comunicazione ha bisogno della 'doppia via'
Non solo l'italiano per stranieri
di Bono Liliana - Intercultura
Rieccoci qua, ultimo anno con questa scolaresca.
Come ogni volta mi viene il magone, ma per fortuna non ho tempo di pensarci. Sento tante discussioni, tanti commenti sulla legge 107 (sono anche stata ad un convegno, a dire il vero piuttosto interessante), vedo che mancano ancora degli insegnanti, so che si faranno le nomine, che ci sarà un organico aggiuntivo.
Ogni volta io ascolto, ma mi sembra di udire tutto attutito. Per quanto si tratti di questioni molto importanti, io vado avanti come sempre sospinta dalle mie idee, dai miei entusiasmi, dai miei alunni.

A proposito di idee, una mi è venuta proprio in merito all'inclusione.
Stavo pensando che in una scuola come la mia, e forse anche altrove sul pianeta, c'è un certo rischio che la persona più svantaggiata, linguisticamente parlando, finisca col diventare il soggetto italiano, in quanto non in possesso di adeguati codici comunicativi.
Noi ci preoccupiamo, come è nostro dovere, di alfabetizzare i "non parlanti" e di fornire loro la possibilità di esprimersi nell'ambiente che li accoglie, e questo è senz'altro un bene.
Ma questo è anche abbastanza ovvio, e, guardando al futuro, mi viene il sospetto che non basti.
Il mondo sta amalgamandosi, molto velocemente mi sembra.
Nel mio quartiere e nella mia scuola, come ho già scritto altre volte, i bambini (ma anche gli adulti) italiani sono pochi. Quelli che ci sono, comunicano molto in Italiano, ma non comunicano affatto in Cinese, o in Arabo, mentre la maggioranza della popolazione lo fa, eccome.
Vedo i bambini tradurre ai genitori in molte lingue quello che io cerco di dire, vedo che, da un compagno all'altro, cambiano con una disinvoltura divina codice comunicativo. Io no, io sono qui ad arrangiarmi con l'Italiano, l'Inglese, un po' di Spagnolo. E questo non succede solo a scuola, ma dal macellaio, dal panettiere, al supermercato.
Vedo i bambini Italiani nella mia stessa situazione.
Vedo una bella fetta di mondo nella mia stessa situazione.
La settimana scorsa ho comunicato in Cinese con un genitore fresco fresco di aeroporto. Tre parole: una due tre, ma mi sono sentita così contenta (Imparare il Cinese in un mese, non so se qualcuno abbia letto quel mio articolo e se lo ricorda).
Così, adesso c'è quest'idea che continua a girare nella mia mente: perché non insegnarlo anche ai bambini?

di Liliana Bono
Docente scuola primaria "G. Parini", Torino
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