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n.47 novembre 2014
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Articolo 'La mediazione interculturale'  >>>
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La mediazione interculturale
Un ponte tra persone
di Anab Farah Abdi - Intercultura
Sono una mediatrice culturale e linguistica di origine somala e da quasi 20 anni lavoro nelle scuole statali di ogni ordine e grado a Roma, una città che è diventata a tutti gli effetti anche la mia, dove mi sono sposata ed è nato mio figlio. Quando arrivai in Italia 30 anni fa non c'era molta immigrazione ancora e i pochi stranieri erano soprattutto dai paesi delle ex colonie italiane dell'Africa orientale, come la sottoscritta.

Ecco, possiamo dire che la mediazione interculturale è una professione nata da poco. Da quando l'Italia è diventata a sua volta protagonista di una forte immigrazione. E' una professione ancora poco conosciuta ma di importanza vitale per gestire, assistere, espletare tutti quei rapporti tra, per e con gli immigrati: si fa mediazione non solo per curare le relazioni umane tra persone, immigrate e non, ma anche per facilitare l'ingresso in strutture, uffici al fine di garantire l'inclusione e l'integrazione di questi nuovi cittadini. Il mediatore interculturale fa da ponte tra due culture che conosce bene, ma non è un interprete. Certo fa attività di traduzione, ma fa molto di più: permette di far conoscere realtà, usanze, emozioni; fa emergere i conflitti per capirne i motivi e risolverli insieme. Da questo punto di vista, siamo un po' tutti chiamati ad essere mediatori, a renderci persone consapevoli, a 'fare la differenza', ognuno una piccola differenza nel proprio ambito, magari offrendoci come interlocutori, facilitatori, a volte anche solo offrendo ascolto. Ma cominciamo dall'inizio...

Per quanto riguarda la mia personale e diretta esperienza nell'ambito dell'inserimento scolastico, posso dire che sui bambini stranieri, c'è subito da distinguere tra quelli nati qui o arrivati da piccoli, e quelli che hanno un'esperienza di migrazione personale, perché si ricongiungono alla famiglia, o perché partono con il nucleo famigliare per raggiungere altri parenti o la comunità in luoghi più fortunati.

I primi, i cosiddetti bambini di 'seconda generazione', parlano perfettamente la lingua italiana, hanno gli stessi interessi dei loro coetanei italiani e vivono negli stessi spazi comuni: non si sentono stranieri perché questa è spesso l'unica realtà che hanno visto e vissuto fin dalla nascita. Anche se in casa molti parlano la lingua di origine dei loro genitori, tra loro e nel rapporto con pari preferiscono usare l'italiano, tant'è vero che non vengono neanche avvertiti come stranieri. A tal proposito, vorrei raccontarvi un episodio che è ormai anche un aneddoto. In una prima elementare una supplente chiese ai bambini quanti di loro fossero stranieri. Alcuni bambini italiani risposero: "Tre!" La cosa apparve strana all'insegnante, dai tratti somatici, infatti, sembravano essercene molti di più. Quindi, chiese loro di indicare quali erano, e i bambini puntarono il dito solo sugli unici che ancora non parlavano l'italiano! Quindi non solo questi bambini si sentono italiani, ma, come dicevo per i loro compagni sono italiani a tutti gli effetti!

www.mediatoreinterculturale.it
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Diversa è la situazione di quelli che arrivano da grandi. Queste persone hanno senz'altro bisogno d'altro. Innanzitutto dell'insegnamento accelerato dell'italiano L2. Pensate che più del 50% di questi vengono "fermati", dopo essere stati inseriti in una classe di un anno inferiore alla loro età anagrafica. Così ci si trova ad avere alunni stranieri di dodici anni e anche tredici anni in quinta elementare. Invece, è bene inserire comunque i ragazzi in classi di coetanei e magari permetter loro al contempo di imparare l'italiano nelle ore pomeridiane. Il loro apprendimento dipende da vari fattori, innanzitutto dall'apprendere dai compagni di classe, e funziona come 'full immersion'; se poi la lingua è neo latina, i caratteri di scrittura di origine sono quelli occidentali e se sono stati scolarizzati nella loro nazione, anche la didattica sarà più comprensibile e, quindi, i ragazzi accederanno all'italiano più facilmente. Quindi la scuola e gli insegnanti dovrebbero essere forniti di strumenti e supporti quali corsi di formazione (anche per il personale Ata), mediatori culturali, percorsi d'intercultura nelle classi, laboratori di confronto su abitudini e valori diversi, approfondimento su ciò che unisce.

Naturalmente la scuola secondaria secondo grado, oltre ad avere le stesse necessità, ha bisogno anche di azioni mirate all'orientamento e al contrasto all'abbandono scolastico, fenomeni così frequenti in età adolescenziale, periodo in cui i ragazzi si sentono lasciati a sé e più soli. E' questo, sicuramente, tra i momenti più difficili. Dalla mia esperienza, infatti, posso dire che sembra non esserci alcun dialogo tra la scuola (i docenti, la dirigenza scolastica, ecc.) e le istituzioni preposte all'integrazione e al sostegno degli alunni migranti. Io sono convinta, invece, che sia necessario un investimento serio per il futuro e che questa spesa non sia inutile: saper accogliere, inserire ed integrare al meglio agevola un'armonia collettiva e proficua per tutti. Accresce la qualità della cultura che viene trasmessa nel suo valore umano, etico, universale. A mio avviso ci vuole lungimiranza, volontà e consapevolezza, Dobbiamo tutti essere coscienti che stiamo andando verso lo stesso traguardo, vogliamo tutti raggiungere lo stesso obiettivo: costruire la società di domani basata sulla convivenza serena e rispettosa delle reciproche diversità.

Volevo aggiungere come esperienza diretta e personale che in molte parti del mondo, la lingua italiana oggi è studiata molto di più che nel passato, vuoi perché gli stessi immigrati che l'hanno appresa la esportano nei loro viaggi, esportandone anche la cultura, l'arte di cui questa terra è ricca, vuoi perché viene studiata anche dai nuovi turisti come i russi ed è comunque insegnata in molte università sparse per il mondo.

Chi sceglie di vivere qui, ne fa la propria nuova patria, non può non amare il paese che ha scelto, c'è la sua vita qui e quando va nel proprio paese o in qualsiasi altro esporta il sapere e la lingua imparata. In classe o quando mi chiedono dove mi trovo meglio, uso spesso questo esempio: la mia terra natia è mia madre e dove ho scelto di vivere è il mio amore, lo sposo.

Si è fatto senz'altro molto, ma tanto c'è ancora da fare nella scuola italiana. Se ci sono realtà esemplari e funzionali, spesso sono il risultato del lavoro e dell'impegno di alcuni docenti e di addetti al mestiere più motivati personalmente. Generoso è anche il contributo dei genitori, e di tutti coloro che si adoperano, spesso volontariamente per offrire la loro competenze oltre l'orario scolastico per insegnare, integrare, mediare, far parlare a tutti la stessa lingua: quella dell'empatia e del sentimento al fine di capirsi al meglio e camminare insieme superando le inevitabili conflittualità.

In fin dei conti a scuola ci sono ragazzi e tutti siamo tutti persone. Mi piace concludere dicendo che forse una banalità, ma che ancora ci può far riflettere: non vi sono stranieri ma persone che non abbiamo ancora conosciuto!

Anab Farah Abdi, mediatrice culturale e linguistica -Roma
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