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n.60 febbraio 2016
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Laboratorio di interventi psicoeducativi e didattici per alunni con disturbi comportamentali
"Cosa abbiamo sperimentato?"
di Vaccaro Irene - Inclusione Scolastica
La mia situazione è piuttosto particolare in quanto svolgo il tirocinio e lavoro in due realtà simili e contrastanti allo stesso tempo. Entrambe le classi possono essere considerate un patchwork; quello che le diversifica è principalmente l'approccio delle insegnanti.
Nella classe dove svolgo il tirocinio, si respira aria d'inclusione sin dall'ingresso: tra insegnanti - in primis - accoglienti, aperte all'altro, disponibili a sperimentare e professionalmente molto preparate; tra alunni e tra alunni e insegnanti: ogni individualità si riconosce ed è riconosciuta nella sua unicità, si agisce quotidianamente con empatia e sinergia. In questo contesto, più che sperimentare ho l'opportunità di apprendere e condividere molte delle cose di cui abbiamo parlato.
Nel secondo caso, sto riscontrando un po' di difficoltà. In classe è presente un bambino alquanto problematico - non è il bambino che seguo come insegnante di sostegno - che ha bisogno estremo di attenzione e a mio avviso di approcci didattici mirati.
Il bambino non riconosce le regole, o meglio le riconosce ma fa di tutto per non rispettarle, non accetta i rifiuti, ha tempi di attenzione discontinui e brevi.
Nonostante le colleghe mi abbiano presentato la classe e le situazioni che necessitano di più attenzione come il bambino in questione, di fatto non ho trovato corrispondenza nell'azione didattica o volontà di sperimentare altre strategie o approcci se non quello del tradizionale rispetto delle regole e dei ruoli. Ho proposto in diverse occasioni di fare alcuni tentativi a partire dal semplice cambio posto con il compagno con cui preferiva lavorare. Pareva funzionasse, sino all'arrivo dell'altra collega che dopo essere stata informata delle motivazioni, non ha esitato a rimandarlo al posto originario sottolineando come lui dovesse necessariamente stare al primo banco. Ho proposto di formare le isole, di fare più lavori di gruppo, di semplificare le attività da svolgere per puntare direttamente all'obiettivo (ad esempio dando delle schede già impostate) evitando di arrivare ad essere troppo stanchi o demotivati per svolgere l'esercizio.

Un altro episodio mi ha visto proporre al bambino un patto: bisognava copiare una storia abbastanza lunga dalla lavagna, allora ho detto al bambino che poteva chiedermi di uscire ogni volta che si sentiva stanco o annoiato. E così è stato ma appena gli concedevo di uscire, riprendeva la matita e diceva che riusciva ad andare avanti nel lavoro ancora un altro po'. Alla fine ha completato il lavoro e gli ho detto di andare dalla maestra per farle vedere quanto era stato bravo così avrebbe avuto un bel voto da portare a casa invece delle solite note... la maestra ha pensato bene di mettergli un anonimo "visto" e di apporre la scritta (senza condividerla con me) "svolto con l'aiuto dell'insegnante".
Last but not least, un ulteriore episodio molto recente che mi ha lasciato alquanto disorientata. In un momento di crisi, il bambino ha strappato un cartellone accingendosi a strapparne un altro. Mi sono avvicinata senza aggredirlo, dicendogli che volevo ascoltare le sue motivazioni. Ha urlato dicendo che in nessuno dei due cartelloni c'era il suo disegno, mentre c'era quello di tutti gli altri.
Visto che il cartellone ancora intero era quello delle regole, gli ho proposto di leggerle insieme e poi lui avrebbe potuto disegnare una regola che non c'era o che lui riteneva importante.
Ha deciso di disegnare Pinocchio e di scrivere "non si dicono bugie". Nonostante fosse già presente la regola "bisogna essere sempre sinceri" l'ho lasciato libero di esprimere la sua idea perché l'obiettivo non era la regola in sè. Alla fine, abbiamo attaccato il disegno insieme, vicino a quello degli altri e la situazione si è ristabilita.
Il giorno dopo, solo e imbronciato, mi ha detto che la maestra aveva strappato il disegno perché quella regola già c'era. No comment.
Reciprocità, sinergia sono indispensabili per il riconoscimento dell'altro, che sia adulto o bambino. Riconoscere l'altro significa condividere e (saper) ascoltare, a mio avviso le fondamenta di una didattica inclusiva.

di Irene Vaccaro
Studente al corso di specializzazione per il sostegno Università del "Foro Italico" - Roma
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Sono presenti 1 commenti Visualizza tutti i commenti
inserito lunedì 21/03/2016 ore 23:23 da Giulia
Ho apprezzato molto questo articolo di Irene Vaccaro e, purtroppo, ritrovo alcuni atteggiamenti di colleghe. Non può esserci apprendimento se non c'è un'autentica accoglienza da parte degli insegnanti. Più c'è rigidità più i bambini "problematici" diventano ingestibili e nasce un circolo vizioso dal quale è difficile uscire se non ci sono umiltà e diponibilità a rivedere le proprie pratiche.
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