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n.74 giugno 2017
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La scuola vera inizia a maggio?
Un mese in un anno, un anno in un mese
di Miduri Maria Chiara - Orizzonte scuola
È impossibile per un uomo imparare ciò che crede di sapere già.
Epitteto

Non importa l'età dell'uomo alla quale questa citazione di Epitteto fa riferimento, essa contiene una somma verità.
Maggio è il mese dell'anno scolastico ed extrascolastico che meglio permette di comprendere qualche sfumatura in divenire del pensiero citato; è il mese dolente in cui si fanno i conti e con cui si fanno i conti: si porta sulle spalle il peso del lavoro dei mesi precedenti e anela la promessa di poter porre rimedio agli ozi e alle debolezze che hanno costellato l'anno di lavoro e di studio. Maggio è un mese strano: ha 31 giorni come da calendario ma per via delle verifiche, dei recuperi, delle interrogazioni, delle gite, delle uscite e dei ponti è come se ne avesse il doppio; è il mese stanco per definizione, il mese in cui fisiologicamente si tende a perdere qualche colpo e strategicamente si pretende invece di più, il tutto per tutto.
"Ultima verifica!", "Ultima interrogazione sull'intero programma!", "Dopo questa non ce ne sono altre!". L'assillo, la preoccupazione, a volte giusta a volte esagerata per la normale fine di un percorso scandito da momenti precisi di verifica, caratterizzano il periodo. A maggio non c'è più tempo reale di recuperare: c'è un tempo concordato. Se il recupero non va, o si boccia o si va in debito, a seconda del ciclo frequentato. Non è certo il mese sereno per eccellenza: è il mese della prova.
A volte si ha la sensazione che la scuola vera si realizzi in questa fase e i mesi precedenti siano stati recital di contorno. Impazza la corsa al calcolo delle medie: "Se è ponderata te la cavi, se è aritmetica no". Insomma maggio è il mese dei relativismi totali e del panico da ultimo minuto.
Maggio è il "grande insegnante" dell'anno scolastico, in fin dei conti: è il periodo in cui gli studenti vengono messi di fronte al film del loro lavoro, il mese in cui realizzano - in alcuni casi per la prima volta - come sia davvero andato l'anno scolastico, aldilà e al di fuori delle storie e delle bugie che spesso ci si racconta e si raccontano per far finta di: far finta di sapere già tutto, far finta che tanto alla fine "il 6 me lo dà". E chi l'ha detto? Dov'è la certezza? La presunzione di sapere come andranno le cose, di sapere come agiranno i docenti, cosa sceglieranno di fare, sembra spesso un esito atteso e dovuto, ma completamente avulso dalle responsabilità del proprio comportamento in tutta la faccenda. Un mondo capovolto.
A maggio sale la paura consapevole che fa montare quella sana adrenalina che porta i risultati. Ma perché aspettare maggio? Perché incrociare a maggio lo sguardo determinato?
Quest'anno di lavoro con i ragazzi mi ha mostrato in maniera evidente come e quanto questa spavalderia, travestita da pretesa, meriti di essere incanalata e trasformata. Dove c'è pretesa è finito il dialogo, è finito lo spazio per comprendere, per migliorare, lo spazio delle possibilità e della crescita. È vero che il teenage brain è una tempesta, è un caos, è un tormento: ma ci sono marinai, navigatori e capitani che guidano la nave in mezzo alle onde.
I ragazzi sono "solo" l'equipaggio con cui affrontare una rotta comune con un comune approdo. Insomma, la citazione di Epitteto è speculare: riguarda gli studenti ma allo stesso tempo chi li educa, in qualunque veste. I problemi nascono se il fine non è condiviso, ce lo insegna la prosocialità, o almeno dovrebbe, se non si fa e non si è comunità, e non a maggio, ma dal primo giorno insieme, per celebrare alla fine un approdo e non piangere un naufragio.


Maria Chiara Miduri, Antropologa linguista e cognitiva, Centro di Ricerca Applicata MOSAICO, Torino
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