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n. 77 novembre 2017
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La buona scuola della condivisione
La generosità di donare, l'umiltà di imparare
di Tani Stefania - Orizzonte scuola
Un gruppo di lavoro è costituito da persone che interagiscono fra di loro, nella consapevolezza di essere interdipendenti l'una dall'altra e di condividere gli stessi obiettivi e gli stessi compiti.

Vorrei fare subito una considerazione: nella scuola trascorriamo una parte consistente della nostra vita e insieme condividiamo progetti da realizzare, traguardi da raggiungere, momenti di entusiasmo, di sconfitte e anche gioie personali e familiari.
Decine di indagini sulle buone scuole hanno dimostrato che l'unione tra gli insegnanti, l'accordo sui risultati da conseguire, sia sul piano educativo che su quello professionale, e la solidarietà tra colleghi sono parametri strettamente connessi a ottimi risultati e ad un apprendimento efficace da parte degli allievi.
Per realizzare questo scopo occorre che gli insegnanti si conoscano bene tra loro, si rispettino, vadano d'accordo e condividano gli stessi obiettivi. La faccenda, però, non è così scontata come sembrerebbe: nelle scuole si creano spesso dinamiche tanto strane quanto infantili che rendono l'ambiente difficile o, addirittura, infernale. Certo, non è facile far funzionare un gruppo di docenti. A questo proposito ho sempre pensato, anzi direi che sono sempre stata fortemente convinta, che la condivisione gioca un ruolo fondamentale in qualsiasi campo lavorativo, a maggior ragione per noi educatori.
Ma è sempre così? Purtroppo no. Se ricerchiamo la definizione letterale di questa preziosa parola, ci rendiamo conto del valore del suo significato. Il termine "condividere" è infatti l'unione delle parole "con" e "dividere" cioè "possedere insieme, partecipare uniti". Ecco, penso che il significato che più di ogni altro ci fa comprendere la grandezza di questa parola è "offrire del proprio ad altri".
Durante tutti questi anni di insegnamento ho incontrato colleghi aperti al dialogo, al confronto, alla condivisione e altri chiusi, diffidenti al mettersi l'uno davanti l'altro. In entrambi i casi ho imparato tanto: dai migliori ho appreso come avrei voluto essere e dai peggiori ho appreso come non avrei mai voluto essere.

In conclusione ci sono persone che lavorano nella scuola per "vocazione", non per caso ed io ho la fortuna di lavorare con colleghe appartenenti a questa categoria; le ringrazio per avermi permesso di crescere e di sorprendermi per le potenzialità che non credevo di avere....grazie per aver tirato fuori il meglio di me.


Stefania Tani, insegnante di sostegno, IC "Casalbianco", Roma
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