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Pubblicato da Sysform Promozione di Sistemi Formativi

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La scuola: un baluardo contro il degrado?
Dobbiamo renderci conto di essere in piena emergenza!
di Sabatini Roberto - Emergenza scuola
Già da qualche tempo avevo constatato che, nella cornice istituzionale, la scuola tende a porsi, isolatamente, come una diga all'avanzare della prassi dell'illegalità e dell'arroganza che dilagano nel sociale ad ogni livello di status, ma attualmente, forse proprio a causa dei recenti conflitti istituzionali e anche vedendo coi miei occhi il profondo disagio dei colleghi precari (la mia è una scuola-polo per l'assegnazione delle cattedre) che si vedono privati di diritti acquisiti così, da un momento all'altro, mi sono reso conto che per quanto poco attrezzata e attaccata da più parti, privata di risorse e di strumenti, criticata e abbandonata, dimessa e sottovalutata, detestata e rimossa, la scuola è l'agenzia di socializzazione che più di ogni altra si batte contro l'imbarbarimento del sociale.

Se si considerano i vari provvedimenti di riforma che sono stati adottati e se si valutano le politiche espresse dai vari esecutivi che si sono succeduti negli ultimi 20-25 anni, si assiste senza fatica ad una alacre demolizione, ad una incessante spoliazione del patrimonio istituzionale della scuola, patrimonio che non è mai stato abbondante e straordinario, ma che ha comunque fatto decollare nel nostro paese, uscito pesantemente depauperato dal secondo conflitto mondiale, una "scuola di massa" che ha combattuto efficacemente una intensa battaglia contro l'analfabetismo e ha svolto un'impegnativa opera di promozione sociale, combattendo e sconfiggendo un classismo che veniva da lontano e che, soprattutto nel meridione, poteva considerarsi endemico.

E' vero, il boom economico e demografico che contrassegnò gli anni '60 fu una circostanza irripetibile che dilatò senza risparmi l'istituzione scolastica, ma nonostante ciò quest'ultima non riuscì mai ad essere compiuta e funzionale, soprattutto nei suoi stadi terminali; in particolare l'università non ha mai affrontato e risolto il grave fenomeno della sua elevatissima mortalità scolastica, né quello del suo scollamento dal mercato del lavoro.
Anche l'istruzione secondaria superiore non ha mai visto un suo adeguamento coerente e aggiornato con i bisogni formativi degli studenti e un raccordo significativo con l'università: ogni "direzione" del Ministero ha teso a lavorare per suo ordine e conto e un approccio globale e interistituzionale è rimasto solo una velleità teorica di menti illuminate quanto isolate.
La scuola italiana ha sofferto di molti mali eppure nelle sue aule, dal ciclo dell'infanzia a quello universitario, si lavora per formare cittadini, per promuovere persone e personalità, per trasmettere valori, metodi, strumenti, per stimolare stili di esistenza sociali, civili, solidali, democratici.

Ancora oggi su molti fronti e nonostante i disagi e le carenze strutturali, le emergenze e le difficoltà di ogni tipo, si educa alla legalità, alla responsabilità alla correttezza, alla puntualità, alla lealtà, alla tolleranza, al dialogo, alla ricerca della verità, alla giustizia, alla bellezza... non importa tanto, qui, la misura in cui questi obiettivi siano effettivamente conseguiti, quanto la circostanza che vengano sempre e tenacemente perseguiti.

E' sconcertante, per chi opera con e per questi valori, il divario che separa il lavoro in classe dalla realtà che è subito fuori delle mura scolastiche e che circonda tutti in una morsa invincibile.
Se siamo sconcertati noi come educatori, quanto devono esserlo i nostri allievi? Come possono fare propri i modelli di comportamento che presentiamo loro come validi e auspicabili quando nessuno di tali modelli, se non occasionalmente e straordinariamente, sono incarnati da nessun adulto significativo e, men che mai, rappresentati in nessuno dei messaggi e dei contenuti multimediali a cui i nostri allievi sono esposti?
La complessità del sociale è oggi percepita dagli studenti soprattutto attraverso due modalità: l'esempio degli adulti con i quali interagiscono quotidianamente (genitori e insegnanti in primo luogo) e i modelli proposti dai mass media di cui sono utenti assidui, selettivi e, purtroppo, spesso dipendenti.
I segnali che provengono dai mass media non vanno nella direzione in cui la scuola opera: il mondo politico offre uno spettacolo devastante, quello degli affari insegna la legge del profitto e dello sfruttamento, quello della pubblicità si basa sull'apparenza, sull'esteriorità, sulla falsità, sul possesso e sul consumo, molti prodotti multimediali (e soprattutto televisivi e cinematografici) sono penose rappresentazioni, o grottesche caricature di piccinerie umane, così come molti esponenti del mondo dello spettacolo sono stereotipi sciocchi e irraggiungibili quanto vuoti modelli di perfezione estetica.
Il panorama è nel complesso scoraggiante e preoccupante e mi sembra suicida che chi governa smantelli le difese, depauperi le risorse, ostacoli gli sforzi, vanifichi gli obiettivi dell'unica agenzia pubblica di socializzazione e formazione che costruisce un argine contro la barbarie culturale in cui ci muoviamo.

Riportare il baricentro della formazione nella famiglia è semplicemente anacronistico e improponibile: le famiglie non hanno più gli strumenti per controllare la formazione dei figli e, spesso, nemmeno la competenza; l'obsolescenza e l'impotenza degli approcci genitoriali è sotto gli occhi di tutti gli addetti ai lavori. Inoltre la famiglia è per sua stessa natura una cellula chiusa, intima e insostituibile finché si vuole, ma anche particolare e privata e non può fornire quel collante sociale, quell'omogeneità del sentire collettivo che è invece precipuo compito del sistema formativo in quanto risposta organizzata e professionale della società: la comunità educante ha nel suo seno le potenzialità interdisciplinari e metodologiche che sole possono garantire un'autentica uguaglianza etica e sociale.

Privatizzare la formazione in una società dominata dalle logiche di mercato, dalla corruzione, dal do ut des, diminuire il tasso di laicità e favorire il ritorno di situazioni classiste, di localismi e di etnicismi, significa distruggere la già debole unità del paese, rendere faziosa e campanilista, egocentrica e discriminante la sua popolazione.

Perciò, a mio avviso, dobbiamo resistere contro i continui tentativi di devastazione della scuola perché, solidali con l'istituzione scolastica nel suo insieme, noi rappresentiamo la voce, il segnale, lo stimolo e l'esempio più democratico e civile, più umano e vitale che oggi la società possieda per formare classi di future persone degne di tale nome.
Dobbiamo renderci conto che anche il nostro più umile operare, il nostro agire nel piccolo e nel quotidiano, nello specifico della singola classe è l'unica diga istituzionale contro la truffa, l'inganno, lo sfruttamento, il consumismo, il razzismo, la xenofobia, l'etnocentrismo, il nazionalismo, l'omofobia, l'irresponsabilità, la violenza, la criminalità.

Solo nel momento educativo e solo nell'età evolutiva possiamo sperare di sconfiggere le patologie appena richiamate; l'impiego della forza pubblica, la militarizzazione del territorio, il ricorso alla magistratura, la detenzione in carcere rappresentano la misura del fallimento nella formazione di coscienze e costituiscono la risposta ultima di una società disperata e impaurita, che continua a generare mostri da cui poi deve difendersi.
Il momento punitivo e repressivo deve essere considerato un incidente di percorso in una prospettiva di sviluppo storico; per quanto possa suonare utopistico e persino se non verrà mai realizzato, solo il puntare ad una società che spontaneamente non delinque è una vittoria, una conquista etica: non commettere reati per timore della sanzione è eticamente immaturo, anche senza scomodare Kant.
Investire sul sistema educativo (per non parlare di quello della ricerca) è dunque fondamentale per qualsiasi società che abbia a cuore il suo futuro e la qualità del medesimo: la deontologia professionale si coltiva nelle nostre aule, non con sciatti provvedimenti punitivi dell'esecutivo, la legalità come modalità culturale e prassi quotidiana si sviluppa in un iter pedagogico in età evolutiva, non con lo spauracchio della contravvenzione o il timore dell'arresto da adulti, l'amore per la conoscenza, per la giustizia, per l'armonia è il risultato di un processo di crescita psichica e intellettuale, non di un processo penale, soprattutto in un mondo in cui un'enorme quantità di figure pubbliche e istituzionali sono devianti.
Dovremmo poter contare su una concertazione educativa, dovremmo avere tutte le altre istituzioni al nostro fianco poiché l'educazione delle nuove generazioni è il motore principale, l'essenza centrale di ogni società ed è un obiettivo che speriamo ancora di veder perseguito da tutte le forze in gioco, ma per il momento non è così e la scuola è sola in quest'opera gigantesca.
In questo quadro assumono un significato assolutamente inquietante le recenti (e meno recenti) misure tese a impoverire le risorse umane della scuola pubblica e rendere più difficile e disfunzionale il suo operare; quelle in arrivo sono anche peggiori e potrebbero definitivamente privare il sistema educativo delle sue capacità di contrasto all'involuzione morale e distruggere persino la stessa dignità lavorativa del personale della scuola.

Dobbiamo renderci conto di essere in piena emergenza!

Roberto Sabatini insegna Scienze Sociali al Liceo di Via Asmara - Roma
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