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n.15 settembre 2011
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La programmazione per l'alunno o l'alunno per...
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di Nucera Roberto - Organizzazione Scolastica
Accade all'inizio di ogni anno scolastico. Cosa fare e come fare ogni volta è quasi un dilemma, sembra essere sempre la prima volta: la programmazione.

La cosa che sfugge e che, invece, rappresenta l'elemento essenziale per il quale tutto questo si attua è la persona. Si, è l'alunno, semplicemente colui a cui dovrebbero essere destinate in primis le attenzioni, cioè tutto quanto è nelle forze di un insegnante dal punto di vista scontatamente didattico, ma corresponsabile della sua crescita, con tutte le sue manifestazioni, con i tempi propri e con i propri temperamenti.

Qualsiasi programmazione -di classe, individualizzata, differenziata, ridotta, ad hoc o di parte- avendo come obiettivo lo sviluppo dell'essere umano in tutta la sua integrità psico-fisica, umana e sociale, non può funzionare se prima non si riconosce in essa il suo essere mero e solo strumento di azione e di riflessione, di condivisione tra le parti interessate o anche di discussione. Non si può prescindere dal mettere al centro di qualsiasi "scartoffia" contenutistica il soggetto in quanto persona in divenire, da costruire, da formare, da sostenere, da capire. E tutto questo si attua in un "dialogo comune e condiviso" al quale vengono chiamati tutti i soggetti.

Fondamentale è la comunicazione, sono necessari la relazione, il confronto, il dialogo, porre e porsi delle domande, ricevere e darsi delle risposte, mettersi in atteggiamento di ascolto dell'altro, proporre delle risposte e tutto in un clima di assoluta chiarezza.
Vedere l'altro significa operare per il suo bene. È quindi opportuno definire, insieme a tutte le persone coinvolte, il "suo" progetto di vita, che non si esaurisce nello spaccato della giornata scolastica o dell'intero anno, ma è un continuum in essere anche quando l'ultima campana suona e la scuola chiude... per ferie.
Un progetto di vita che va avanti, che deve nutrirsi non solo di buoni propositi, di speranze aleatorie, ma di fatti concreti e di azioni tangibili e visibili, anche misurabili, il tutto adeguatamente calibrato ai bisogni e potenzialità reali del nostro (e di tutti) alunno.
La nostra responsabilità non risiede solo nel fare, nell'assumere o far assumere la pillola per mettere tutto a posto, ma dobbiamo cercare di suscitare quell'effetto placebo in cui ognuno sente che sta bene perché pensa di fare la cosa giusta... e alla fine la fa davvero.

Roberto Nucera, docente di sostegno sc. superiore I grado, IC Carlo Levi - Roma
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