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n. 73 maggio 2017
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Oggi è il giorno:24 Giugno 2017 Pubblicato da Sysform Editore - Iscrizione al R.O.C. n.19433 Sysform Editore - Via Monte Manno 23 00131 Roma
Articolo 'La felicità non è altro...ve'  >>>
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La felicità non è altro...ve
La qualità della vita interculturale tra mito e realtà
di Miduri Maria Chiara - Oltre a noi...
http://evbtg.blog.tiscali.it
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Ripetete ogni giorno il giuramento di essere felici
(Émile-Auguste Chartier, detto Alain, Filosofo francese, mentore di Simone Weil)

Quando nel 2014 il tema della maturità francese, per gli studenti che si diplomavano a indirizzo filosofico, fu "la felicità", i giornali e le piattaforme social si incendiarono di rabbia, sorpresa, dissenso, paura, incredulità. Accademici, intellettuali, politici e chi più ne ha più ne metta gridavano dai pulpiti moralisti contro l'Éducation Nationale, accusandola di richiedere uno sforzo eccessivo, di essere troppo pretenziosa verso le nuove generazioni chiedendo loro di confrontarsi con un tema così intenso. Un'ondata di panico e paralisi delle masse investì l'esagono. Forse c'erano argomenti più urgenti da trattare, meno effimeri. Tra i ragazzi l'idea stuzzicava e al contempo impauriva. Si creò la vicenda paradossale dei poveri studenti costretti a riflettere sulla felicità che ha in realtà messo in moto il bisogno di tornare a riflettere sulle basi sociali, relazionali ed emotive dell'esperienza umana, e su una piccola e semplice cosa: perché è così difficile e disturbante riflettere sulla felicità e sullo stare bene? Bisogna essere preparati per parlare di felicità?
Certo, se si parla da un punto di vista ontologico e filosofico senz'altro, ma ai ragazzi in questione si chiedeva uno sforzo diverso: dare il proprio contributo in virtù del tipo di società in cui vivono oggi, quella multietnica, interculturale, pluri-tutto, non solo discutere le idee che altri pensatori avevano avuto in passato e applicarle al presente, un presente tutt'altro che "felice", quel presente che - per parafrasare il pensiero orientale - copre la fame tappezzando il corpo esteriore di panini.

L'Uomo, questo incredibile animale simbolico, teso tra dramma ed estasi, ha smesso di chiedersi se sia felice e cosa significhi esserlo. Culturalmente la questione è relativa: per le lingue che non possiedono la parola per definire e circoscrivere il concetto, non si pone il bisogno di chiuderlo in gabbia; ma per quelle occidentali, che l'hanno coniato in qualche modo, invece, scatta la sindrome della scelta. Ma l'antropologia insegna che proprio per l'assenza di parola e definizione viene meno il bisogno di scegliere e individuare e quindi si è semplicemente liberi di 'vivere' il concetto in ogni modo si presenti, perché non si è preoccupati di riconoscerlo e quindi limitarlo e addomesticarlo. Questo vale per tutto: facciamo cose con le parole, come dicevano i pragmatisti, ed è vero. Se ci fermiamo ad ascoltare bene i discorsi interculturali, anche in situazioni comunicative quotidiane in contesto educativo, ci possiamo rendere conto di cosa si costruisce veramente con le parole "suo, altro, bisogno, necessità, difficoltà, differenza, rendimento, ecc.". Le leggiamo tutti le statistiche sui nostri ragazzi e la scuola: l'ultima sulla correlazione tra il grado di soddisfazione e ansia ci ha messi quasi in cima alla classifica dei paranoici iperstressati dal giudizio. Si commenta da sé. Se leggo queste ricerche da semplice spettatrice scuoto la testa, ma se leggo i dati con l'occhio della ricercatrice divento pensierorsa. Vivendo il quotidiano dell'educazione informale, ravviso qualche collegamento con quei dati, e ancor più mi domando quanto l'intercultura in tutto questo non sia affatto un bilanciere.
Le scuole sono spesso protagoniste di bellissimi progetti di integrazione, ai muri sono affissi slogan sull'intercultura che racchiudono messaggi importanti e trasversali. Diciamo che, in quello che si chiama tecnicamente paesaggio linguistico, ovunque ci si giri nelle scuole dei territori multietnici, la diversità viene eletta a valore e punto di forza, ma in che misura e in che modo nelle micro-dinamiche del quotidiano lo è davvero nel vissuto dei protagonisti? Non basta certo un articolo di poche pagine per approfondire la questione, ma lanciare una moneta per la riflessione sì.

"Com'è andata oggi?" - "Sì, bene" - "Davvero tutto bene?" - "Tutto bene".
Ma lo sguardo punta da un'altra parte, il collo è proteso verso terra, le mani occupate a spostare una sedia e a mettere a posto oggetti che non hanno bisogno di essere risistemati, la voce bassa quasi sussurrata: diagnosi paralinguistica del prototipo "vaso di pandora" da non scoperchiare. C'è un lungo silenzio, mentre si prepara il materiale, e poi dal nulla parte lo sfogo:

"E' arrivato quello nuovo. Un altro. Questo ci odia. Che poi cosa arriva adesso che tanto perché è straniero lo passano comunque. Mica è giusto. Gli devo pure tradurre perché so lo Spagnolo. Ma io adesso dico che non lo so più lo Spagnolo. E che si arrangi. Si arrangino tutti. Mica prendo un voto in più se lo faccio. Facciamo qualcosa noi e giù note, giù voti. Fa quello lì e va tutto bene. A me 6 a quello 8, hai capito? 8! Cioè, ha detto niente! E va incoraggiato, nemmeno sa parlare ma è il poverino, no? Ma io servo perché so la lingua. Allora anche io adesso comincio a fare lo straniero, tanto si vede che lo sono, no?". Risatina sarcastica a denti stretti che chiude la notizia.

Di cosa essere felici? Dove trovarla questa felicità? Chi ha il tempo di pensarci?
È grave non trovare il tempo da adulti, ma a 11, 12, 13 anni lo è ancora di più se alla gioia di stare insieme e condividere si sostituisce il dovere, se aiutare nell'integrazione diventa un compito, una verifica giudicata o non tenuta in considerazione, se anche l'empatia è sforzo del quotidiano.
Ho preso questo esempio, tra tanti, per porre una questione: se non si ha cura di mediare tra loro l'intercultura percepita e quella vissuta si rischia che, quello che è un processo di adattamento socioculturale e psicoculturale, che dura un tempo circoscritto, possa avere conseguenze sul lungo periodo con calcificazioni ideologiche difficili da eradicare, che portano agli esiti infelici di cui si legge quotidianamente. La scuola in questo può fare molto.
Quando il vaso si scoperchia in autonomia, ed esplode il contenuto, dialoghi come questi investono qualsiasi tipo di diversità nella classe.
Per un pomeriggio asfissiante mi venne domandato per filo e per segno tutto il percorso in base al quale uno "straniero" poteva o doveva ricevere la bocciatura. E perché sì e perché no. Domande da piano diabolico di esclusione premeditata, ma etologicamente è solo competizione su un territorio ristretto (una classe), la fisiologica difesa ecologica ed economica di un contesto umano, un meccanismo atavico all'opera dalla notte dei tempi che spesso tendiamo a dimenticare e tacciare di "solo" razzismo. Nella sostanza dei fatti è una preoccupazione che non deve riguardare i pari e diventare ossessiva, ma soprattutto è una tendenza pericolosa perché porta alle derive culturali che separano anziché unire. Allo stesso tempo, è una preoccupazione che sorge però dall'emergere delle disuguaglianze oggettive (come vengo trattato Io vs come viene trattato l'Altro dallo stesso educatore) contro il tentativo soggettivo di benevolenza (nell'accezione di Hume: volere la felicità dell'altro) verso i cosiddetti soggetti deboli. Ed è su questo che dovremmo riflettere.
Cosa produce la possibilità che nascano simili preoccupazioni e domande? Tensione, animosità e percezione dell'ingiustizia sono alle porte ogni giorno quando l'intercultura non è vissuta come senso di comunità, in cui tutti devono essere coinvolti, ma peculiarità di alcuni a danno o vantaggio di altri, a seconda dei casi.
Il giorno in cui questa conversazione ebbe luogo, l'argomento da studiare era la Rivoluzione Francese, l'emblema di come la disuguaglianza sociale percepita porti a sentimenti ribelli. Nel momento in cui la rabbia del ragazzo raggiungeva il parossismo, con gomme bucherellate ovunque, il mio occhio si è fermato sul paragrafo a mio avviso più importante e significativo di tutta la lezione: la nascita dei cahiers de doléances. Un modo perfetto per tornare dritti sul programma ma non zittire un malumore e un disagio palese che avevano il diritto, a suo modo, di essere condivisi. Già, perché tra la finzione del "questo è il migliore dei mondi possibili" e il vissuto quotidiano dell'intercultura c'è un divario che merita di essere scritto, letto, ascoltato e introiettato. Perché è da esternazioni come quelle di un ragazzino in un doposcuola o di un allievo in un momento di tensione, in un litigio in cortile, una battutaccia bandita durante una lezione, che si è a contatto diretto con l'humus dell'interumanità nel suo contenuto grezzo e non nella sua forma esteriore codificata.

I quaderni delle lamentele e delle rimostranze verso tutto ciò che non si ritenesse giusto, e per cui si proponeva una soluzione all'epoca dei Lumi, rappresentano, mutatis mutandis, un ottimo aggancio per una riflessione puntuale sulla nostra realtà odierna e tutto quello che non va, in un'epoca dove si scrive poco e male; in un'epoca in cui si è più portati a raccontare gli Altri anziché Se stessi; più Loro che Noi. In un'epoca dove l'espressione del sentimento represso è vittima del politically correct sempre pronto a sanzionare, un'epoca in cui integrare non fa sempre il paio con la definizione e percezione di 'giustizia' ed 'equanimità' sociale, da qualunque prospettiva la si legga, tanto più quando la questione si pone a ragazzi il cui io socioculturale è in formazione tra un rito di passaggio e l'altro. In tale contesto, i ragazzi potrebbero svuotare le cartolerie acquistando quaderni all'uopo. Ma ne hanno la possibilità? Ci può o ci deve essere una competizione più malsana di quella dell'accoglienza? Ci può o ci deve essere una competizione deleteria nelle relazioni di aiuto imposte?
Per essere felici bisogna adoperarsi. Nei cahiers de doléances ci si lamentava ma si scrivevano pure proposte per trovare soluzioni. Ecco cosa manca, a me sembra, oggi. Va bene lo sfogo, va bene riconoscere la diversità anche come disuguaglianza in termini di diritti speculari, ma posto ciò cosa si fa? Un mio articolo di qualche mese fa si intitolava "Facciamo che" apposta.

Nell'Era della società liquida, le necessità scivolano sul ghiaccio sottile dell'accelerazione di tutti gli obiettivi, le competenze, le 'adeguatezze' che si devono raggiungere per tenere il passo. Più si va veloci e meno si rischia di crepare il ghiaccio e cadere. Ma correre sul ghiaccio produce solo un effetto fisico di equilibrio che non elimina la possibilità di cadere: adulti, giovani, ragazzi, bambini. Tutto lo spettro evolutivo è coinvolto nella ricerca continua di adattamento a una norma, una ricerca che assomiglia più a un inseguimento perdifiato per restare in equilibrio. Ma ricordiamoci che l'adattamento, come garanzia di sopravvivenza umana, era all'ambiente e non alla regola. L'adattamento all'ambiente richiede tempi diversi da quelli sincopati di un calendario amministrativo, e l'ambiente umano è ancora più misterioso e complesso di quello naturale. Nelle società interculturali, o che ambiscono a essere tali, la corsa è decisamente a ostacoli, con orizzonti di traguardo che si spostano continuamente, perché la Cultura è dinamica e flessibile per definizione; perché le competenze richieste sono multi-trasversali e perché il senso di adeguatezza identitaria non è sincronizzato con i tempi amministrativi e burocratici entro cui essere "adatti", assolvere doveri. Nelle società interculturali, paradossalmente, gli obiettivi non sono uguali per tutti, anche se si è tutti parte della stessa società, e nel perseguirli la differenza culturale e linguistica può essere sia un ostacolo che un vantaggio, anche nello stesso momento.
Ciò che in fondo gli sfoghi, come quello che mi ha dato l'occasione per questo scritto, vogliono dire è: "Bisogna pensare a se stessi e nel frattempo anche all'Altro". No: bisogna pensare con l'Altro, perché ognuno di noi è Altro da chicchessia. Come diceva bene Julia Kristeva "Ognuno è straniero a se stesso". Se ogni volta che incontriamo qualcuno, che arriva un nuovo alunno in classe, un nuovo ragazzo in un doposcuola, non ci preoccupassimo di schedarlo, di sapere prima tutto di lui/lei, ma lasciassimo alla naturalezza delle relazioni umane il tempo di costruire sapere reciproco, inizieremmo, come comunità, a vivere l'esperienza e non più la definizione dell'esperienza.
Altrimenti detto: si era felici prima che qualcuno ci dicesse che cosa fosse la felicità o come si dovesse essere felici.


Maria Chiara Miduri - Antropologa linguista e cognitiva, Centro di Ricerca Applicata MOSAICO - Torino
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