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n. 73 maggio 2017
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Articolo 'La paura del "cattivo"'  >>>
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La paura del "cattivo"
C'era una volta un bambino difficile che...
di Melchiorre Simonetta - Inclusione Scolastica

Filastrocca delle differenze

Tu non sei come me, tu sei diverso

Ma non sentirti perso

Anch'io sono diverso, siamo in due

Se metto le mani con le tue

Certe cose so fare io, e altre tu

E insieme sappiamo fare anche di più

Tu non sei come me, son fortunato

Davvero ti son grato

Perché non siamo uguali

Vuol dire che tutt'e due siamo speciali.


B. Tognolini

Siamo abituati ad immaginare la nostra classe come un insieme indistinto di persone o siamo coscienti della bellezza e della ricchezza che solo la diversità ci offre?

Non è facile, lo capisco.

Come insegnanti sentiamo di dover tenere sotto controllo tanti aspetti: l'apprendimento degli alunni, la loro socializzazione, il loro comportamento, i genitori, le colleghe (non sempre rispondono al nostro ideale!), le proposte e le sollecitazioni che ci provengono da tante direzioni (progetti, esperti, formazione, nuove leggi, nuovi aggiornamenti alle nuove leggi, ultimi aggiornamenti degli aggiornamenti alle nuove leggi...).
A volte ci sentiamo presi da un vortice, molto simile alla centrifuga delle lavatrici e sentiamo di essere in balia degli eventi.
Se davvero è così che a volte ci sentiamo, è vero anche che esiste un rimedio ed è qui alla portata di tutti: smettere di lottare contro ciò che è naturale e iniziare a vedere le cose con occhi nuovi.

Sembra facile... E in effetti lo è!

Basta deciderlo!

Cosa significa avere in classe un "alunno difficile"? Cosa significa lavorare con un alunno in difficoltà emotivamente, caratterialmente, dal punto di vista dell'apprendimento o della socializzazione? Come possiamo affrontare la complessità che necessariamente il nostro lavoro porta con sé?

Il dizionario ci dice che una situazione difficile richiede notevole attenzione, abilità, fatica, ciò che è difficile è considerato oscuro, arduo da intendere.

È vero!

Ma a chi spetta questo compito arduo di comprendere, anche se costa fatica, attenzione e abilità, se non a noi docenti, professionisti dell'incontro, esperti della relazione e della formazione della persona nella sua unicità e specificità?
Non è così anche fuori dall'istituzione scolastica? Non è così la vita di tutti i giorni? Non siamo abituati alla complessità degli incontri, alla diversità di sguardi, di emozioni, di valori, di aspettative, di esperienze nelle nostre amicizie, negli incontri che facciamo nella nostra vita, persino dentro le mura delle nostre case?
Perché allora dovrebbe essere diverso all'interno delle nostre aule?
Incontriamo la diversità ogni giorno della vita, ma non siamo pronti a sostenerla nel lavoro.

La bellezza e la fatica dell'esistenza risiedono proprio nello stupore,
quando incontriamo qualcosa di nuovo, che rompe gli schemi, le resistenze, le convinzioni che ci portiamo dietro, spesso come difesa.
La paura e lo smarrimento sono elementi assolutamente comprensibili, ma una volta affrontati non rimane che crescere, evolvere come persone e come professionisti.
La forza della scuola risiede ancora nella possibilità di dare forma, sostanza, significato e pregnanza a ciò che l'alunno è e possiede come bagaglio di esperienze e vissuti.
La forza della scuola non è certo più quella della sola alfabetizzazione e trasmissione di contenuti, come ai tempi del meraviglioso maestro Alberto Manzi e della sua trasmissione "Non è mai troppo tardi". I bambini cominciano a viaggiare da molto piccoli, hanno la possibilità di accedere alle informazioni facilmente e velocemente, ed io non posso non tenerne conto come docente e non devo sentirmi minacciata da questo, perché il mio ruolo è ben più potente, più significativo, più urgente: dare senso e forma a tutto il bagaglio esperienziale che l'alunno porta con sé ogni giorno nella nostra aula, in una dimensione sociale speciale, di condivisione e collaborazione, come solo una classe sa essere.

E non solo.

L'alunno porta con sé interrogativi sulla sua esistenza, a volte trascina pesi inenarrabili, dolori, angosce, paure (tantissime paure!), spesso queste emozioni sono accompagnate dalla sfiducia nei confronti dei "grandi" e da una scarsa immagine di sé, un senso minimo di autoefficacia a cui rispondere con la fuga, silente o rabbiosa.

A tutto questo mondo interiore così complesso non possiamo rispondere a suon di disciplina, semplicemente perché non servirebbe a nulla. Aiuterebbe togliersi gli occhiali, quelli neri e offuscati che senza volere spesso dimentichiamo sul naso, vedremmo che quel bambino, oltre ad essere "difficile", ha tanti doni, preziose risorse, sogni, desideri, capacità e se riuscissimo a maneggiare con cura le nostre ansie, riusciremmo ad arrivare a vedere tutta quella bellezza e a cominciare a dialogare con essa.

In genere questo cambio di sguardo produce un movimento, un rilassamento delle parti difensive di entrambi, docenti e alunni, e si comincia a sentire di essere davvero insieme, parti di un bellissimo progetto.

Insegnare è come una danza dove io come docente conduco, facilito, accompagno, propongo, sollecito, faccio entrare in relazione, ma sempre facendo un passo indietro perché non sono io, o la materia che ho scelto di insegnare, la protagonista di questo movimento, ma loro, i miei alunni "difficili" (tutti), poiché ognuno di loro richiede particolare impegno, serietà, abilità, attenzione.


Simonetta Melchiorre, docente dell'I.C. "Maria Montessori" di Roma e Art-counselor
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