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n.10 febbraio 2011
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La Relazione educativa è solo una questione di "stile"?
Le priorità dell'educazione tra competitività e sviluppo
di Presutti Serenella - Long Life Learning
locandina de
locandina de "Il Discorso del Re"
Vorrei condividere con i lettori di queste pagine alcune riflessioni e considerazioni sollecitate recentemente da due contesti molto differenti tra loro, un film e un articolo, accumunati da uno "sguardo" sulla relazione educativa, modalità, stili e convinzioni sul tema.

"Il discorso del Re" è un film di recente produzione, in programmazione nelle sale italiane in questi giorni. La trama (e la sceneggiatura) molto singolari ci raccontano la storia del Principe di York, Bertie, che dopo la morte di suo padre re Giorgio V e la scandalosa abdicazione di re Eduardo VIII, suo fratello, sale riluttante al trono e viene incoronato Giorgio VI d'Inghilterra. Minato da una grave forma di balbuzie e considerato inadatto a essere re, Bertie sarà aiutato da un bizzarro logopedista Lionel Logue, un terapista del linguaggio molto poco ortodosso per i tempi. Ma grazie a una serie di tecniche inusuali e alla crescente amicizia tra i due, dopo un iniziale incontro burrascoso, Bertie riuscirà a superare la balbuzie, risultando credibile e conquistando la fiducia dei propri sudditi nella guida del Paese.

Sono rimasta senza dubbio profondamente colpita da questo lavoro; l'ottima interpretazione come la sceneggiatura e la fotografia esprimono un alto livello e il risultato è quello di una pellicola che ha già totalizzato 12 nomination per la corsa agli Oscar di quest'anno.
Anche se ne consiglio a tutti voi la visione, il mio intento non è quello di condividere con voi la recensione del film, bensì alcuni spunti di riflessione molto interessanti che si offrono a mio avviso alla nostra attenzione di docenti e addetti ai lavori, nonché di educatori.

La relazione educativa, anzi la qualità della relazione educativa è al centro della "storia"; il protagonista riesce a trovare una sua soluzione al problema proprio attraverso il potere taumaturgico della relazione che instaura con il suo terapista. Una relazione che sicuramente si può intendere come "di aiuto", in perfetta linea con le definizioni delle terapie, ma che in realtà si rivela come potente leva risolutiva soltanto sfruttando al massimo tutto il potenziale riposto nel connubbio "tecnica e motivazione", "testa e cuore".

La figura del terapista pone come prioritaria la funzione di educatore-coach, più vicino piuttosto alla maieutica socratica che a quella dell'esperto, seppur abile, conoscitore di un metodo strategico.
La magica medicina in buona sostanza non esiste; senza la convinzione personale di chi deve risolvere il suo problema, senza la motivazione a crescere e a cambiare quella parte di se stessi che non va, non emergerà mai una versione aggiornata del se, se non perfettamente sana almeno in equilibrio e consapevole gestore dei propri limiti.

Altrettanto colpita, per motivazioni diametralmente opposti, riporto i punti salienti delle sollecitazioni ricevute nella lettura dell'articolo apparso nel numero della rivista Internazionale dell'11 febbraio '11: "Il ruggito della tigre".
Amy Chua, professoressa di legge a Yale, nel suo libro "L'inno di battaglia della madre tigre", approdato recentemente nelle librerie americane, sponsorizza e difende i metodi educativi propri della tradizione cinese (impartiti anche a lei dai suoi genitori, in particolare da suo padre), essenzialmente fondati sulla severità e la durezza assoluta; per esempio far esercitare una delle sue figlie su di un pezzo musicale al pianoforte per settimane fino alla perfetta riproduzione, incurante delle lamentazioni, impartendole punizioni piuttosto che incoraggiamenti, sferzate psicologiche fino alla resa davanti all'obiettivo.
Le figlie della Professoressa di Yale stanno raggiungendo conoscenze e capacità tecniche notevoli, riportando risultati di gran lunga maggiori dei loro coetanei statunitensi; questo è il cuore della polemica che sta interessando alcuni ambienti americani, soprattutto perché colpiti nel nervo scoperto della minore competitività attuale del loro Paese rispetto all'avanzata, che sembra inarrestabile, della nuova Cina. La stessa Chua sostiene che ha toccato con mano come negli Stati Uniti e in genere in tutti i paesi occidentali, si tolleri il proliferare di generazioni di mollaccioni, dediti ai videogiochi o a facebook piuttosto che alla costruzione del proprio futuro. L'analisi è stringente, non c'è che dire! Che esista una emergenza educativa che investe i paesi avanzati, occidentali è indubbio ed è da tempo che il problema si stia ponendo sotto molteplici punti di vista.

Ma la riflessione più significativa che forse dovremmo porci tra le tante, non riguarda tanto come recuperare competitività socio-economica, ma piuttosto qual è il mondo dove vorremmo vivere e dove vorremmo che vivano i nostri figli e i nostri nipoti.
Non vorrei scomodare ancora una volta le raffinate analisi di Z. Baumann che pongono al centro la velocità dei cambiamenti del nostro mondo "liquido", piuttosto raccogliere le sue, come di altri, preoccupazioni di dove si vada a parare senza fermarsi a pensare cosa produca questa folle corsa al consumo dissennato, prioritariamente del tempo. Recenti studi socio-economici, anche con l'apporto delle neuroscienze e delle scienze sociali, si stanno ponendo il problema di rivedere i criteri per la misurazione del PIL (Prodotto Interno Lordo) di un Paese, allontanandosi sempre più dalle misurazioni prodotte esclusivamente dai calcoli matematici e raffinate comparazioni di natura finanziaria.
Il PIL deve poter essere calcolato su un tasso di felicità di un popolo, su cosa sia importante per le persone e su che cosa valga davvero la pena di vivere....

Credo che sia preoccupante per tutti noi riflettere nei termini di competitività di Sistema distinguendo tra obiettivi e modalità;....mi resta difficile pensare di implementare il successo formativo dei nostri alunni ragionando su come allenarli ad ottenere i migliori risultati tralasciando qualsiasi pensiero e/o intervento sul come/dove ognuno di loro vive...

Credo che il nostro sguardo al futuro debba essere rivolto non tanto utilizzando arringhe tonanti e denunce del tipo "Mala tempora"... mi sembra che i tempi siano piuttosto maturi per chiederci piuttosto di ...
AGIRE IN FRETTA PER RALLENTARE QUANTO PRIMA, per re-imparare ad essere padroni delle nostre coscienze e delle nostre vite, augurandoci che nel frattempo sia messa a punto un'idea di umano sviluppo che recuperi il profilo della realizzazione individuale e collettiva, nel rispetto delle diversità e del diritto ad essere imperfetti...altrimenti potremmo svegliarci non tra molto sull'orlo di una nuova "Rupe Tarpea" magari durante la ricerca delle nuove strade della competitività....

Serenella Presutti,
psicopedagogista, Counselor, Dirigente scolastico del C.D. 143° "Spinaceto" di Roma

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