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n.48 dicembre 2014
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La musica nel Laboratorio Teatrale Integrato Piero Gabrielli
Trovare mezzi nuovi per comunicare
di Gori Roberto - Inclusione Scolastica
La premessa: lavoro come pianista e compositore in contesti molto diversi. Quasi sempre si tratta di musica applicata, vale a dire non fine a sé stessa e al puro piacere dell'esecuzione e dell'ascolto, ma al servizio della fruizione di una storia, in teatro o sullo schermo.
Svolgo attività di insegnamento e sono stato a mia volta regista di spettacoli con musiche mie e di altri. Ho lavorato in contesti amatoriali, professionali e "ibridi", quale considero l'esperienza del Piero Gabrielli. "Ibrido" è una parola pericolosa e va circostanziata.

Spesso nel mondo del lavoro si considera professionista una persona che ha guadagnato titoli attraverso un regolare corso di studi. Nell'ambito dello spettacolo spesso è professionista anche colui che ha guadagnato sufficiente esperienza sulla scena.
In questo senso, molti degli attori che lavorano al Gabrielli sono da considerarsi professionisti, soprattutto coloro che nel Pilota hanno accumulato un numero ragguardevole di repliche e di spettacoli.
Inoltre tutti costoro sono circondati da una serie di figure tecniche che rendono "professionale" il contesto stesso.
Un contesto di questo tipo alza enormemente le aspettative e tira fuori il meglio anche da chi non ha ancora sviluppato appieno le competenze previste da un lavoro simile.

Come musicista, trovo che l'esperienza al Gabrielli abbia deformato (con accezione positiva) la mia percezione del contesto e il mio modo di rapportarmi ai colleghi di lavoro.
In qualunque gruppo di lavoro, il tempo e la collaborazione tendono a strutturare i rapporti e a mettere in evidenza i pregi e le debolezze di ciascun individuo. In un gruppo che comprende persone con disabilità queste differenze sono ancora più evidenti, per dimensione e per tipologia. Questo porta chi collabora a dover necessariamente sviluppare strategie di interazione sempre nuove e diverse.
La ricaduta, enormemente positiva, di questo concetto, è che si affronta qualunque gruppo di lavoro con l'intenzione vitale di trovare strategie di collaborazione efficaci.
Nei contesti prettamente "professionali" si tende a pensare che ogni individuo debba necessariamente rispondere ad alcuni requisiti. Poiché questo non è mai vero, ci si trova costantemente in situazioni di difficoltà e di frustrazione. Partire invece dall'idea che ci sono evidenti punti deboli da aggirare, e punti nascosti di forza da sfruttare, rende l'esperienza più eccitante e di gran lunga più creativa.
Non si tratta solo di considerare qualsiasi gruppo come "gruppo integrato", che può risultare riduttivo; ma anche e soprattutto di provare piacere artistico nell'individuare caratteristiche interessanti e "sfruttabili" in senso teatrale.

Da questo punto di vista, a parità di altre condizioni, lavorare in un contesto "integrato" può rappresentare una boccata d'aria, soprattutto per chi, come me, ha avuto ed ha esperienze di carattere professionale in cui molte cose sono date per scontate e le cui conseguenze artistiche rischiano spesso di risultare aride.
Per la stessa ragione, lavorare in un ambito integrato mi permette di godere di un "ascolto più genuino" e meno denso di quelle sovrastrutture che rendono spesso tutto più scontato, superficiale, noioso e meno creativo.
Il rapporto con i colleghi professionisti è identico, identica è la struttura gerarchica che contraddistingue il lavoro teatrale e questo contribuisce a "contenere" derive amatoriali che spesso sono la cifra di tanto teatro sociale, terapeutico e scolastico, che, seppur animato dal buon fine, non ha la stessa ricaduta positiva sui partecipanti.

Ho cominciato a riflettere su questi argomenti chiedendomi cosa mi dà il laboratorio integrato, e cosa posso dare io ad esso, ma mi rendo conto che la domanda è mal posta.
Piuttosto, si tratta di un percorso all'interno del quale il mio apporto viene fruito con maggiore gioia e sorpresa, non per le mancate competenze che contraddistinguono alcuni dei nostri attori, ma proprio per la loro propensione ad abbracciare linguaggi diversi da quelli della vita comune. E questo ascolto rende me ancora più propenso a trovare mezzi sempre nuovi per comunicare con loro; e contemporaneamente a trovare la giusta cifra stilistica per perpetrare questa ricerca, rimanendo nei canoni del linguaggio teatrale che va esibito al pubblico dei nostri spettacoli; pubblico che essendo spesso costituito da ragazzi è molto genuino e poco propenso a riflessioni di carattere estetico e musicologico.

La cosa deve funzionare per il gruppo e per il pubblico, e questa è una verità che deve contraddistinguere il teatro reale in qualunque contesto. Purtroppo la disaffezione del pubblico per il teatro in generale risiede nell'aver fruito di spettacoli nati in contesti in cui le sovrastrutture rendono gli artisti ciechi alle vere esigenze del racconto. E se costoro avessero avuto esperienza come quella che io ho la fortuna di avere, avrebbero sviluppato un antidoto a questo problema.
Con questo non sto ovviamente dicendo che il nostro è un teatro migliore.
Dico però che il nostro teatro si pone le giuste domande, nei confronti del gruppo e del pubblico; e che questo andrebbe fatto in ogni contesto. Integrato e non.


Roberto Gori, musicista
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