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n.42 aprile 2014
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Articolo 'La vita di Pi di Yann Martel'  >>>
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La vita di Pi di Yann Martel
La metafora del viaggio
di Melchiorre Simonetta - Orizzonte scuola
"Voglio dire due parole sulla paura. E' lei l'unico vero avversario. Solo la paura può sconfiggere la vita.... Comincia dalla mente, sempre....poi invade completamente il corpo....solo gli occhi funzionano bene. Prestano sempre la dovuta attenzione alla paura. Ti affretti a prendere decisioni avventate. Liquidi i tuoi ultimi alleati: la speranza e la fiducia. Ecco che ti sei sconfitto da solo.
"
Da "La vita di Pi" Ed. Piemme bestseller pp 174-175

Patel, per tutti Pi, è un ragazzino indiano di sedici anni. Il padre, che dirige uno zoo in India, decide di trasferirsi in Canada con la famiglia e tutti i suoi animali. Durante il viaggio la nave mercantile su cui sono imbarcati naufraga e Pi si ritrova su una scialuppa di salvataggio, in mezzo all'Oceano Pacifico, unico essere umano; come compagni di viaggio una zebra ferita, Orange Juice un dolce orango del Borneo, una spregevole iena e lei... Richard Parker, la mitica tigre del Bengala.

Ad uno ad uno gli animali moriranno divorati dal più forte in quel momento, in scene che nulla lasciano immaginare, feroci e vere come la natura sa essere. Rimane solo lei, la tigre, con cui Pi dovrà dividere i pochi metri della scialuppa, il cibo e la solitudine.

Tra i due si instaura un rapporto di mutua dipendenza, paradossalmente sarà proprio la presenza di Richard Parker a dare a Pi il motivo per continuare a vivere, la forza e l'energia di affrontare la disperazione per aver perso i suoi cari e la paura di non farcela.

Il ragazzo comprende che per sopravvivere dovrà addomesticare la tigre, così mette in moto la sua creatività, la sua capacità di trovare soluzioni e allena il suo coraggio. "Sarò sincero: una parte di me era contenta della presenza di Richard Parker...non voleva che morisse, perché allora sarei rimasto solo con la mia disperazione, nemico ancora più terribile di una tigre. Era Richard Parker a darmi la volontà di vivere....senza Richard Parker non sarei qui a raccontare la mia storia".

Il viaggio prosegue tra momenti di esaltazione per i piccoli grandi traguardi raggiunti, tra disperazione e terrore in un'atmosfera quasi onirica ed epica dove tutto sembra il suo contrario, dove la vita è un insieme continuo di prove, di morti e di rinascite ad un livello successivo. Pi impara ed esercita la disciplina, tutto diventa un rito, ogni cosa viene scandita alla stessa ora per tenersi occupato, avere uno scopo, qualcosa da fare con rigore gli permette di sopravvivere, di non impazzire, di ricordarsi che, per quanto abbandonato in mezzo ad una natura minacciosa ed apparentemente crudele, è indispensabile conservare a tutti i costi un'umanità che troppo spesso ha il terrore di perdere.

Dopo un misterioso incontro con un altro se stesso, naufrago e cieco come era anche diventato Pi, dopo l'approdo in una misteriosa isola che di notte diventa carnivora, dopo aver quasi perso le speranze, ecco l'epilogo. Il viaggio giunge al termine quando la scialuppa su cui viaggiavano Pi e Richard Parker tocca le coste del Messico. La tigre sparisce tra gli alberi senza salutare (questo sarà motivo di amarezza per il ragazzo per tutto il resto della sua vita), Pi rimane da solo a dover raccontare la sua incredibile storia agli uomini che lo soccorreranno.

Qui comincia un'altra storia, una storia nella storia, un'altra verità dentro quella che già conosciamo. Gli ispettori venuti ad interrogarlo per conoscere le ragioni del naufragio non intendono credere all'incredibile storia della tigre addomesticata, dell'isola assassina e incalzano Pi con dolce fermezza.

Così il ragazzo narra un'altra storia. "Ho capito cosa volete: una storia che non vi sorprenda. Una storia che confermi quello che già sapete, che non vi faccia vedere le cose in modo più profondo o semplicemente diverso. Una storia piatta. Immobile. Solo la sterile e insipida realtà." In questa nuova narrazione i sopravvissuti sono quattro: la madre di Pi che raggiunge la scialuppa aggrappata ad un casco di banane, il perfido e crudele cuoco della nave, un giovane marinaio con una gamba fratturata e Pi. Il cuoco bruto e avido mangia tutto il poco cibo a disposizione senza lasciare nulla agli altri, propone e decide di amputare la gamba al marinaio per salvargli la vita in realtà è un inganno, vorrà utilizzarla come esca per i pesci. Il giovane morirà tra mille stenti, il cuoco lo fa a pezzi ed essicca la sua carne per mangiarla. La madre di Pi si ribella a tanta crudeltà, colpisce il cuoco con uno schiaffo, egli si avventa su di lei uccidendola. In un secondo momento, approfittando di un momento di distrazione del cuoco, Pi si precipita sul coltello uccidendolo a sua volta.

Quindi:

- il marinaio rappresenta la zebra uccisa dalla iena (entrambi avevano una gamba rotta);

- la iena raffigura il cuoco (che nel primo racconto uccide e mangia anche l'orango e che viene uccisa dalla tigre);

- la madre è in realtà l'orango.

E la tigre?
- La tigre rappresenta Pi, la sua parte animalesca e coraggiosa, la parte istintiva senza la quale non avrebbe potuto sopravvivere al dolore, agli stenti, alla solitudine.
E' la parte temeraria e indomabile che è in ognuno di noi e che, seppure con ferocia, affronta i momenti più oscuri per arrivare "dall'altra parte della sponda", per giungere in un "luogo nuovo"; una parte che dobbiamo utilizzare il tempo necessario all'azione e che poi ci deve abbandonare quasi senza salutare (perché non possiamo dimenticare l'umanità, ossia lo "spirito divino" che vive dentro ognuno di noi).

"Richard Parker è rimasto con me. Non l'ho mai dimenticato. Posso dire che mi manca? Sì mi manca. Lo vedo ancora nei miei sogni. Il più delle volte sono incubi, ma incubi colorati d'amore."

Questo libro narra una storia apparentemente crudele, dolorosa, lascia tracce per giorni, sicuramente mi ha offerto molti spunti di riflessione. Va letta a più livelli come solo la verità sa essere, i personaggi sono parti di noi che convivono a strati differenti e che cerchiamo di mantenere silenti ma che ci sono, lavorano a volte a nostra insaputa. Guardarli negli occhi è un passo avanti verso la comprensione e l'accettazione di noi stessi, perché uno sguardo amorevole verso ciò che siamo nel bene e nel male, con le nostre luci e le nostre ombre è un percorso di crescita e autenticità che ci permette di diventare uomini, come è accaduto a Pi che, metaforicamente parlando, perde la sua famiglia, entra nel mondo degli adulti, badando a se stesso, progettando la sua sopravvivenza con disciplina e coraggio.

Subito dopo aver letto l'ultima pagina del libro "La vita di Pi" ho scritto queste riflessioni: in una storia sono nascoste altre storie, in una verità una moltitudine di altre verità, dentro noi stessi un'infinità di altri noi.... Chi lo sa qual è l'immagine reale, quella vera ... sicuro ci raccontiamo la più bella per non morire di dolore.

Dopo aver riflettuto ulteriormente comprendo che per crescere davvero, però, c'è bisogno di guardarla in viso la verità, per quanto profonda e brutta, crudele e assassina, guardare chi crediamo ci abbia fatto del male e il male che crediamo di aver fatto con sguardo amorevole e possibilmente senza giudizio. Questa è la libertà e la salvezza secondo me. Possiamo così permetterci di salutare la "tigre" che è in noi e che ci ha accompagnato nelle fasi difficili della nostra vita, ringraziandola per il coraggio e la forza che ha saputo darci e lasciarla andar via con gratitudine, certi che non ci la rivedremo mai più.

Melchiorre Simonetta, Insegnante presso l'I.C. Viale Adriatico di Roma, Art-counselor.
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