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n. 87 novembre 2018
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Articolo 'La lingua è una casa'  >>>
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La lingua è una casa
Apprendere l'italiano per formare una società
di Pellegrino Marco - Intercultura
Il titolo corrisponde ad un'affermazione di Graziella Favaro, pedagogista, scrittrice ed esperta dei processi di apprendimento/insegnamento dell'italiano come lingua straniera, espressa nel suo discorso tenuto durante il convegno "A Scuola anch'io" del 12 ottobre scorso, organizzato all'interno della facoltà di Scienze della formazione di Roma Tre.

Il tema dell'immigrazione è quanto mai vivo e sentito nella Scuola, viste anche le posizioni e le decisioni politiche in merito alla questione degli sbarchi e dell'accoglienza di persone provenienti da Stati vicini e in difficoltà.
Le scuole italiane sono popolate da alunni ed alunne di origini straniere ma con condizioni sociali e familiari diverse, per cui è importante operare delle distinzioni che aiutano ad avere un quadro più rispondente alla realtà e ad attivare le strategie più adeguate e funzionali.
Le scuole del Lazio sono sempre più avviate a diventare multilingue e multietniche (il 9,5% degli alunni è di origine straniera) in linea con il trend nazionale. Ciò rappresenta un motivo di vanto e costituisce una ricchezza in termini di crescita per gli studenti italiani e per il sistema scolastico in generale, ma ai principi e ai valori bisogna far seguire azioni e scelte concrete.

Il MIUR, nelle Linee Guida del febbraio 2014 e seguenti, ribadisce l'importanza di alcuni punti che riporto di seguito, con l'obiettivo di spingere alla riflessione:

1)Composizione equilibrata delle classi e distribuzione nelle scuole degli alunni stranieri e italiani
L'eterogeneità è alla base del processo di inclusione che è possibile laddove vi è un gruppo costituito da alunni ed alunne con caratteristiche varie, sotto diversi punti di vista, in modo che le peculiarità diventino forza e non ci si esponga così anche a fenomeni di discriminazione al contrario.

Cosa può fare la singola scuola
?
Le attività di osservazione, monitoraggio e valutazione necessitano di cura, consapevolezza e lungimiranza da parte di docenti e Dirigenti, soprattutto nelle fasi di formazione delle classi, ricordando che si potrebbero verificare inserimenti in corso di anno di alunni provenienti da altri Paesi.

Cosa può fare lo Stato?
Al di là del condiviso e appurato principio dell'eterogeneità, non si possono negare casi di elevata concentrazione di alunni stranieri in scuole e classi di quartieri e comuni popolati da famiglie non italiane; è importante che il Ministero dell'Istruzione intervenga fattivamente assegnando risorse umane e materiali per salvaguardare il percorso formativo degli alunni e per risollevare situazioni che rischiano di implodere e di rimanere vittime di emarginazioni e ghettizzazioni.

2)Insegnamento dell'italiano per comunicare e dell'italiano per studiare
La Direttiva ministeriale del 2012 consente ai docenti di adottare un PDP nel caso di alunni e alunne di origini straniere che necessitano di un supporto nell'apprendimento della lingua italiana, veicolo per la socializzazione e per lo studio di discipline caratterizzate da un lessico specialistico, proprio per evitare disagi che si ripercuotono sul vissuto, oltre che sugli apprendimenti.

Cosa può fare la singola scuola?
L'accoglienza della famiglia e del singolo alunno è prioritaria; gli obiettivi di apprendimento nel primo periodo sono in secondo se non in terzo piano; è necessario osservare, creare le condizioni per favorire la socializzazione e lo scambio tra pari e applicare le strategie possibili per inserire l'alunno nei processi (e non prodotti) educativi che coinvolgono tutti. Prima di elaborare un piano specifico è preferibile raccogliere informazioni e comprendere le reali esigenze, evitando di individuare "falsi positivi" ed etichettare l'alunno solo perché ha origini diverse dai nativi: potrebbe non avere bisogno di nessun intervento particolare.
Soprattutto alla secondaria di secondo grado lo studio delle discipline merita un trattamento specifico e occorre la disponibilità di docenti formati ed esperti che vadano in reale supporto: non ci si può sentire inadeguati se la questione è puramente legata al codice linguistico; bisogna adottare le dovute strategie e metodologie didattiche.

Cosa può fare lo Stato?
La legge 107 del 2015 ha istituito la classe A023 per l'insegnamento della lingua italiana a stranieri nelle scuole secondarie: ma come vengono impiegate effettivamente queste risorse? Ci sono progettazioni strutturali, continue e incardinate nei percorsi educativi del gruppo classe? C'è collaborazione tra docenti?
Temo che queste "nuove" figure ancora non siano ben collocate e sfruttate al meglio e non vorrei che appartenessero al gruppo di quelli che "tappano i buchi".
Le scuole dell'Infanzia e primaria si affidano ai docenti di sostegno, se all'interno delle classi vi è un alunno con disabilità e se vi sono le condizioni per utilizzare la risorsa sull'intero gruppo; fondi PON o per Aree a rischio vanno incontro ad esigenze specifiche: ma perché gravare i docenti di ulteriori impegni nello stilare progetti che concorrono come in una gara a premi?
Vi sono situazioni già bene delineate e diffuse attraverso gli strumenti di autovalutazione e progettazione d'Istituto (RAV, PdM, piano annuale di inclusività, verbali del GLI, piani didattici personalizzati, ecc.): perché produrre ulteriore documentazione per avere ciò che spetterebbe di diritto?
Di mediatori linguistici e culturali nella mia carriera scolastica ne ho incontrati pochi, non dubito che ve ne siano, di certo non sono abbastanza; psicologi e figure di supporto alle famiglie e agli alunni sono rari e distribuiti in modo non equo; se all'interno del Collegio ci sono docenti con qualifiche e specializzazioni, è un'impresa mettere a disposizione le loro competenze per l'apertura di servizi di ascolto e di supporto, viste le incombenze burocratiche e la scarsa copertura con fondi appositi: tutto ciò scoraggia il lavoro delle persone e spesso sono le associazioni di volontariato a sopperire alle mancanze.

Come è possibile chiedere la collaborazione e il coinvolgimento di famiglie e alunni se non vi sono le condizioni minime per entrare in relazione?
Sarebbe opportuno, anche se utopistico, avere personale specializzato a disposizione soprattutto in alcune fasi cruciali dell'anno scolastico (inizio, periodo delle iscrizioni), oppure formare docenti in modo che possano divenire di riferimento per l'intero Istituto, come già sta avvenendo per il processo di digitalizzazione e come prevede anche il Piano di formazione nazionale.

3)Formazione dei docenti sulla didattica L2
Questo punto si riallaccia al secondo e fa riferimento all'aggiornamento che riguarda direttamente l'italiano L2, possibilmente spendibile nella vita scolastica quotidiana. Alcuni temi dovrebbero rientrare strutturalmente e obbligatoriamente nel piano di formazione degli Ambiti e degli Istituti in cui il numero di alunni stranieri è elevato e si riferisce ad un fenomeno da tenere sotto osservazione per scongiurare derive e isolamenti.
Al di là delle scelte che i singoli Collegi docenti e Ambiti possano adottare, è necessario definire ad inizio anno scolastico un percorso di formazione finanziato dal MIUR e destinato anche a poche figure per ogni Istituto, che faranno da guida per i colleghi e famiglie: stanziamento di fondi destinati, permessi retribuiti per i docenti partecipanti e assegnazione di una sede comune del corso. Tutto ciò andrebbe a favorire anche lo scambio di buone pratiche tra Istituti appartenenti ad uno stesso territorio.

Alla base di tutto c'è il buon senso e purtroppo per questo non ci sono speciali corsi di aggiornamento e non occorrono ingenti risorse economiche: come ci si sente in un Paese straniero quando non si parla la lingua del posto? Si può essere intelligenti, colti, scaltri, ben intenzionati ma se non possediamo il minimo bagaglio linguistico e se non abbiamo la disponibilità dell'Altro ad accogliere il disagio, si rischia di essere emarginati o di autoemarginarsi.
All'inizio poniamoci sempre delle domande e mettiamoci nei panni altrui, con la consapevolezza che educare ad una lingua vuol dire formare una società.


Marco Pellegrino, docente di sostegno dell' IC "Maria Montessori" di Roma e formatore nella didattica per competenze, inclusiva e digitale
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