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n. 77 novembre 2017
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Articolo 'Le "fatiche" di Ercole'  >>>
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Le "fatiche" di Ercole
La fatica e il piacere di apprendere
di De Angelis Giovanna - Inclusione Scolastica
Come tutti ricorderemo, Eracle, semi-dio dalla forza incredibile, compie le dodoci "fatiche" per salvare il mondo da mostri terribili che soggiogavano uomini e animali, anche se lo fece innanzitutto per espiare i sensi di colpa subentrati dopo l'uccisione della moglie Megara e dei suoi figli, su imposizione del cugino Euristeo. In effetti, sin dall'antichità, la fatica, intesa come esercizio prolungato e intenso, volta al raggiungimento di uno scopo o di un obiettivo, o meglio ancora, alla pratica e allo sviluppo di una virtù, è stata un valore esaltato e riconosciuto.
Le dodici fatiche di Ercole, infatti, proprio a testimonianza di ciò, vengono premiate attraverso l'assunzione dell'eroe, dopo la sua morte, tra gli dei dell'Olimpo. La fatica perciò è un valore riconosciuto nella scuola, nello sport e nella nostra società senza il quale difficilmente si riesce ad emergere in una realtà così frastagliata, eterogenea seppur omologante.
Una delle accuse volte all'uso della tecnologia e alla modernizzazione, da parte di molti studiosi, è proprio la negazione che ne deriva dell'intelligenza, dell'immaginazione e della creatività risucchiate tra automatismi e schematismi. Lo stesso Philippe Meirieu descrive la nostra epoca come quella del trionfo del "sapere senza apprendere", che non solo implica l'uso illimitato degli strumenti tecnologici, ma incoraggia, come emerge da studi internazionali, la ri-nascita di credenze fantastiche, magiche, occulte, irrazionali, paranormali e soprannaturali, una specie di new-oscurantismo in cui le prede più facili da incantare, come i compagni di Ulisse lo furono a causa del canto delle sirene, sono proprio le nuove generazioni, i nativi digitali. La scuola, che perpetua una trasmissione di conoscenze atomizzate e fossilizzate, non consente agli studenti di sognare, stretti tra evitazione della noia, il far piacere ai genitori o agli insegnanti, la dimostrazione di essere bravi, sempre e comunque più degli altri.

Come può il nostro sistema scolastico vincere il confronto con la realtà odierna o riuscire ad essere accattivante tra serpenti e sirene incantatrici o pifferai magici dell'ignoto? Com'è possibile incardinare negli studenti il piacere e la fatica di imparare, soprattutto in quegli studenti, ad altissimo potenziale intellettivo, che più degli altri non conoscono la fatica di studiare, dato che gli apprendimenti impartiti e la modalità con cui vengono somministrati, come pillole da prendere dopo i pasti, non forniscono stimoli necessari ad accendere quella scintilla capace di sbriciolare la noia e la monotonia della ripetizione di meri meccanismi? Questi ultimi vengono sciorinati, infatti, spesso fino all'asfissia, con la convinzione che quantità sia sinonimo di acquisizione di concetti e modalità operative. La percezione che ne deriva è spesso quella di un "tempo scuola" come di un "tempo sprecato".
Esiste per questi alunni, poi, un duplice problema: da una parte c'è l'erronea convinzione perpetrata dagli insegnanti che gli apprendimenti dell'alunno che non si impegna abbastanza o come gli altri, non faticando quindi, abbiano meno valore rispetto a quelle degli altri studenti, che hanno duramente faticato per interiorizzarli. Questo mancato riconoscimento, li convince col tempo che "sapere" non li aiuta e per questo cominciano a "fare" sempre meno. Dall'altra parte, i plusdotati sono vittime di se stessi. Non avendo sperimentato la fatica di apprendere, con l'aumento di richieste contenutistiche, in particolare nella Scuola Secondaria, non riescono a sopportare il carico di lavoro e, non sentendosi più particolarmente intelligenti, spesso abbandonano gli studi. Meglio rinunciare che dover affrontare l'onta di una sconfitta!

Da una ricerca del maggio 2011, presentata da Mormando e Stoppino, al Consiglio d'Europa, emerge un quadro inquietante di una realtà di cui ignoriamo persino l'esistenza. Dalla ricerca emerge una correlazione tra depressione infantile e superdotazione intellettiva. Ci troviamo di fronte ad alunni che vivono un disagio che come insegnanti stentiamo a riconoscere perchè disconosciamo la specificità stessa insita in uno studente ad altissimo potenziale intellettivo.
D'altronde ci basti ricordare che lo stesso Eracle lasciò due colonne sullo Stretto di Gibilterra, come ricordo della sua grande impresa contro la spaventosa creatura Gerione. L'eroe, arrivato sin lì, forse voleva ammonire gli uomini a non superare quelle colonne che separavano il mondo conosciuto dall'ignoto.
Fortunatamente gli uomini avventurosi e i grandi esploratori, hanno fatto prevalere la curiosità, attingendo al loro spirito di iniziativa e alla loro inesauribile voglia e fatica di apprendere, permettendo di spazzar via dicerie e falsi miti che bendavano gli occhi all'umanità, rendendola schiava dell'incerto e dell'ignoto.


Giovanna De Angelis - docente dell'IC Fara Sabina (Ri)
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Sono presenti 2 commenti Visualizza tutti i commenti
inserito domenica 03/12/2017 ore 09:59 da Rossella
Articolo interessantissimo...sei diventata bravissima...personalmente non mi ritrovo in quegli insegnanti che pensano che chi fa meno fatica vada valorizzato di meno...anzi... Quello che invece credo è il fatto che questi alunni plusdodati rischiano la noia, l'isolamento e la depressione e...quest'ultima non perché non viene riconosciuta loro la fatica ma perché si sentono soli...come noi sappiamo bene le classi sono microcosmi complessi...ci sono gli alunni plusdoodati, gli alunni normodotati, gli alunni BES, gli alunni DSA, gli alunni diversamente abili....come può un.insegnante in classi composte da 27/28 alunni essere sempre al top delle sue prestazioni? Al di là della professionalità di molti di noi...io credo che spesso gli.insegnanti siano troppo carichi di lavoro e troppo pressati dal mondo esterno.Questo, certamente,non giova al nostro lavoro Brava Giovanna...un abbraccio.
inserito domenica 03/12/2017 ore 09:58 da Monia
Interessantissimo Giovanna e così disperatamente vero! Oserei dire che, oltre che per i plus dotati, anche per i cosiddetti "normodotati" vale la regola o, meglio, potrebbe valere. Essendo insegnante, mi rendo conto, mio malgrado, che la scuola italiana non è all'altezza di esaltare le inclinazioni di ognuno... Dei superdotati in primis ma, anche, degli altri, compresi i bimbi considerati in difficoltà (vedasi i numerosissimi, spesso non veritieri DSA) Perché questo? Perché il nostro modello attuale non tiene conto dei talenti di ognuno, stabilendo un percorso educativo e didattico uguale per tutti! Se solo si riformassero gli iter nel rispetto reale di ogni singolo alunno, non solo gli alunni ad alto rendimento ne gioverebbero ma diminuirebbero le certificazioni di DSA e, mi sbilancio, gli abbandoni... Sembra che ci sia un disegno dall'alto, che ci vuole programmati secondo uno schema stabilito... Noi insegnanti potremmo fare molto...se solo fossimo più uniti....
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