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n.11 marzo 2011
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La potenzialità didattica della parodia poetica
Un'ipotesi di approccio goliardico alla poesia
di Traversetti Simonetta - Didattica Laboratoriale
C'è qualcosa nella biologia dei generi letterari che li rende in qualche modo deteriorabili, soggetti, come certe convenzioni formali, come alcune inclinazioni della mentalità e del gusto all'insensibile modificarsi delle condizioni da cui sono germinate, dunque ad un declino che le cristallizza in significativi monumenti del passato, con i quali la sensibilità presente, pur apprezzandoli nella loro accezione documentaria, si sente in flagrante dissonanza perché ha smesso di condividerne l'essenza.

La tragedia ad esempio. Difficile immaginare un Amleto in pullover che monologa con un teschio in mano tra le poltrone del salotto buono. Si corre il rischio che gli suoni il cellulare. E non a caso è dagli inizi dell'Ottocento, epoca in cui il mondo occidentale ha gradualmente abbandonato i modelli culturali precedenti acclimatandosi con le nuove coordinate estetiche accreditate dagli orizzonti di gusto della ascendente borghesia, che non si scrivono più tragedie.

Non vale lo stesso per la commedia. Ma la commedia, che è ad oggi il più longevo, è un genere per sua natura più duttile, capace di declinarsi agevolmente secondo le più varie pronunce dello spirito del tempo; e questo perché l'umorismo nasce, sempre e in ogni circostanza, da una distonia tra un'aspettativa plausibile e una situazione che clamorosamente la smentisce: presupposti possibili in qualsiasi momento della storia, al di là dei cambiamenti sociali e di costume. Il Miles gloriosus, Falstaff, Sc'véik e Woody Allen sono parenti, nonostante li separino secoli in cui è successa un'infinità di cose.

La poesia, invece, è un genere che, seppur non ha conosciuto ancora e ci auguriamo non conosca mai l'oblio che ha segnato la storia della tragedia, sta attraversando, e sarebbe inutile negarlo, un periodo di scarsa fortuna. E' poco letta, per dir così, poco frequentata, e nelle scuole gli insegnanti faticano a renderla una materia di studio accattivante. E questo rappresenta un problema, soprattutto in quanto, al di là della sua godibilità , della sua bellezza e della sua capacità di evocazione emozionale, la poesia, in quanto veicolo di contenuti e documento antropologico, sociale ed ideologico in itinere ha un ruolo organico, non solo alla storia della letteratura, ma alla storia in senso lato, e come tale chiede di essere inserita nei programmi come fondamentale strumento formativo e di conoscenza. Il punto è che gli studenti, in molti casi, la vivono come una lingua morta, come qualcosa di irrelato rispetto alle dinamiche del presente: un retaggio un po' noioso di una passato da cui si sentono distanti; il che rende necessario individuare un sistema didattico o , più furbescamente, un escamotage, che riporti i ragazzi ad interessarsene e a fruirne in maniera partecipe ed attiva. E perché, allora, non ricorrere ad una mediazione? Perché non zuccherare l'ostia affinché la medicina risulti meno amara?

Faccio un esempio.

Proviamo ad affiancare ai notissimi versi della Signorina Felicita di Gozzano:

Signorina Felicita, a quest'ora
scende la sera nel giardino antico
della tua casa. Nel mio cuore amico
scende il ricordo. E ti rivedo ancora.
E Ivrea rivedo e la cerulea Dora
e quel dolce paese che non dico.

Signorina Felicita, è il tuo giorno!
A quest'ora che fai? Tosti il caffè:
e il buon aroma si diffonde intorno?
O cuci i lini e canti e pensi a me,
all'avvocato che non fa ritorno?
E l'avvocato è qui: che pensa a te.

queste quartine che ne sono la parodia:

Signorina Felicita, a quest'ora
scende la sera sul cugino Enrico:
su nel solaio un canterano antico
gli cascò in testa che non è mezz'ora...
e i vetri infranti...il volto che scolora...
e una pozza di sangue che non dico...
Signorina Felicita, l'aggiorno:
il buon Enrico non è più. Perché
darcene pena o farglisi d'attorno?
Il suo pasticcio spartiremo in tre:
io, lei e il babbo...se farà ritorno;
e il babbo buono è ghiotto di patè...

Ecco, forse il quadro comicamente macabro-grottesco di questa parodia, così inverosimile nel suo falso realismo, suscitando in loro il riso, potrebbe indurre gli studenti a desiderare di continuarne la lettura che, una volta ultimata e goduta, potrebbe a sua volta generare una nuova curiosità ne confronti della poesia originale.

Dunque la parodia potrebbe fare da tramite, da viatico per un approccio sdrammatizzato ad un testo, ad esempio, rispetto al quale si avverte una sorta di timida estraneità a causa di un diaframma sociale e cronologico che i ragazzi tendono per forza di cose ad assolutizzare.

La lezione diventerebbe in questo modo un gioco, e gli studenti, partendo da un altro originale dello stesso o di un altro autore, potrebbero divertirsi sovvertendolo, banalizzandolo, piegandolo ad un nuovo contenuto umoristico o surreale insomma: rifacendogli per così dire il verso. In questo modo, utilizzando la griglia metrica, gli stilemi, storpiando, amplificando o prosaicizzando gli appannaggi retorici dell'autore che stanno parodiando, imparerebbero progressivamente ad acquisire dimestichezza e familiarità con la parola in versi, con la loro lingua, con la rima, e con l'apparato semiologico di cui la poesia si serve. E lo farebbero, e questo mi sembra importantissimo, godendo della loro insospettata capacità creativa e interagendo in una attività corale in cui ciascuno sarebbe chiamato ad apportare il proprio contributo umoristico e la propria individuale visione del mondo.

Non solo: prendendo in giro i poeti, accorciando la distanza che li separa dall'idea per loro sempre astratta e temibile di letteratura, per virtù del paradosso entrerebbero in confidenza con gli uni e con l'altra ed imparerebbero a conoscerli, istituendo quella vicinanza-distanza che è essenziale per avere un approccio critico, non solo alla poesia, ma a qualsiasi testo, quale che sia il suo genere o il tempo che l'ha prodotto.

E poi si sa che il riso fa buon sangue...

Simonetta Traversetti, parodista, traduttrice ed autrice teatrale
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