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n.63 maggio 2016
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Oggi è il giorno:22 Novembre 2017 Pubblicato da Sysform Editore - Iscrizione al R.O.C. n.19433 Sysform Editore - Via Monte Manno 23 00131 Roma
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Le occasioni che rendono competenti
Fare scuola anche fuori dall'aula è consigliabile
di Rosci Manuela - Editoriali
Sono appena rientrata dal campo scuola, due classi di quarta e noi docenti, quarantadue persone che per quattro giorni hanno condiviso tempi e luoghi nella splendida cornice dei Monti Simbruini, vivendo il fiume Aniene e la cittadina di Subiaco, respirando la storia tra le mura dei suoi conventi, San Benedetto e Santa Scolastica, esercitando il diritto di "fare scuola in situazione" naturalistica e paesaggistica.
La sorpresa, tuttavia, non è stata offerta dal comportamento dei ragazzi, protagonisti di un'esperienza simile già lo scorso anno in terza, ma dalla curiosità palesemente dimostrata dai colleghi della scuola secondaria, incontrati sul luogo con i loro studenti, sorpresi dal coraggio degli insegnanti della scuola primaria di avventurarsi con dei piccoletti a bordo di gommoni per il rafting sul fiume, con la parete per l'arrampicata, sparsi per il centro storico per esercitarsi con l'orienteering, in cammino a Monte Livata sul percorso del lupo ...
Colleghi meravigliati che maestre osassero infrangere la loro idea di scuola (primaria) prevalentemente al femminile, e dunque, con caratteristiche di cura (materna), di dedizione al lavoro in classe scandito da un orario funzionale anche al ruolo di mamma e quindi, inconciliabile con le avventure per lo più ritenute possibili solo con i ragazzi più grandi e spesso accompagnati da un professore di genere maschile (per mantenere l'ordine). In questi quattro giorni sono stati diversi i contatti con gli altri frequentatori del Centro "Vivere l'Aniene", e lo stupore è sempre stato lo stesso: maestre lontane dalla scuola (e dalle loro famiglie) per portare "in gita" i loro alunni.

Direi che tutto sommato posso lasciar passare in secondo piano l'idea che si ha delle docenti di scuola primaria, non sempre avvezze alle esperienze fuori dall'aula, ancor meno con i campi scuola; ma il concetto che uscire dalla scuola significhi "andare in gita", è inaccettabile perché immobilizza la scuola a una vecchia immagine, statica e assistenzialistica, in cui la gita scolastica rappresentava il punto di massima evasione (a volte intesa come trasgressione).

Poiché i termini che utilizziamo concorrono a costruire la rappresentazione mentale che abbiamo di un concetto, attribuiamo conseguentemente significati diversi a seconda del linguaggio adottato, quindi corriamo il rischio -anche nel caso della "Scuola"- di pensarla in modo differente, anche tra gli stessi addetti ai lavori.
L'osservazione dei colleghi delle superiori, che senz'altro voleva essere di apprezzamento, pone degli interrogativi su quanto i docenti in generale conoscano solo la parte di scuola che li riguarda direttamente, riferendosi al prima e al dopo di loro con pre-concetti e luoghi comuni, atteggiamento che rende la Scuola ancora oggi un percorso a tappe. Lo sforzo di rendere unitario il proprio percorso di formazione ricade spesso sull'alunno che deve attrezzarsi per traghettare al meglio da una fase all'altra della sponda (passaggio da un ordine all'altro). Le scuole senza dubbio sono più attente ai passaggi, coordinandosi nel migliore dei modi, ma rimane ancora oggi la diffidenza per quello che viene detto dai docenti che licenziano l'alunno, che sia sempre un po' enfatizzato, proprio come farebbe un genitore che vuole presentare bene il suo gioiello. Non sempre, ovviamente, pensiamo a quando si presentano gli alunni più fragili, o quelli "meno scolarizzati": la difesa da parte di chi lascia ("abbiamo fatto di tutto ma non c'è niente da fare!") e il commento di chi prende ("ma che cosa hanno fatto in tutti questi anni di scuola?").

L'idea di una scuola che vale diversamente, a seconda dell'ordine e grado, nasce da lontano e forse aveva una qualche ragione di esistere in coerenza con una società differente da quella attuale. Oggi non possiamo più sostenere che insegnare alla scuola superiore sia più difficile/impegnativo/oneroso che occuparsi della formazione/crescita dei bimbi di tre anni. Sottolineo questa visione parcellizzata e contrapposta della scuola perché funge da deterrente per una concezione al contrario olistica della Scuola, dove ognuno per il proprio segmento, deve contribuire alla promozione e alla costruzione di competenze per la vita che ogni alunno deve acquisire nel percorso scolastico, da quando entra a tre anni a quando esce -speriamo i più- a diciotto anni, contrastando la tentazione di fermarsi prima. Utilizzo il "deve" perché non possiamo più permetterci di lasciare andare nemmeno una delle risorse umane che entrano a scuola.

La mission della Scuola è cambiata: dobbiamo formare alunni competenti, non solo cultori del sapere ma promotori di cultura, soggetti capaci di mettersi in gioco con quello che sanno e che sanno fare per utilizzarlo al meglio e rendere la propria vita, e quella della comunità di riferimento, migliore.
Si rende allora necessario andare tutti dalla stessa parte, avere una vision condivisa della Scuola, dove ogni addetto ai lavori -qualsiasi sia l'età dei suoi interlocutori- abbia pari dignità e sia riconosciuto 'indispensabile' il suo intervento formativo, che deve essere di alta qualità, coerente con i bisogni formativi individuati, in linea con gli orientamenti pedagogici più accreditati e che attualmente sono sintetizzati nelle Indicazioni nazionali.

Mi ricollego, allora, all'esperienza del campo scuola, bandita per sempre dal nostro vocabolario la parola gita, che i ragazzi praticheranno con i loro genitori o da soli quando ne avranno l'età.
L'esperienza del campo scuola -vivere in maniera dedicata un tempo molto più lungo di quello vissuto in classe quotidianamente- si inserisce in una pianificazione didattica che parte dal fare e ritorna al fare: la scuola è quel luogo di esperienza dove le informazioni si trasformano, grazie ai processi apprendimentali, in conoscenze; dove le conoscenze si organizzano e formano il nostro know now che utilizziamo per diventare 'abili'; dove conoscenze e abilità vengono utilizzate per risolvere problemi nuovi, perché la realtà richiede un continuo adattamento, per cui è necessario scegliere - spesso rapidamente- cosa è meglio fare, come affrontare la situazione. E i docenti ormai hanno compreso (o dovranno farlo al più presto!) che non si tratta di istruire gli alunni su percorsi strutturati, in cui la soluzione può essere una sola, ma devono ampliare le situazioni apprendimentali, renderle possibili a più soluzioni che gli alunni, di qualsiasi età, dovranno ricercare attingendo al loro bagaglio pregresso, anche attivando e orchestrando insieme i propri atteggiamenti, le proprie emozioni.
Sulla strada del ritorno, ma anche nei briefing serali, abbiamo chiesto loro cosa si portavano via da questa esperienza e certamente l'avventura di rafting è stata la più quotata (troppo divertente!) insieme comunque a tutte le altre esperienze. Dal mio punto di vista, invece, l'esperienza che ho vissuto più intensa ed emotivamente più forte per loro è stata l'arrampicata: preoccupati per salire, bloccati in parete, impossibilitati ad andare su o a scendere, hanno pianto per la paura ma anche per non essere riusciti ad andare avanti. In molti, dopo un pianto dirotto, hanno voluto riprovare, mettendosi in gioco per riuscire. Hanno pianto anche per il risultato raggiunto, è normale. Anche chi non è riuscito ha dovuto fare i conti con se stesso e per noi insegnanti è stata l'occasione per farli riflettere sul modo che ognuno di loro ha di affrontare la vita, anche quella scolastica. Una esperienza intensa, dove ognuno di noi ha fatto il tifo per chi stava salendo, per chi si è bloccato in parete, per chi doveva affrontare la paura. Ognuno di loro si è messo in gioco e noi insegnanti con loro. Per noi è stata un'ulteriore occasione per vederli non "a mezzo busto", seduti in classe, ma alle prese con la realtà che ha chiesto loro di risolvere problemi di volta in volta differenti, e non solo di natura sportiva. Quello che oggi definiamo un "compito" autentico al termine di un percorso didattico dedicato e organizzato per arrivare a sollecitare le competenze (Unità di Apprendimento). Dopo quattro giorni nessuno di loro è lo stesso di prima, ma neppure noi docenti: se fossimo rimasti in classe, forse, non avremmo mai ottenuto gli stessi risultati.

A sera, ognuno ha raccontato come ha vissuto l'esperienza dell'arrampicata e poiché sono soliti dare una restituzione anche dei pensieri che servono loro per superare le difficoltà, Giulia ha condiviso una frase che aveva già ricercato e utilizzato per darsi coraggio, ed è stata apprezzata e riutilizzata da molti anche nei giorni successivi: "La vita è questa. Niente è facile e nulla è impossibile".

Manuela Rosci
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Sono presenti 1 commenti Visualizza tutti i commenti
inserito mercoledì 01/06/2016 ore 17:56 da Emilia sassi
E' proprio vero! La missione della scuola è cambiata e noi insegnanti abbiamo il dovere di attuare questa missione in maniera diversa. Dobbiamo riuscire a dare ad ogni nostro ragazzo la consapevolezza che la vita, anche quella scolastica, va affrontata in modo da poter risolvere qualsiasi problema si presenti, utilizzando le proprie abilità e conoscenze, le proprie competenze, mettendosi in gioco e non abbandonando pensando di non essere in grado di arrivare alla risoluzione perchè tutto è possibile.
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