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n 7 novembre 2010
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La dipendenza come stile di vita
Una patologia della contemporaneità
di Sabatini Roberto - Organizzazione Scolastica
Un'analisi della sollecitazione a dipendere come presupposto della cultura del consumo e del possesso.

Probabilmente non sarà superfluo chiarire preliminarmente che tutta l'età evolutiva è per sua natura caratterizzata da una normale dipendenza da persone, atti e oggetti significativi per il processo in corso e che il percorso di sviluppo potrebbe essere inteso come proporzionale al grado di emancipazione che, tappa dopo tappa, momento dopo momento, la persona in formazione raggiunge.

La stessa condizione di adulto potrebbe essere individuata dalla completa emancipazione e indipendenza psicofisiche dai molti attaccamenti e bisogni, dalle molte figure e abitudini, dai tanti oggetti e luoghi, dagli altrettanti riti e miti che accompagnano la nostra esistenza e che sono particolarmente rilevanti nella nostra infanzia, fanciullezza e adolescenza, quando il nostro narcisismo e il nostro egocentrismo sono potenti, pervasivi e in larga misura inconsci e quando, allo stesso tempo, la nostra fragilità identitaria è massima.

Naturalmente nessuno diventa mai pienamente adulto, nemmeno da questo punto di vista, e nessuno degli adulti è mai tale senza soluzioni di continuità: la regressione a comportamenti infantili è così diffusa e ricorrente che si potrebbe concludere che l'età evolutiva duri tutta la vita e abbia esiti incerti!

Se gli adulti, che si pongono spesso come modelli per i giovani, non brillano facilmente per indipendenza, cosa possiamo riscontrare nei loro "allievi"?
Assai frequentemente riscontriamo una grande quantità di bisogni, molti dei quali tranquillamente classificabili come "superflui" e una abitudine consolidata a soddisfarli passivamente, ossia lasciandosi "fare" dall'oggetto, dallo strumento, dal bene desiderato, lasciandosi sedurre senza reazione né elaborazione dai suoi stimoli e "consumandolo" come una merce o un servizio che si può e si deve comprare e possedere.

Infatti, mai come nel presente dipendiamo da mezzi e strumenti, da oggetti e servizi, da altri e da altro!
La nostra quotidianità è in balìa di tutto: mezzi di trasporto, medicinali, ascensori, climatizzatori, navigatori, cellulari, computer, elettrodomestici di ogni genere e tipo, musica, televisione, cinema, videogame, intrattenimenti, divertimenti, gastronomie multietniche, tour operator ...e così via; non appena uno o più oggetti, servizi e beni di questo approssimativo elenco viene meno, avvertiamo un fastidio, un vuoto, un bisogno insoddisfatto, una meta da raggiungere.

La dipendenza è un tratto specifico della società mercantile, consumistica e produttivista in cui viviamo e, d'altra parte non sarebbe stato altrimenti possibile vendere tutto a tutti e far coincidere l'Essere con l'Avere, con il possedere, con il consumare; oggetti, prodotti e servizi di cui siamo circondati e che si presentano come scintillanti, magici, irresistibili e che chiedono solo di essere comprati, usati, collezionati!

Questo è un aspetto rilevante del modello esistenziale che trasmettiamo alle giovani generazioni, ed è un aspetto che su queste fa presa in un modo diabolico, quasi senza resistenza e in poco tempo, conquistando nuove masse di consumatori dipendenti.

A questo punto sarà più facile mostrare che la dipendenza non si esaurisce nell'essere legati al negativo, o dall'aver bisogno di prodotti pericolosi od esperienze trasgressive; essa può includere tutto ciò che l'individuo avverte come bisogno che condiziona, non solo la sua quotidianità, ma la sua stessa identità.
Allora possiamo parlare di una dipendenza come privazione di autonomia, libertà e personalità in una moltitudine di dinamiche sociali e culturali che normalmente sfuggono a tale analisi: il passaggio, delicato e spesso impalpabile, che fa scattare il perverso meccanismo della dipendenza è sempre in agguato e consiste nel non poter fare a meno, ad un certo momento, o in certe situazioni, di qualcosa/qualcuno, esterno a noi e sul quale non esercitiamo un controllo.

L'esempio classico che come docente mi capita di usare è, ovviamente, quello delle sostanze psicotrope: l'assunzione, persino ludica e inizialmente "libera", della sostanza che altera le funzioni neuronali, espone chi la sperimenta ad un preciso rischio, ossia a quello di instaurare con la droga una schiavitù unidirezionale che può portare al disfacimento e poi alla stessa morte.
L'esempio funziona perché il meccanismo fisiologico di assuefazione/tolleranza è conclamatamente negativo e facilmente comprensibile, ma quando questo schema interpretativo viene esteso a pratiche, a oggetti e anche a persone, di per sé non negative, si nota subito una difficoltà esplicativa.

L'automobile, ad esempio, è un mezzo di trasporto che può risultare molto utile, ed essere usato con raziocinio, ma può benissimo trasformarsi in un fine in sé, del tutto superfluo in una quantità di circostanze e, allo stesso tempo, essere percepita come un qualcosa di assolutamente irrinunciabile, con una vera "protesi", senza la quale ci possiamo sentire invalidi, incompleti, privi di una parte di noi, sminuiti nella nostra integrità personalitaria. A quel punto siamo entrati in uno stato patologico di dipendenza dall'oggetto, una condizione in cui il nostro Essere dipende dal nostro Avere.

Anche ciò che normalmente costituisce un valore può diventare una trappola per l'autodeterminazione dell'individuo e della società di cui fa parte: il benessere economico, che è universalmente considerato una ovvietà da perseguire, può trasformarsi in un vorace mostro mitologico da sfamare senza tregua, in un'inarrestabile corsa all'accumulo di beni e ricchezze, in un traguardo che si sposta in avanti alla stessa velocità di chi cerca di tagliarlo e da cui dipende la realizzazione di chi è in corsa per raggiungerlo.

Lo stesso discorso può essere ripetuto per la televisione, il computer, internet, i social network, la musica, lo sport e così via: tutto può trasformarsi in qualcosa da cui possiamo dipendere e che limita la nostra personalità e la nostra libertà. E' proprio questa dipendenza a caratterizzare fortemente il nostro vissuto quotidiano, tanto pericolosa quanto diffusa, tanto infettiva quanto subdola, tanto incurabile quanto sottovalutata.
Quando lo sviluppo è bloccato e la personalità immatura, persino gli altri, le relazioni e i sentimenti possono diventare fonti di dipendenza: si crede di amare, o di essere amici di qualcuno, ma si è invece alla ricerca di soddisfazioni egocentriche e narcisistiche che trasformano l'amico o il partner in mezzi e strumenti per uno scopo, in stampelle a cui appoggiarsi e di cui non si sa fare a meno per camminare e si palesa il carattere infantile, non libero, né autonomo delle nostre emozioni; possiamo avere dipendenza tra genitori e figli, tra partner, tra singolo e gruppo di appartenenza, tra gruppo e leadership: in questo senso non c'è limite, al cosa e al chi, da cui si può essere infantilmente legati, o, alla lettera, essere dipendenti, proprio come il tossicomane dipende dalla droga che assume in quantità via via crescenti e distruttive.

Attenzione: l'aspetto che mi preme evidenziare qui è che oggi non si tratta di una psicopatia che colpisce alcuni individui predisposti, né che possa essere curata con interventi individuali; si tratta di una sindrome culturale che ci dispone ad accettare il sistema di cui facciamo parte, nel suo complesso.
In questi termini preferirei definirla una sociopatia, una condizione culturale caratteristica delle società post industriali, particolarmente tossica per gli adolescenti, sia per la naturale fragilità della loro identità, sia per la loro massiccia esposizione ai messaggi, ai miti e agli obiettivi dominanti che sono altrettanti agenti passivizzanti e veicoli di dipendenza.

Va quasi da sé che il processo educativo deve affrontare la narcosi culturale che spinge le nuove generazioni a questa dipendenza generalizzata e smascherarla, sia nelle cause che nelle conseguenze. E non solo come moduli didattici da svolgere, o come indicazioni pedagogiche da adottare, ma anche come esempi di adulti da incarnare; infatti, insieme ai genitori, la classe insegnante, per il tempo che passa con le nuove generazioni e le problematiche che affronta nel percorso formativo, costituisce di fatto uno dei più rappresentativi modelli del mondo degli adulti.

In conclusione, proprio in uno stadio in cui la liberazione dai bisogni e dai condizionamenti avrebbe potuto essere massima, questa viene incessantemente ricreata e rinforzata inducendo false necessità e obiettivi fittizi, nuove ansie e nuovi pericoli, appetiti e desideri. E' possibile affrontare questa problematica nei curricola scolastici e manifestare una testimonianza di contrasto agli stili di consumo e di vita che inducono dipendenza?
Secondo me è possibile!

Roberto Sabatini insegna Scienze Sociali al Liceo di Via Asmara - Roma
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