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n.42 aprile 2014
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Le ambiguità della valutazione scolastica in una società che cambia
Tempo di scrutini e di valutazioni finali nelle scuole superiori
di Comberiati Nicola - Orizzonte scuola
Lo scrutinio di fine d'anno - per decidere della promozione o bocciatura degli studenti - è terminato a tarda sera e si respira un'aria di spossatezza e di frustrazione. Gongola la prof di matematica, che finalmente si è imposta per la bocciatura di alcuni ragazzi e a niente sono valse le osservazioni delle professoresse della materie umanistiche che ne mettevano in risalto la disponibilità nelle varie attività culturali della scuola, l'affermazione nel teatro di lingue, nel progetto dei tutor d'aula, nel prendersi cura dei disabili, nella progettazione di un social network d'istituto...
Il prof di scienze motorie è risentito ed esplode nella più classica delle esclamazioni di fine d'anno: "Qui si danno i numeri!".
Gli scrutini della classi quinte invece si concludono con la lievitazione dei numeri 4 0 5 in un 6 neutrale, "senza infamia e senza lode", perché a nessuno si nega l'accesso ad una maturità rituale, logora, del cui risultato finale non terrà conto né il mondo del lavoro né l'università. Eccellenti o mediocri, tutti dovranno dimostrare ancora di esistere come studenti e come cittadini.

Mi rivedo mentalmente alcuni appunti per un incontro con docenti e tutti gli esperti di cultura pedagogica e psicologica mi confermano costantemente che il capovolgimento della didattica e la personalizzazione dell'apprendimento hanno fatto saltare gli schemi di valutazione tradizionale: dall'attivismo di Dewey, al peer learning, aprendo le porte al discovery learning (Bruner), all'inquiry learning (Rutherford), all'esperiential learning (Kolb), al costruttivismo (Jonassen) al connettivismo (Siemens), alle intelligenze multiple di Gardner, tutti teorizzano che l'assimilazione attiva dei processi di apprendimento innesca meccanismi di autovalutazione verificabili nella prassi.

Ma nella scuola italiana la valutazione di un anno scolastico si riassume in una pagella raffigurata con segni numerici, che richiamano impegno, premio o castigo. Un "bel voto" è un segno di un riconoscimento, di un premio, un "brutto voto" dimostra disimpegno, apprendimenti lacunosi e superficiali.
Nessun tipo di valutazione investe in questa finale gli stili di insegnamento, le sue metodologie, gli strumenti e gli obiettivi che ci si era prefissati.



FENOMENOLOGIA DELLA VALUTAZIONE
La valutazione è un giudizio - ci chiediamo - o la constatazione, la presa d'atto dell'acquisizione di una performance? Se la consideriamo un giudizio, essa ripercorre i vizi e le virtù dei percorsi della scuola pubblica. Un anno scolastico segnato da tappe (scrutini) alla fine delle quali si esprime un giudizio provvisorio (I scrutinio) o definitivo (scrutinio di giugno) con un voto più o meno inappellabile.
Il giudizio di voto è proposto da un singolo docente nella sua disciplina convalidato poi dal Consiglio di classe.
Dietro questo voto c'è una incontrastata autonomia docente. La libertà di insegnamento si confonde in questo caso con una incontrollabile autonomia di giudizio. Ma c'è anche la sfrontata e selvaggia autonomia degli alunni. Il docente spiega, assegna compiti da svolgere a casa, qualche spunto di creatività non manca in nessuno, ma alfine si rincorrono gli studenti per una verifica finale. E comunque anche i migliori docenti si sentono soffocati tra la consapevolezza di molti che ci marciano (assenze strategiche, lunghi periodi di assenza giustificati da certificati medici o da pseudo problematiche familiari, capacità di proiezione drammatica del disimpegno...) e la sofferta consapevolezza di non essere stati capaci di finire il programma o recuperare fragilità e assenza di motivazioni.
Il voto di fatto nasce da un'interrogazione su contenuti cognitivi che il docente ha faticosamente cercato di far acquisire al gruppo-classe con strategie varie condizionate spesso dalla mancanza di tempo: questionari di varie tipologie si alternano alle interrogazioni individuali in modo da avere un congruo numero di verifiche.

La media dei voti è discrezionale o tassativa?
Il buon senso pedagogico ha sempre ritenuto che il voto debba tener conto dell'impegno, presenza, partecipazione (le cosiddette "famiglie di prestazioni" come vengono chiamate nei documenti ufficiali più recenti) ma di fatto il voto rappresenta la rendicontazione che uno studente dà alla famiglia, la sua risposta a genitori ansiosi o carichi di aspettative.
E' solo il caso qui di accennare che il registro on line, dietro la retorica della trasparenza, è una spettacolarizzazione del voto e la dichiarazione istituzionale che alla fine ciò che conta è il voto. "Giammai menzogna spira verso il numero" - sosteneva Pitagora con buona pace di quanti pedagogisti e docenti hanno lottato per dare agli studenti acquisizioni culturali vere e riconosciute e non contabilità. Tutti possono immaginare gli scenari familiari di controllo della contabilità dei voti scolastici che si apriranno.

Si sono evoluti negli ultimi tempi i linguaggi didattici: una lunga lista di competenze deve essere valutata nel finale accanto a molte abilità consequenziali alle conoscenze acquisiste.
Competenze-conoscenze-abilità. Si sono riempite pagine di spiegazioni più o meno convincenti, fiumi di parole in convegni autocelebrativi di riforme secolari, di fatto però resta l'onnipotenza del voto, che esige accettazione o sottomissione.
blog.ilgiornale.it
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La valutazione in tale senso - la conclusione vuole essere pregna di sincerità istituzionale - è una valutazione (o una misurazione?) soggettiva (!) convalidata formalmente dal Consiglio di classe all'unanimità o a maggioranza, che trasformerebbe istituzionalmente la soggettività del giudizio in oggettività formale.
E nei Consigli di Classe la gestione dei conflitti è una dura prova per le capacità carismatiche del Dirigente Scolastico, che deve mediare ancestrali vizi formali, frenare severità risentite, tacere su generosità gratuite, facili accomodamenti per non incorrere in fastidiosi ricorsi o proteste dei genitori.

Conclusione
Noi riteniamo che se non si cambia l'impostazione teorica e l'impronta antropologica della scuola rimarremo sempre imbrigliati nella concezione della valutazione come sterile attribuzione di voti che hanno il solo compito di assegnare una promozione o una bocciatura.
Una valutazione dev'essere educativa, auto valutativa, predittiva, centrata sullo studente, estesa alle disposizioni della mente, profondamente connessa al mondo reale, ai processi richiesti dalle nuove condizioni storiche, continua, motivante, rispettosa dei processi reali di apprendimento non ripetitiva, non terminale, non selettiva, trasparente, responsabilizzante (Comoglio).
In altri termini, come l'insegnamento deve coinvolgere gli studenti in apprendimenti di elevata complessità e sfida (che affinano un pensiero critico e creativo) in prestazioni reali, significative, che richiedono la messa in atto di conoscenze e abilità, così la valutazione deve controllare lo studente in compiti che non richiedono la ripetizione di una conoscenza, ma invitano ad applicarla a problemi e contesti reali (Wiggins,1998).

- In tal senso la valutazione è sempre il riconoscimento pubblico o istituzionale di una performance acquisita dopo un certo tempo di esercitazione, di ricerca, di confronto, di studio e dimostrata sul campo (guidare un gruppo di turisti in un museo costringe a dimostrare sul campo competenze assimilate di lingua e di arte...)

- La valutazione come rappresentazione collettiva e pubblica deve superare il dualismo soggettivistico insegnante-alunno ed essere affidata ad un team di docenti.

- Costruire insieme processi di apprendimento capovolge il senso delle verifiche: non interrogazioni, ma esposizione delle tesi, dimostrazione del percorso con i problemi da risolvere e conoscenze da ampliare e da scoprire, conclusioni fertili di nuove acquisizioni.

- Le valutazioni come performance di competenze acquisite devono essere riconosciute come "vere" dalle Istituzioni e essere prese in seria considerazione dal mondo del lavoro. La verità del giudizio è il presupposto della motivazione al sapere.

- La valutazione si accompagna ad uno stile di insegnare. Non dev'essere né una clava né una sferza per tenere buoni né uno strumento per creare ansia o per indurre paura. E' uno strumento "per" migliorare l'insegnamento, per verificarne i punti deboli e i punti forti e crescere ancora (Camoglio).

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Nei sogni dei pazienti è ricorrente l'immagine del registro rosso brandito dal docente come stendardo pauroso. Mentre il prof ripassava i nomi per pescare il disgraziato di turno, montava la paura di non essere preparati e la memoria del sapere studiato si dileguava nel rimosso dimenticato e trascurato. Per rinascere ai valori del sapere, i sogni devono riprendersi la libertà di solcare nuovi mari e di scoprire nuove terre.

Nicola Comberiati, Dirigente Scolastico e psicologo

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