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n.39 gennaio 2014
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La scuola per i BES, tra legislazione e didattica
La forza di una legge per una nuova impostazione metodologica della scuola
di Traversetti Marianna - Inclusione Scolastica

Negli ultimi tre anni scolastici, l'interesse e l'attenzione verso le difficoltà di apprendimento e le situazioni di svantaggio degli alunni che abitano le classi delle scuole italiane si sono fatte sempre più fervide, al punto da costituire quell'input, in termini di ricerca pedagogica, che sta animando, più o meno felicemente, i dibattiti sulle tematiche che riguardano l'inclusione scolastica degli allievi che presentano un bisogno educativo speciale (BES), ad ampio raggio. E' l'emanazione della Legge 170 del 2010, con la quale si è formalizzata la presa in carico, da parte dell'istruzione, degli studenti con DSA, che ha dato l'avvio ad una riflessione intelligente ed attenta su aspetti delicati e fondamentali che riguardano il mondo della scuola, quello fatto di persone e di intenti, dunque, di azioni formative che danno luogo ad esperienze significative e motivanti.

Stiamo assistendo, dunque, ad un turbinio di questioni che interessano una grande varietà di aspetti: normativi, diagnostici, riabilitativi, pedagogici, educativi e, non ultimo, didattici.
Attualmente, la diatriba sui bisogni educativi speciali (BES) è molto viva ed occupa moltissima parte dei dibattiti all'interno delle diverse istituzioni, scolastiche e non; essi sono volti, primariamente, a definire il "contenuto" dei BES, vale a dire: chi riguardano? a chi si riferiscono? che cosa bisogna fare in merito?


L'aspetto nodale, e direi prioritario per chi si occupa di scuola, è soprattutto uno e cioè quello di definire le più opportune ed efficaci strategie metodologiche per garantire a tutti gli allievi con BES (alunni con disabilità, o con DSA, con difficoltà di apprendimento, o con disturbo di attenzione o iperattività, con disturbo emotivo, o svantaggio socio-culturale o linguistico) il raggiungimento del successo formativo e personale. E' noto, infatti, che tali disturbi possono comportare "condizioni fortemente invalidanti e capaci di limitare in modo significativo il livello di partecipazione della persona e il suo adattamento sociale". (G. Stella - E. Savelli, Dislessia oggi, Erickson, Trento, 2011, p.73.)

Proprio in virtù di questa consapevolezza, il mondo della scuola deve porsi la priorità di affrontare nel modo più opportuno ed efficace questi bisogni educativi, anche in vista di una auspicabile prevenzione, perché solo attraverso una diagnosi precoce ed un trattamento educativo, didattico e riabilitativo volto all'uso di misure mirate e tempestive si può contribuire al contenimento delle conseguenze legate allo sviluppo ed alla formazione della persona, come individuo e come studente.

La riflessione che ci si può porre, nell'ambito di una discussione pedagogica, così come ci dà modo di fare questa rivista, è che la normativa, nel caso dei BES, ma anche, ed ancora prima, dei DSA, diviene la premessa per una nuova impostazione metodologica per la scuola, un vero e proprio strumento di indirizzo delle politiche scolastiche, intese come buone prassi educative.
In questa prospettiva, i docenti tutti, in ogni ordine e grado di scuola, devono attribuire una particolare importanza all' "Osservazione in classe" (a cui è dedicato il paragrafo 5.2 delle "Linee Guida per il diritto allo studio degli studenti con disturbo specifico di apprendimento") che assegna "alla capacità degli insegnanti un ruolo fondamentale, non solo nei primi segmenti dell'istruzione -scuola dell'infanzia e scuola primaria-[...], ma anche in tutto il percorso scolastico, per individuare quelle caratteristiche cognitive su cui puntare per il raggiungimento del successo formativo." (Id., Erickson, Trento, 2011, p. 11)

Un altro aspetto, che già l'allegato alla Legge n. 170 del 2010 non trascurava, è quello legato all' "Osservazione degli stili di apprendimento" (§ 2.2), infatti, proprio in virtù del fatto che nelle classi vi è una rilevante presenza di alunni con bisogni educativi speciali, è di primaria importanza soffermare l'attenzione degli insegnanti e della scuola tutta sul fatto che "gli individui apprendono in maniera diversa uno dall'altro, secondo le modalità con cui ciascuno elabora le informazioni". In quest'ottica pedagogica, si sottolinea l'urgenza, oggi più di ieri, di un insegnamento che tiene conto delle diverse individualità e dei bisogni educativi e didattici ad personam. Se ciò è valido per tutti gli alunni, ancor di più lo è per quelli che presentano difficoltà o disabilità, o segnali di svantaggio, per i quali diventa imprescindibile il riferimento ad uno stile di apprendimento ed alle diverse strategie che lo caratterizzano, per aver garantito il proprio successo formativo.

www.ilfarosociale.it
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Lo stato attuale delle considerazioni e conoscenze sui bisogni educativi speciali (BES) evidenzia, in realtà, come l'evento della Legge 170/2010 abbia costituito una svolta nella prassi scolastica quotidiana e nella comunità sociale, poiché si caratterizza come quella "forza nuova, quella spinta progressista e innovativa" che costituisce per il mondo della scuola quell'occasione per "aprirsi a un nuovo atteggiamento che non considera le differenze come un ostacolo al successo formativo, o un problema da delegare ad altri" (Id., Erickson, Trento, 2011, p. 11.), ma piuttosto quale opportunità elettiva per arricchire, rinnovare, riprogettare e migliorare l'offerta educativa e didattica della scuola e del processo di insegnamento-apprendimento.

Una novità assoluta è rappresentata dall'articolo 5, comma 3, della Legge 170/2010, in cui si precisa che le misure compensative e dispensative previste, nel caso specifico, per gli allievi con DSA "devono essere sottoposte periodicamente a monitoraggio per valutarne l'efficacia e il raggiungimento degli obiettivi". La legislazione precedente, infatti, si limitava a suggerire l'uso di una didattica individualizzata e personalizzata.
E questo è un aspetto fondamentale: il fatto che, nella didattica quotidiana, la programmazione non possa prescindere dalla valutazione. Spesso, si dà per scontato, ma purtroppo sono sempre più numerosi gli esempi di progettazioni didattiche costruite sulla base di contenuti disciplinari e non pianificate articolando l'organizzazione della didattica secondo un duplice punto di vista: quello del processo di insegnamento (per il quale l'insegnante deve osservare, progettare, monitorare e valutare, sulla base dei medesimi input didattici precedentemente definiti) e quello dell'apprendimento (per il quale l'allievo ha il diritto di utilizzare tutte le risorse che la scuola e i docenti gli possono mettere a disposizione, nonché le misure di compensazione e di dispensazione che gli forniscono la possibilità di acquisire conoscenze ed abilità, evitando la dispersione scolastica, assai dilagante nelle scuole italiane).

In conclusione, possiamo dire che La legge n. 170/ 2010 e le circolari ministeriali che ne sono susseguite, come le Linee Guida per i DSA o la Direttiva sui bisogni educativi speciali del 2012 e le successive integrazioni, ci hanno offerto la possibilità di ripensare il ruolo dell'insegnante e di avviare un percorso di riappropriazione di professionalità. Bisogna accettare la sfida che pongono gli alunni con bisogni educativi speciali: il docente che acquisirà la competenza pedagogica e didattica per svolgere una funzione formativa e compensativa per l'alunno con BES avrà la possibilità di riqualificare la sua professione in favore di una didattica che non è di pochi, ma che è di e per tutti.

La legislazione scolastica recente, allora, pur nelle sue limitazioni, rappresenta il punto centrale da cui muovere per realizzare buone pratiche educative e didattiche che assicurino a tutti gli studenti il riconoscimento tempestivo delle potenzialità, delle peculiarità, delle difficoltà, e le più opportune forme di didattica individualizzata e personalizzata volte alla realizzazione del successo personale che è, appunto, della persona singola inserita in un conteso collettivo, che è quello della socialità, della scuola, della vita.

Fin qui, dunque, ci si è soffermati a trattare l'aspetto più squisitamente pedagogico-didattico ed il valore aggiuntivo che, in tal senso, la normativa più volte richiamata vorrebbe imprimere alla questione; nei prossimi numeri, potrebbe essere altresì interessante esaminare le criticità di applicazione pratica, che essa stessa pone in essere e determina.

Marianna Traversetti, docente IC Bruno Munari, Docente nel Master di I livello in "Didattica e Psicopedagogia dei disturbi specifici di apprendimento", Università Roma3; Autrice di numerose guide didattiche per la scuola primaria, edite dalla casa editrice Istituto Didattico di Teramo
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