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n.38 dicembre 2013
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La didattica delle Prove Nazionali Invalsi
SNV: una proposta intelligente da non sottovalutare
di Traversetti Marianna - Sotto la lente
Da alcuni anni a questa parte, nella scuola e dintorni, siamo uditori di lagnanze più o meno fondate (a mio avviso, meno che più) circa la validità valutativa ed epistemologica del Sistema Nazionale di Valutazione Invalsi.
Gli insegnanti di scuola primaria, unitamente a quelli di scuola secondaria di primo e di secondo grado, lamentano che le Prove non sono aderenti ai programmi ministeriali vigenti e, dunque, che non si può attribuire loro il carattere di affidabilità in merito al micromonitoraggio degli apprendimenti (relativo alle proprie classi, all'interno della dimensione allargata della propria scuola) e al macromonitoraggio, in cui la prospettiva d'indagine e di valutazione diventa decisamente più ampia e "sentenzia" giudizi a partire dall'analisi qualitativa degli esiti, messi in relazione con la propria regione e con la propria nazione.

Dall'altra parte, vi sono gli studenti e le loro famiglie, queste ultime, in particolare, fortemente disorientate al cospetto dell'argomento "Invalsi", in buona sostanza per una duplice ragione, se vogliamo, molto semplice e banale, ma decisamente determinante a favorire la proliferazione di un certo "spauracchio" riferito alla somministrazione delle Prove.
Infatti, fin dalla seconda classe di scuola primaria, i genitori dei bambini sono molto proattivi verso questo argomento, molto desiderosi di far allenare i figli per proprio conto, al di là delle esercitazioni fatte svolgere a scuola dagli insegnanti, attraverso la consultazione e la compilazione di simulazioni ad hoc, scaricate dai numerosi siti che propongono le versioni integrali delle Prove nazionali degli anni scolastici precedenti e di quelli che presentano implementazioni varie (ma non sempre aderenti e fedeli ai contenuti ed alle modalità Invalsi) per le esercitazioni propedeutiche alla somministrazione delle Prove nazionali.

In quinta classe, invece, la curiosità e l'iniziale entusiasmo delle famiglie svaniscono, per lasciare il posto ad un crescente ed irrefrenabile impulso ansiogeno che porta i genitori ad obbligare i propri figli ad allenarsi ad ogni costo, fino all'inverosimile, ad abbandonare addirittura lo svolgimento dei compiti assegnati per casa, al fine di dare ampia ed esclusiva attenzione alle esercitazioni Invalsi, in vista del fatidico mese di maggio. Ricordiamo, infatti, che per molti genitori il risultato scolastico (e quello Invalsi è statistico, dunque oggettivo, e pubblico) coincide con il loro naturale egocentrismo e bisogno di autodeterminazione, pertanto, l'equazione sorge spontanea: se mio figlio si esercita su internet fin dall'inizio dell'anno scolastico, al di là delle programmazioni didattiche messe a punto dal team dei docenti, allora otterrà un esito più felice e più sicuro nella Prova nazionale, ed io potrò sentirmi appagato poiché, tanto più la votazione in percentuale sarà alta, quanto più lo sarà la valutazione del mio ruolo genitoriale, di me stesso e, soprattutto, del mio "patrimonio cognitivo genetico".

In terza classe di scuola secondaria di primo grado, il punto di vista muta ancor più radicalmente e drasticamente perché, considerato il fatto che la Prova costituisce termine di valutazione ai fini della media aritmetica per l'assegnazione del voto finale dell'Esame conclusivo del primo ciclo di studi, allora le preoccupazioni non coinvolgono soltanto studenti e genitori, ma anche i professori, i quali, animati da una certa tendenza generale (salvo casi eccezionali), reagiscono denigrando le Prove e boicottandole in tutti i modi, finanche investendo gli allievi di improbabili considerazioni di merito: additandole come non adeguatamente mirate a rilevare un risultato effettivo di profitto, a sondare specifiche competenze disciplinari, a ricoprire la veste di oggettività che ogni test di verifica dovrebbe garantire...

Il risultato, dunque, è presto detto: aleggia nelle scuole italiane il pensiero che le Prove Invalsi siano perfettamente inutili ai fini del monitoraggio veritiero degli apprendimenti degli studenti su larga scala.
Chi scrive, tuttavia, ha un'opinione del tutto contraria a queste tendenze di giudizio, per un'unica ragione, ma prettamente metodologica e pedagogica, e che risulta essere fondamentale nella scuola e per la scuola, ossia, che la didattica che le medesime Prove vanno a presentare consente di stimolare gli insegnanti ed i processi di insegnamento in generale verso lo sviluppo e l'elaborazione di percorsi didattici, appunto, volti alla riflessione metacognitiva su diversi aspetti della realtà: del mondo scientifico, storico e sociale, nonché, mirati al potenziamento delle capacità logiche, con sollecitazioni evidenti e forti, relativi ai processo mentali di problem solving.
In tal senso, la cornice di riferimento più netta e felice è quella relativa alle Prove di Matematica, dove emerge una chiara stimolazione all'uso sì del numero e del calcolo (proprio come indicano i programmi disciplinari, tanto cari agli insegnanti), ma in contesti d'indagine non solo variegati e plurimi, ma assolutamente stimolanti dal punto di vista cognitivo.
Gli item delle prove di scuola primaria e secondaria sollecitano al massimo una riflessione che non è meramente legata allo svolgimento di algoritmi aritmetici od algebrici (che potrebbero solo indicare un'abilità tecnica di esecuzione, ma non una competenza relativa ad un ragionamento matematico), ma piuttosto che spinge ad attivare forme di collegamento logico tra elementi impliciti ed espliciti di tipo quantitativo e qualitativo.

Veniamo al dunque: se la didattica quotidiana utilizzasse, proprio come fa il sistema Invalsi, i contenuti specifici disciplinari all'interno di un processo di applicazione basato sulla metacognizione, allora sì che l'apprendimento dei nostri studenti sarebbe veramente "significativo", e allora sì che i risultati italiani, confrontati con quelli internazionali, sarebbero meno vergognosi, e allora sì che, soprattutto in ambito scientifico, le capacità degli allievi italiani crescerebbero e si affinerebbero.
Relativamente alle Prove di Italiano, esse rivestono una grande rilevanza ai fini del processo di sviluppo dell'apprendimento, perché sono molto attuali, in termini di ricerca pedagogica, in quanto formulate anche tenendo conto di eventuali difficoltà di apprendimento e, infatti, presentano delle forme di facilitazione che si costituiscono anche come verifica della capacità dell'allievo di utilizzare "oggetti" didattici come strategie di analisi e comprensione del testo personali. Pensiamo, ad esempio, all'abitudine dell'Invalsi di inserire, all'inizio delle righe del testo da leggere, i numeri arabici, nonché al richiamo di questi ultimi all'interno della formulazione di alcune domande: per gli allievi con disturbo specifico di apprendimento(DSA), questa modalità diviene una forma di compensazione molto importante, che non toglie nulla alla verifica del livello di competenza di comprensione dello studente, ma che, anzi, la completa, poiché monitora implicitamente, nelle risposte, quanto l'alunno ha effettivamente usato tale strumento compensativo, in che modo e con quali esiti.
Inoltre, gli item di comprensione testuale sono formulati in maniera tale che la domanda necessiti di una lettura attenta e ragionata; pensiamo, infatti, al richiamo testuale fornito dalle citazioni (lo studente deve ritornare sul testo, nella parte indicata o da ricercare, e "lavorare" cognitivamente sul significato delle parole e del contesto), oppure ai molteplici elementi di inferenza che vi sono presenti e che sollecitano ad effettuare collegamenti causali impliciti, od ancora all'importanza che alcuni item danno all'accesso lessicale (troppo spesso assente nelle prove di verifica tradizionali o nei brani proposti nei libri di testo).
Il merito di verificare la comprensione testuale globale, approfondita ed inferenziale è dato anche dalla formulazione delle quattro opzioni di risposta, identificate con una risposta esatta e tre risposte cosiddette "distrattori" che, non come accade solitamente nelle prove quotidianamente somministrate nelle scuole, non sono del tutto evidenti, ma piuttosto richiedono, una lettura e rilettura del testo che permette all'allievo di sollecitare le sinapsi didattiche indagate e che garantisce al docente di verificare oggettivamente le conoscenze e le abilità di comprensione. Non è questo un elemento da trascurare nell'ottica di una considerazione a tutto tondo delle Prove Invalsi, infatti, troppo spesso gli studenti vengono abituati a "fare i conti" con test che presentano domande formulate in modo equivoco sul piano linguistico e contestuale, o proposte sotto forma di banalità evidenti e tali da rendere la risposta stessa inaffidabile, oppure del tutto avulse da ciò che, con la domanda stessa, si intende verificare.

Il discorso sulla validità didattica, prima ancora che valutativa, delle Prove Invalsi potrebbe essere senz'altro più argomentato ed articolato rispetto a quanto fin qui detto; è ovvio che, in questa sede, ci si è limitati ad evidenziare quegli elementi più rilevanti sul piano dell'utilità e dell'affidabilità didattica e valutativa delle stesse. Un ulteriore approfondimento sul tema lo si può condurre mediante la lettura dei "Quadri di riferimento" di Italiano e di Matematica pubblicati sul sito del Sistema Nazionale di Valutazione Invalsi a disposizione di tutti, personale di scuola, genitori, studenti, addetti ai lavori e non.

Marianna Traversetti, docente IC Bruno Munari - Roma

Quadro di riferimento delle prove INVALSI
http://www.invalsi.it/areaprove/index.php?action=hnaz
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