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n.85 settembre 2018
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La società in classe e la classe nella società
Improgrammabili incidenti di apprendimento reciproco
di Miduri Maria Chiara - Orizzonte scuola
immagine tratta da http://www.stateofmind.it/tag/societa-antropologia/page/3/
immagine tratta da http://www.stateofmind.it/tag/societa-antropologia/page/3/
Il tema di questo primo numero del nuovo anno è la programmazione. Dato il mio sguardo specialistico, intendo affrontarlo dalla prospettiva sociale, proprio perché paradossalmente non sembra affrontabile.
Nelle relazioni umane non c'è prevedibiltà, nelle interazioni non c'è simulazione di successo e per quante intenzioni od obiettivi ci si voglia porre, i risultati del fare umanità saranno sempre soggetti alle leggi dell'incontro e dello scontro, della comprensione e dell'incomprensione reciproca, dell'alchimia biologica e della comunanza di intenti.
Ricomincia la scuola e a scuola non ci vanno solo gli studenti: ci vanno i docenti, gli operatori sociali, gli educatori, il personale ausiliario, il personale amministrativo, dirigenziale, consulenziale, persino gli occasionali manutentori. Per estensione ci entrano anche le famiglie. E di incontri e scontri in questi villaggi del sapere istituzionale, formale e informale, sono piene le cronache dell'anno scolastico appena concluso.
La scuola è un luogo vivo, sociale e culturalmente calato in un contesto circoscritto, i cui membri, nessuno escluso, si relazionano seguendo norme di comportamento derivanti da sistemi differenti di vita e azione, che convergono in un obbligo e in un dovere di massima. Questo obbligo e questo dovere sono la base di un sistema di potere (simbolico) tra ineguali che vivono insieme una parte importante della propria giornata. Dalla prospettiva di uno studente, queste ore, moltiplicate per tutti i cicli di istruzione, costituiscono il montante di tempo più elevato della propria vita in termini evolutivi. È qualcosa su cui gli scienziati sociali dibattono lungamente e a ragion veduta. Dato questo scenario definitorio, va da sé che le prospettive all'inizio di ogni anno scolastico siano elevate da parte di tutti, così come i timori, le paure e le opportunità. Ma se consideriamo che nell'atomica vita sociale poco si può programmare, perché non esiste variabile più instabile dell'essere umano, appare chiaro come si sia portati spesso a non prendersi cura della dimensione antropologica dell'esperienza scolastica.

Ad ogni inizio di anno scolastico mi interrogo quindi su che tipo di comunità nasceranno, si ricostruiranno, si riconfigureranno, si disgregheranno, e su come ogni persona, indipendentemente dal suo ruolo in esse, vi sia chiamata a esserne membro. Ci si ritrova per iniziare un percorso o proseguirlo, a volte per concluderlo, ma sono le storie e le narrazioni generate giorno dopo giorno in un anno scolastico che danno vita alla dimensione comunitaria e la rendono visibile ed esistente. Mi interrogo sulla prossemica degli spazi e delle interazioni, sia quella spontanea che quella normata pedagogicamente.
Si parla infatti spesso di comunità ma non è detto che essa esista davvero. La definiamo per comodità di sintesi ma non è detto che si sia sempre in grado di individuarla. La comunità non si pretende e non va preteso il sentirsene parte. Questo assioma antropologico è importante quando si affronta il tema dell'inclusione, perché enfatizza il discrimine esistente tra lo spazio esteriore di una comunità e quello interiore. L'inclusione sociale, ad uno sguardo specialistico, non esclude nessuno: non parliamo quindi di inclusione dei più deboli o vulnerabili, perché nel processo di costruzione e appartenenza comunitaria o ci sono dentro tutti o nessuno. Lo spazio esteriore combacia con lo spazio fisico, quello riconoscibile anche dal modo in cui un'aula, per esempio, viene descritta: "abbiamo appeso...", "abbiamo fatto...", "i nostri disegni...", ecc.; quello interiore riguarda il senso personale di appartenenza a una comunità, e come questo appartenervi modelli la propria persona relazionale ma anche interiore, ed è quello che si porta fuori dal contesto, fuori dai muri di un'aula. Ma esso non dipende dal nostro individuale apparire o essere, bensì è direttamente legato alla costruzione socioculturale dei membri di una comunità: quello che siamo rispetto altri, quello che gli altri sono rispetto a noi in uno stesso contesto di vita condiviso. E questo non si può prevedere.

Pensiamo al primo giorno di scuola, ma con un occhio a un primo anno e l'altro ad annate intermedie. Come differiscono queste narrazioni? Come differiscono le dinamiche di accoglienza? E cosa significa "accogliere"? Cosa significa sentirsi accolti? Crescere ed evolvere in una stessa comunità scolastica implicano molto lavoro non programmabile ma ricco di soddisfazioni che non ottengono la giusta visibilità a livello di valutazione. Bisogna lasciarsi guidare dagli assetti relazionali del contesto, applicare una volontà che non dipende dall'istituzione e nemmeno dal ruolo che si riveste, restare umani e dismettere gli altri panni.
È la volontà di incontro e conoscenza reciproca, infatti, a creare movimento dentro e intorno a noi, nei bambini, nei ragazzi, nei colleghi. Essa è limitata dai bisogni individuali che si incontrano in questo spazio e che si aggregano a volte per caso e a volte per causa di forza maggiore in un'aula o in un cortile.

In uno dei miei primi contributi alla rivista sostenni l'idea che in una classe nasce la società: all'interno di un'aula, tutti i principali meme (ossia le minime unità culturali di un sistema sociale) vengono trasmessi, insegnati, appresi e praticati. Quando il focus d'attenzione è sul raggiungimento di obiettivi didattici può capitare di non prestare la giusta attenzione al raggiungimento delle qualità umane, sociali, antropologiche di ogni membro della comunità che è la "nostra" classe, perché ci dimentichiamo di esserne prima di tutto membri noi stessi. Non siamo gli sciamani col bastone del potere e della parola in mano, non siamo i saggi davanti al fuoco, o almeno non in prima battuta. Questi sono i ruoli, con metafora antropologica, che ci vengono assegnati, è come ci vedono gli altri, è quello che gli altri si aspettano da noi, ma possiamo dare solo ruoli, façade, come immagine quando stiamo contribuendo a costruire una società e una comunità vera? A livello organizzativo sì, ma a livello umano no: serve meno impermeabilità e più possibilità che la pioggia emotiva, di cui è fatto il mondo scolastico, possa irrigare e rendere fertili i campi del nostro sapere da cui crescono i frutti dell'educazione che impartiamo, trasmettiamo, doniamo, controlliamo e valutiamo.
In altre parole, serve sapere la direzione in cui stiamo andando, vogliamo andare e portiamo gli altri guidandoli, ma non occorre ossessionarsi con la strada da percorrere e men che meno con i mezzi. Serve tornare ad essere argonauti e navigare seguendo le stelle solo quando cala davvero la notte.
La classe è una comunità umana e sociale dove ritenere o prevedere che ogni cosa sia controllabile e misurabile spesso significa navigare di giorno pretendendo di seguire le stelle. A me piacerebbe che un giorno fosse possibile analizzarla come espressione di una comunità di pratica vera: un luogo in cui ogni membro contribuisce attivamente e senza gerarchia alla conoscenza comune, trasversale e potenziale, perseguendo un obiettivo comune ma non rendendosene schiavo. Un locus antropologico in cui non dover dare una nuova immagine al mondo o trasformare il percorso esistente, mettendo al palo la retorica, ma crearne uno nuovo fatto di improgrammabili incidenti di apprendimento reciproco.


Maria Chiara Miduri, antropologa linguista e cognitiva, operatrice sociale ed educatrice
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