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n 67 novembre 2016
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Oggi è il giorno:18 Dicembre 2017 Pubblicato da Sysform Editore - Iscrizione al R.O.C. n.19433 Sysform Editore - Via Monte Manno 23 00131 Roma
Articolo 'La scuola che cambia'  >>>
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La scuola che cambia
Contenuti disciplinari e competenze chiave, mix vincente
di Rosci Manuela - Editoriali
Le scosse di terremoto che hanno coinvolto una parte del Centro Italia, generando nuova paura e messo tante persone nella condizione di subire la "perdita" di beni preziosi come la casa, l'attività produttiva e il proprio territorio in generale, hanno una sola nota che può suscitare un leggero sorriso consolatorio a fronte di tanta tragedia: nella corsa a dare risposta agli sfollati, un numero enorme di persone che si sono trovate a mani vuote, con bisogni primari da soddisfare, appare evidente la ricerca del quotidiano, di offrire uno status di normalità alle persone, sebbene in condizioni precarie.
Una richiesta forte è stata quella di aprire subito le scuole per dare a bambini, a ragazzi e ai loro genitori, quel senso di "normalità quotidiana" indispensabile per riprendere a vivere, per trovare il senso della vita così gravemente messo a repentaglio.

La scuola è la quotidianità. La scuola è vita. La scuola è speranza. La scuola è futuro.
E' guardare avanti per ri-costruire e ri-costruirsi.
Se la scuola è così importante (direi indispensabile, anche se dentro un container), tanto da rappresentare un ancoraggio sicuro a cui aggrapparsi nei momenti tragici, dovremmo rivedere la sua funzione "vitale" anche nelle situazioni normali, quando non accadono disastri naturali così imponenti.
La scuola è il luogo dove si vive, per un lasso di tempo in cui accadono eventi in sequenza lineare (il prima e il dopo) e in contemporaneità (più eventi nello stesso luogo o su tutto il territorio nazionale). Per alcuni (alunni e genitori) occupa solo una parte del percorso esistenziale, poi termina; per altri (i docenti) dura molto di più, a volte per sempre. Terminato un ciclo, un triennio, gli alunni "transitano" in un altro contesto, per esempio quello del mondo del lavoro, passaggio auspicabile per tutti.
I docenti rimangono a presiederla.
Ma cosa si chiede ai docenti che vivono la Scuola dopo la "scossa" provocata dalle Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell'infanzia e del primo ciclo d'istruzione?

La Scuola descritta nelle Indicazioni Nazionali ha il suo focus sull'alunno e sulla sua centralità. Potremo però dire che sempre l'Istituzione ha varato riforme e programmi pensati (a volte male!) per offrire il meglio ai nostri studenti, ma oggi la condizione è diversa. Fino ad ora si è cercato di trovare soluzioni per "dare" risposte di qualità ad un'utenza che doveva prendere e basta, tanto che lo sconcerto stava nel non comprendere il comportamento di quanti -tra bambini e ragazzi e anche genitori- non apprezzassero lo sforzo di questo "dare" da parte di adulti competenti.
La situazione oggi è differente: non si tratta più di dare/travasare qualcosa di individuato da altri ma di coinvolgere anche i fruitori del progetto di educazione-istruzione-formazione (gli alunni) nella "costruzione delle proprie competenze per la vita". Non si tratta, quindi, solo di preparare diversamente un compito per renderlo significativo ma di rendere la didattica ordinaria un'esperienza di vita significativa, autentica, reale, come indicato dalla normativa.

Il disorientamento degli insegnanti è più che comprensibile, auspicabile direi.
Vuol dire che ci si è accorti della "scossa" e si rimane scombussolati, avendo perso le coordinate solite con cui costruire la realtà, la didattica da attuare in classe. Sentire tremare la terra sollecita differenti comportamenti: correre al riparo, a volte senza sapere dove sarà quello giusto; altre volte ci si sente paralizzati; alcuni non sentono la scossa (per fortuna?) e continuano a dormire, riuscendo poi a condividere con gli altri solo lo stato di paura determinato dall' esperienza terrificante che hanno vissuto coloro che invece hanno "sentito".
Mi sento fortunata perché ho il piacere di incontrare molti docenti durante i corsi di formazione su "Didattica per competenze", coloro cioè che hanno scelto di comprendere, andare verso, affrontare il cambiamento che sta caratterizzando la Scuola. C'è confusione verso la nuova prospettiva che ridefinisce il panorama scolastico, paura di lasciare i luoghi di sempre, quelli che hanno accompagnato la pratica scolastica per molto tempo, con i sistemi di insegnamento consolidati e che -innegabile!- hanno funzionato nel bene e nel male fino ad un recente passato.

Certo nei nostri corsi la soluzione non è una ricetta da applicare; tentiamo di condividere con i corsisti una nuova visione del fare scuola, non come sommatoria di azioni (curricolo verticale, compiti significativi, rubriche di valutazione) ma per scoprire come, attraverso questi nuovi strumenti di lavoro, si possa trasformare la relazione insegnamento/apprendimento rendendola più efficace, con la possibilità di dare sostanza alla centralità dell'alunno.
La convinzione che il prodotto confezionato dal docente, seppur ben fatto, possa non essere più sufficiente disorienta, in alcuni casi stizzisce: cosa si richiede, dunque, se non è più il sapere disciplinare il focus su cui esercitare la professione docente?
Ovvio che da diversi anni l'attenzione di tutto il corpo docente è stata rivolta ad acquisire metodologie che rendessero i contenuti disciplinari proposti ben organizzati e funzionai ad essere assorbiti dalla popolazione di discenti. Ebbene, proprio qui sta la frattura con il precedente "assetto scolastico", a cui spero non si faccia più ritorno.
La finalità non è tanto (non è solo) la capacità accattivante di interessare gli studenti all'argomento di turno, al CHE COSA studiare, quanto al COME approcciare la didattica affinché gli alunni sentano di partecipare alla costruzione attiva del loro sapere. Non si tratta più di pianificare SOLO eccellenti unità didattiche -sforzo notevole di rendere la proposta didattica interdisciplinare e per questo più significativa- ma di mantenere l'attenzione sui TRAGUARDI di sviluppo delle competenze che rappresentano la "bussola" che orienta i docenti nel nuovo cammino intrapreso dalla scuola italiana (Indicazioni Nazionali, 2012).
La lettura del documento nazionale, che continuo a sollecitare perché testimonia una visione psicopedagogica convincente, restituisce un potere forte non solo alla Scuola come istituzione portante e indispensabile dello Stato di diritto (come attestano le scuole rivendicate e aperte nei container) ma ai docenti che "fanno la scuola", definendo l'identità della realtà locale, quella del quartiere o del singolo paese, scegliendo cosa offrire nella propria scuola, nella propria classe.
In fondo, allora, dove sta la vera novità?

I docenti, appartenenti alla categoria del pubblico impiego e per questo "vincolati" alle procedure che devono essere uniformi da nord a sud, su tutto il nostro territorio, vengono "svincolati" da un servizio uniformato e vengono caricati di una responsabilità alta che è quella di scegliere il percorso migliore per aiutare gli alunni a sviluppare competenze. Unico vero vincolo, oltre ovviamente l'etica professionale, è il guardare agli stessi TRAGUARDI a cui tendere per garantire a tutti, ovunque, l'opportunità di raggiungere quel PROFILO di COMPETENZA dello STUDENTE in uscita dalla scuola secondaria di primo grado a cui i docenti della scuola dell'infanzia, della primaria e appunto della secondaria devono contribuire affinché ogni ragazzo e ragazza a 14anni sappia affrontare con gli strumenti giusti e con un bagaglio di competenze sviluppato i futuri step, non solo scolastici.
Condividiamo, dunque, che l'atto finale a cui i docenti sono ormai chiamati, la CERTIFICAZIONE delle COMPETENZE, a fine dei cinque anni della primaria e al termine dei tre anni della scuola secondaria di primo grado, non possa essere un mero atto burocratico (qualcosa da "crocettare") ma l'attestazione di un risultato al termine di un percorso che ogni docente, ogni team e consiglio di classe, ha "intenzionalmente" attivato affinché OGNI ALUNNO possa con consapevolezza essere testimone di cosa sa e soprattutto di COSA SA FARE CON CIO' CHE SA.
La Scuola italiana ha voltato pagina, ora è fondamentale che cambino pagina anche tutti i docenti, non solo chi ha già assunto questa visione.
Confusione e disorientamento sono quasi d'obbligo, ma sono anche elementi che portano a cambiare.
La scuola cambia se cambiamo noi.

Manuela Rosci
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Sono presenti 2 commenti Visualizza tutti i commenti
inserito sabato 10/12/2016 ore 19:53 da Marianna Borea
Ogni alunno è sicuramente protagonista della sua formazione, lo è in prima persona e la scuola si ritrova ad essere l'unico "ambiente" fisico, intellettivo, culturale, metacognitivo, inclusivo nel quale il bambino, il ragazzo possa avere questa consapevolezza e autonomia. Proprio a seguito del terremoto e dell'importanza che la presenza fisica della scuola ha in un contesto associativo umano, abbiamo cercato su Internet delle immagini e ai miei alunni ha colpito una degli inizi del novecento: un' aula piccola, banchi a inclinati, una parete aperta su un'aia, bambini con pastrani sulla testa, piedi scalzi sul braciere, che percorrevano tutti i giorni chilometri a piedi per poterci essere, capi ripiegati sul libro di lettura. Ho chiesto ai miei bambini cosa li colpisse di quell'imnagine mi hanno risposto: il sorriso. Il sorriso che andava oltre la fatica fisica del frequentare la scuola. ABBIAMO LA SCUOLA ABBIAMO TUTTO. Ed hanno concluso che la scuola va al di là di tutto ed è il loro punto di forza, di riferimento per ripartire sempre e per raggiungere quei traguardi che li aiuteranno a crescere dal punto di vista relazionale, psicologico, emotivo e cognitivo
inserito giovedì 08/12/2016 ore 20:04 da Angela Danieli
Leggendo l'articolo ho notato che traspare molto entusiasmo e passione per l'insegnamento, uniti alla voglia di cambiamento, di rinnovamento, alla forte volontà di fare... e ciò mi coinvolge direttamente. Partecipando al corso sento proprio che nella scuola si va verso il cambiamento, perciò dobbiamo abbandonare i vecchi schemi e metterci in discussione ogni giorno affiancando i nostri bambini. Avvertire la scossa significa dunque rimettersi in gioco, rimboccarsi le maniche, costruire qualcosa di significativo e partecipare attivamente al processo di insegnamento/apprendimento.
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