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n.19 gennaio 2012
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La resa (o arresa) dei conti
Valutare l'operato e non dispensare giudizi
di Nucera Roberto - Orizzonte scuola
Prendere due quattro per l'alunno equivale trovarsi 8 in pagella, per un insegnante, invece, è il momento del riscatto, quello in cui potrà rivalersi dei suoi sforzi.

Anche se in modo provocatorio questa potrebbe rappresentare, esageratamente, una situazione-tipo che si verifica in qualsiasi scuola e, forse, in molti ambiti della vita ordinaria.

La valutazione sembra abbia un effetto boomerang che ricade su chi deve gestire quel lancio. Se stiamo valutando qualcuno sull'apprendimento del nostro operato, la domanda perché qualcuno "non arriva", anche fosse uno, ce la dovremmo porre.
Forse si dovrebbe ritoccare qualcosa, quel compito in classe che spesso serve a dirci quanto ci siamo fatti capire.
Non è più la memoria delle conoscenze trasmesse.
È superata da un pezzo quella fase.
È vero che l'impegno deve essere partecipato, è necessaria la collaborazione di tutti, è fondamentale la motivazione dell'alunno: i genitori che aiutano, l'alunno che si deve applicare, come se non le sapessimo già queste cose.

La valutazione di un disastro collettivo di massa, più o meno annunciato, non va - andrebbe - fatta. Quando ci sono alunni che fanno fatica -per i più svariati motivi-, non possiamo ordinare il compito in classe; è come se un medico ordinasse ad un paziente una medicina con un dosaggio forte, quando ancora è debilitato. Il suo stato di salute non può che peggiorare. Prima dobbiamo garantirci che possa affrontare quella prova, che possa prendere quelle medicine, poi somministriamo i "trattamenti". Può essere solo un tentativo, ma domani il paziente-alunno potrebbe stare meglio o anche solo mostrare un piccolo miglioramento.
La valutazione, nelle sue diverse applicazioni, deve garantire almeno un minimo di cambiamento in positivo. Va prevenuta! Non può essere "somministrato" qualcosa che (già) sappiamo, potrebbe non fare bene... a qualcuno. Prevenire è meglio che...

Qual è lo scopo della valutazione? A volte sembra che la necessità di scrivere qualcosa sul registro sia più forte della comprensione dell'alunno di un dato argomento. Il tempo è tiranno, bisogna sbrigarsi, valutiamo. Compito in classe: tre, quattro... otto. Otto, si! Significa che il nostro lavoro "è arrivato", qualcuno ha capito, forse ha studiato. Gli altri... NON SI APPLICANO!

Il nostro punto di vista dovrebbe concedere il beneficio del dubbio. Non bisogna autovalutarsi sui risultati ottenuti dai propri alunni e così (rag)girare la "medaglia". Quello non può che rappresentare solo un indice che serve ad andare avanti, fermarsi o tornare indietro. La valutazione deve essere continua, individuale, personale! Va orientata verso l'alunno in modo che anche lui si renda conto dove è arrivato, come sta facendo il proprio percorso e saperlo valutare autonomamente. Rendersi conto cioè, con il nostro aiuto, a che punto sta. Noi dovremmo mostrargli, invece, i passi compiuti. Gli altri, quelli che ancora non ha fatto, glieli mostreremo magari a piccole dosi. Il nostro compito è formare le persone nella loro totalità, nella loro individualità, con le loro singolari peculiarità: valutare il loro operato e non dispensare giudizi.

Quando valutiamo, senza perdere di vista il nostro ruolo, dovremmo tenere in conto di tutte le variabili che rientrano nella crescita personale di quell'individuo, consideriamo da dove è partito, condividiamo l'esperienza con gli altri nelle sedi opportune e, infine, assicuriamoci di aver fatto tutto quello che era necessario e opportuno fare. Non limitiamoci a rispondere a qualcuno che andava fatto per il suo bene; a noi stessi e alla nostra coscienza che, forse, si poteva fare ancora e altro.
Non vorrei arrivassimo al "verdetto" in cui, inevitabilmente, gli alunni diventano numeri che si sommano e si dividono. Non avanza nulla, nessun resto. Sono esaurite anche le possibilità di recupero, assenti. Un bel quadretto della classe che dice poco. Il numero è asettico, racconta poco, non ha storia.

La storia, piuttosto, la fanno i bambini con le loro domande e i loro perché, i ragazzi che sembra abbiano la risposta sempre pronta, gli insegnanti che stanno in mezzo tra la famiglia e i loro figli. E sappiamo bene che chi sta in mezzo... prende sempre la meglio fetta.

Roberto Nucera, docente di sostegno scuola secondaria I grado, IC Carlo Levi - Roma
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